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2 FEBBRAIO 2021 – GIORNATA MONDIALE DELLE ZONE UMIDE

2 FEBBRAIO GIORNATA MONDIALE DELLE ZONE UMIDE

La V Circoscrizione dei Lions Club e le associazioni naturalistiche del territorio catanese Stelle e Ambiente, Amici della Terra, Cepes, Lipu, WWF Sicilia nord-orientale ed Ente Fauna Siciliana ricordano l’avvenimento e partecipano virtualmente alla Giornata mondiale delle zone umide con una locandina avente come sfondo l’ambiente umido della Timpa di Leucatia, un vero è proprio scrigno di biodiversità che dobbiamo fare di tutto per la sua tutela, valorizzazione e fruizione con l’istituzione di un’area protetta e valutare se vi sono i parametri per il suo inserimento nella lista delle zone umide internazionali.

Il quotidiano “La Sicilia” di oggi, 2 febbraio 2021, dedica l’intera pagina 13 alla ricorrenza con un servizio a firma di chi scrive.

Giuseppe Sperlinga

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Ramsar è una città iraniana di quarantamila abitanti che si affaccia sul mar Caspio. Deve la sua fama al fatto che, il 2 febbraio del 1971, fu sede di un’importante conferenza internazionale durante la quale fu approvata da 170 Paesi (tra cui l’Italia), istituzioni scientifiche e organizzazioni internazionali la Convenzione internazionale relativa alle zone umide come habitat degli uccelli acquatici, a tutti nota come “Convenzione di Ramsar”. A promuovere quel summit mondiale fu l’Ufficio internazionale per le ricerche sulle zone umide e sugli Uccelli acquatici, con la collaborazione dell’Unione internazionale per la conservazione della Natura e del Consiglio internazionale per la protezione degli uccelli. Da allora è trascorso mezzo secolo e ogni anno, il 2 febbraio, si celebra in tutto il mondo la “Giornata mondiale delle zone umide” per sensibilizzare tutti sull’importante ruolo svolto dalle zone umide, le quali, ospitando una straordinaria biodiversità, hanno un’elevata capacità di immagazzinare l’anidride carbonica, mitigando così i devastanti effetti dei cambiamenti climatici.

Ma, cosa sono esattamente le zone umide? Come suggerisce lo stesso nome, si tratta di aree caratterizzate dalla presenza permanente o temporanea dell’acqua, quali le paludi, torbiere, acquitrini, specchi d’acqua naturali o artificiali con acqua dolce, salmastra o salata, stagni, laghi, fiumi, ma sono incluse pure le coste marine fino a sei metri di profondità. Esse, però, sono uno scrigno di biodiversità piuttosto fragile, estremamente delicate e sono tra gli ecosistemi più minacciati al mondo, minacce che, manco a dirlo, provengono tutte dall’uomo, che continua a scaricarvi le sostanze inquinanti impiegate nell’agricoltura, gli scarichi industriali, i reflui cloacali dei centri abitati. Eppure, le zone umide ci migliorano la vita, perché contribuiscono a mantenere il microclima, salvaguardano le coste marine dall’erosione, forniscono ogni giorno una immensa quantità d’acqua, sono alla base del sistema di coltivazione del riso, che rappresenta l’alimento fondamentale per quasi il 20 per cento della popolazione mondiale, contribuiscono allo sviluppo economico di un Paese se si pensa che quasi un milione di persone dipendono da pesca e acquacoltura. Inoltre, immagazzinano grandi quantità di carbonio e assorbono le piogge in eccesso, attenuando il rischio di inondazioni, rallentando l’insorgere della siccità e riducendo al minimo la penuria d’acqua. Le zone umide, insomma, sono un autentico tesoro da salvare sia per l’elevato valore naturalistico di questi ambienti, sia per la loro rarità e dei rischi di estinzione cui sono esposti, in modo particolare quelli ubicati in prossimità o inglobati nelle aree urbane.

In Italia, finora, sono state istituite 65 zone umide, distribuite in 15 regioni, per un totale di 82.331 ettari. Sono aree d’importanza internazionale riconosciute e inserite nell’elenco della Convenzione di Ramsar. In Sicilia, sono soltanto sei le zone umide: l’Oasi Faunistica di Vendicari (Noto), il Biviere di Gela, le paludi costiere di Capo Feto, Margi Spanò, Margi Nespolilla e Margi Milo (Mazara del Vallo-Marsala), i laghi di Murana, Preola e Gorghi Tondi (Mazara del Vallo) e lo Stagno Pantano Leone (Campobello di Mazara). Nessuna zona umida, come si vede, è stata ancora istituita nella provincia di Catania. Tra i tanti ambienti umidi sparsi nel territorio etneo qualcuno potrebbe avere i requisiti per essere riconosciuto “zona umida”? Sicuramente sì. Lo meriterebbero, per esempio, la foce del Simeto e l’ambiente umido della Timpa di Leucatia. Quest’ultimo, in particolare, è davvero una rarità ed è riuscito ad arrivare intatto ai giorni nostri nonostante la scellerata espansione urbanistica degli ultimi decenni che l’ha ormai circondato. Si trova nella periferia settentrionale di Catania, tra Barriera e Canalicchio, dove ancora sono presenti i ruderi del secentesco acquedotto dei Benedettini, là dove le lave dei Centri eruttivi alcalini antichi (eruzioni avvenute tra 200 mila e 100 mila anni fa) giungono a contatto con le argille grigio-azzurre (le stesse che formano il basamento dell’intero edificio vulcanico etneo), provocando l’affioramento in superficie di cospicue quantità d’acqua provenienti da quell’immenso serbatoio, qual è appunto l’Etna, acque che scorrono in superficie tutto l’anno. Secondo calcoli effettuati in diversi periodi dell’anno, la portata idrica non scende mai sotto di 80-120 litri al secondo, con punte nei mesi autunnali che arrivano fino a 200-250 litri al secondo. Le acque che affiorano dalle numerose sorgenti formano piccoli ruscelli che scorrono rumorosi seguendo il pendio del terreno. Una parte di esse, sono convogliate in una lunga canaletta chiusa da una caditoia metallica e, da qui, inutilmente e colpevolmente incanalate nel canale di gronda: si disperderanno in mare, anziché essere recuperate e destinate al vicino Parco Gioeni a scopo irriguo e antincendio. Sono davvero lontani i tempi dei saggi frati benedettini, i quali più di tre secoli e mezzo fa, dopo aver acquistato quelle terre, captarono le acque che sgorgavano copiosamente dal terreno e, fatto costruire un acquedotto, le trasportarono fino in città per soddisfare il fabbisogno idrico del monastero di piazza Dante e di buona parte della Catania di allora. Ma torniamo all’ambiente umido della Leucatia. A terra, dove l’acqua è quasi stagnante, è presente la Lenticchia d’acqua, una minuscola Angiosperma Monocotiledone che forma tanti piccoli tappeti verdi. Attorno, abbonda di una graminacea comune lungo i fiumi e nelle acque stagnanti: la Cannuccia di palude con la caratteristica infiorescenza “a pennacchio”. Queste piante hanno un complesso apparato radicale che, oltre a essere in grado di filtrare le impurità delle acque, trattiene le particelle di terra, che rimanendo intrappolate tra le radici, consolidano i terreni fangosi, permettendo ad altre piante di insediarsi. In estate, l’intera area acquitrinosa della Licatia è ricoperta dalla Tifa, riconoscibile per l’infiorescenza color ruggine. Tra la fitta vegetazione, inoltre, è facile individuare il Crescione d’acqua, la Menta acquatica, il Sedano d’acqua e, purtroppo, pure l’invadente Ipomea, una pianta dai vistosissimi fiori viola originaria dell’America tropicale che qui ha ricoperto ogni cosa, ruderi compresi.

Tra i ruderi della “botte dell’acqua” e dell’acquedotto benedettino ormai ricoperti da una folta e lussureggiante vegetazione, vive pure una ricca fauna d’invertebrati, tra cui maggiormente presenti sono gli insetti Ortotteri (cavallette), Odonati (libellule), Ditteri, Coleotteri e, soprattutto, 110 specie di Imenotteri Apoidei con due endemismi siciliani, come accertato alcuni anni fa dal dott. Vittorio Nobile del Dipartimento di Biologia Animale dell’Università di Catania. Ma l’animale che colpisce la fantasia dei cittadini è il Granchio di fiume, un crostaceo che non è una leggenda metropolitana, anche se negli ultimi anni ha corso il grave pericolo di scomparire per sempre, vittima di una caccia spietata per scopi culinari. Numerose pure le specie di vertebrati, tra i quali citeremo la “buffa” (il Rospo), la “larunchia” (il Discoglosso dipinto), la “Serpi niura” (il Biacco), la “Serpi aranatu” (il Colubro leopardino) e numerose specie di Uccelli che si dissetano nelle fresche acque di sorgente, ma che purtroppo sono “predati” da uccellatori che lì distendono le loro reti.

                GIUSEPPE SPERLINGA

 

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