Stelle e Ambiente

Mese: febbraio 2017

LA TIMPA DI LEUCATIA: DALL’AMBIENTE UMIDO AL MONTE SAN PAOLILLO.

ALLA RISCOPERTA DELLA TIMPA DI LEUCATIA
L’associazione Stelle e Ambiente organizza per domenica 12 febbraio una escursione alla riscoperta della Timpa di Leucatia, dall’ambiente umido al monumento di epoca romana di monte San Paolillo.
Equipaggiamento: stivaletti di gomma o scarponcini impermeabili, giacca a vento, felpa, cappellino, borraccia, binocolo.
Lunghezza percorso: 3 km.
Guida il presidente prof. Giuseppe Sperlinga.
Raduno
– ore 8.30: parcheggio del Parco Gioeni.
Info: 3288172095 – 3402161035 (WhatsApp).
CONTRIBUTO DI PARTECIPAZIONE (OBOLO):
– SOCI IN REGOLA CON LA QUOTA SOCIALE 2017: € 2,00
– NON SOCI: € 5,00
E’ POSSIBILE RINNOVARE LE QUOTE SOCIALI O ISCRIVERSI ALL’ASSOCIAZIONE PRIMA DELL’INIZIO DELL’ESCURSIONE.
QUOTE SOCIALI 2017
• € 35,00: soci ordinari (maggiorenni occupati, pensionati)
• € 20,00: soci juniores (di età inferiore a 26 anni)
• € 70,00: soci sostenitori
• € 150,00: soci collettivi (enti, scuole, associazioni)
I soci di Stelle e Ambiente:
– versano un contributo (obolo) di € 2,00 anziché € 5,00 per la partecipazione alle escursioni;
– fruiscono dello sconto del 25% per la partecipazione ai corsi organizzati dall’associazione e per l’acquisto del libro “Etnobotanica Etnea” del prof. Salvatore Arcidiacono;
– agevolazioni in esercizi commerciali convenzionati in fase di definizione.

LOCANDINA TIMPA DI LEUCATIA 12FEBBRAIO2017  PERCORSO TIMPA DI LEUCATIA 12FEBBRAIO2017  Monumento funerario romano

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NEL CIELO DI FEBBRAIO FANNO CAPOLINO LE COSTELLAZIONI PRIMAVERILI

Il breve febbraio è un mese di transizione per ciò che riguarda l’aspetto del cielo, perché dominano ancora le costellazioni invernali, come l’imponente Orione, ma nell’orizzonte orientale cominciano a fare capolino quelle primaverili, precedute dal Leone.

Cominciamo a scrutare il cielo puntando lo sguardo verso la calotta circumpolare, vale a dire quella placa del cielo con le costellazioni che non sorgono né tramontano, sono sempre visibili tutto l’anno. L’Orsa Maggiore è alta già in prima serata in direzione Nord-Est col Gran Carro capovolto, mentre dalla parte opposta troneggia la coppia regale formata da Cefeo (re dell’antica Etiopia, il cui territorio si estendeva dalla riva sud-orientale del Mediterraneo fino al Mar Rosso e comprendeva parte degli attuali Egitto, Giordania e Israele) e dalla sua vanitosa consorte Cassiopea, facilmente riconoscibile in cielo per le stelle disposte a formare una “W”. Spostandoci verso Sud si riconoscono le costellazioni del Perseo, del Toro con la rossa Aldebaran e, ancora alto sull’orizzonte, la regina delle costellazioni invernali: Orione, accompagnato dal Cane Maggiore con la luminosissima Sirio e dal Cani Minore con Procione. Più in alto del Toro, sono ancora visibili le costellazioni dell’Auriga con la brillante Capella (la capretta che allattò Giove) e dei Gemelli con Castore e Polluce, le due stelle più brillanti della costellazione di cui fanno parte. Volgendo, infine, lo sguardo a oriente fanno la loro apparizione le costellazioni del cielo primaverile: il Leone con Regolo (il piccolo re), il Leone Minore e la Vergine.

Il consueto excursus nel nostro sistema planetario ci fa vedere la nostra stella diurna, il Sole, proiettato tra le stelle della costellazione del Capricorno fino al 16 febbraio, quando passa nella costellazione dell’Acquario. La Luna sarà al primo quarto il 4, plenilunio l’11, ultimo quarto il 18, novilunio il 26. La notte tra il 10 e l’11 febbraio si verificherà una eclisse di penombra di Luna, che per la verità è un fenomeno poco appariscente, ma che farà registrare un calo di luminosità dell’argenteo satellite naturale della Terra. L’eclisse sarà visibile dall’Italia e questi saranno i tempi: la Luna entra nella penombra alle 23,32 del 10, il massimo si avrà all’1,43 dell’11 e alle 3,55 il nostro satellite uscirà dalla penombra. I pianeti. Il piccolo ed elusivo Mercurio sorge un’ora prima del Sole e col passare dei giorni si avvicina sempre di più al Sole fino a quando i bagliori solari lo renderanno inosservabile. Venere, dopo aver brillato nelle sere di gennaio, si abbassa verso l’orizzonte occidentale e, alla fine mese, tramonta poco meno di tre ore dopo il Sole. Il pianeta di Citera si trova nella costellazione dei Pesci. Il rosso Marte è, come Venere, osservabile nelle prime ore della sera, anch’esso nella costellazione dei Pesci. Il gigantesco Giove è visibile per quasi tutta la notte, sorge a oriente prima della mezzanotte nei pressi della stella Spica della Vergine. Il pianeta degli anelli, Saturno, è osservabile al mattino presto, nel cielo sud-orientale. Urano è ancora visibile dopo il tramonto, a occidente. Nettuno è inosservabile. Plutone, capostipite dei Plutoidi, è individuabile con un buon telescopio poco prima che sorga il Sole, molto basso sull’orizzonte sud-orientale, nel Sagittario, dove rimarrà ancora fino al 2023.

Chiudiamo ricordando che il 4 febbraio ricorre il 111° anniversario della nascita di Clyde Tombaugh, l’astronomo americano che nel 1930 scoprì Plutone, a lungo considerato il nono pianeta del Sistema solare, oggi declassato al rango di pianeta nano. La sonda spaziale New Horizons, lanciata il 19 gennaio 2006, contiene una parte delle sue ceneri. Portata al termine la missione, nel 2015, la sonda sta vagando nello spazio: quelli di Tombaugh saranno gli unici resti umani ad aver varcato i confini del Sistema Solare.

GIUSEPPE SPERLINGA

 

CIELO FEBBRAIO2017 LA SICILIA 31GENNAIO2017  Eclissi_lunare_penombra_11-02-2017 Nord_Febbraio Sud_FebbraioNEBULOSA DI ORIONE

ETNOBOTANICA ETNEA – LE PIANTE SELVATICHE E L’UOMO

Il quotidiano “La Sicilia” di giovedì 2 febbraio 2017, a pag. 17, pubblica la recensione a firma di chi scrive del libro del prof. Salvatore Arcidiacono “Etnobotanica Etnea. Le piante selvatiche e l’uomo”, 150 pp, Editrice Danaus, € 20,00. Per facilitarne la lettura, ecco qui di seguito il testo integrale della recensione, che per motivi di spazio è stato necessario ridurre.
Buona lettura!
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L’uomo ha sempre avuto uno stretto legame con le piante selvatiche. Sono rapporti che riguardano il loro uso nella medicina e veterinaria popolare (fitoterapia), artigianato, agricoltura, pastorizia, alimentazione (fitoalimurgia), cosmesi, liquoristica, senza dimenticare il loro impiego nelle feste, nei riti religiosi e magici, nei giochi, nelle credenze, nei proverbi e nei modi di dire popolari. Per la verità, tali relazioni si sono affievolite con l’avvento della civiltà delle macchine e della plastica, ma negli ultimi anni si registra una chiara inversione di tendenza, grazie al fatto che le conoscenze etnobotaniche stanno riscuotendo un notevole interesse pure tra il grande pubblico.
Per citare un esempio, sempre più persone desiderano saperne di più sulle verdure spontanee commestibili, su quelle erbe selvatiche che in un passato non molto remoto, per i siciliani, costituirono una fondamentale risorsa alimentare. Nella stagione propizia era consuetudine, quasi quotidiana, andare per erbe (“a cogghiri viddura”, per usare un’espressione dialettale siciliana). È vero che tale usanza alimentare derivava da uno stato di necessità sia per la cronica indigenza delle classi meno abbienti, ma altrettanto incontrovertibile che, oggi, la fitoalimurgia non ha più questa funzione sociale sia per l’accresciuto benessere economico e che sono sempre più numerose le persone che stanno riprendendo ad andare per verdure, da cui ricavano due indiscutibili benefici: un’alternativa all’usuale menù; la possibilità di fare lunghe e salutari passeggiate in campagna. Chi pratica questo passatempo dovrebbe, però, avere precise competenze sulle piante che si appresta a raccogliere, perché tutti possono andare a cogliere verdure selvatiche commestibili, ma non tutti sono in grado distinguere le piante mangerecce da quelle velenose, la cui ingestione costringe spesso a far ricorso alle cure ospedaliere se non, nei casi più gravi, di finire al camposanto.
E, ancora, si pensi agli usi familiari di piante come l’asparago selvatico (“sparacogna”) utilizzato nelle “cone” e nei presepi; all’uso della canna comune per la realizzazione di manufatti come panieri, ceste, fiscelle, cofani (“cufini”), i quali, soppiantati dal prepotente avvento della plastica, stanno tornando di nuovo in auge.
Nel sempre più vasto panorama editoriale riguardante l’Etnobotanica fa capolino il nuovo pregevole libro “Etnobotanica Etnea. Le piante selvatiche e l’uomo” del prof. Salvatore Arcidiacono, stampato dall’Ente Fauna Siciliana per i tipi della casa editrice Danaus di Palermo. Esperto etnobotanico, l’Autore ha acquisito in campagna una straordinaria mole d’informazioni e conoscenze sulle piante selvatiche che hanno o avevano un rapporto diretto con l’uomo attingendo alla fonte, vale a dire intervistando i contadini, i pastori, gli anziani incontrati in campagna o nei paesi dell’area della provincia di Catania che si estende su suoli di natura vulcanica.
Arcidiacono descrive con linguaggio semplice ma senza sacrificare il rigore scientifico quarantaquattro specie di piante selvatiche che hanno rapporti pratici con l’uomo nella vita quotidiana, spaziando da quelle su cui circolano credenze popolari prive di fondamento scientifico, come le orazioni attorno all’Artemisia (“erba ianca”) che avrebbero effetto vermifugo, a quelle utilizzate in cucina come la Costolina, nota nel territorio etneo col nome di “Cosc’i vecchia”, gustosa e molto apprezzata verdura selvatica, oppure come il Guado (“Cavulucarammu”), broccoletti selvatici un tempo utilizzati per colorare i vestiti, oggi raccolti a scopo alimentare, di cui si raccolgono le infiorescenze (i “giummi”) per essere mangiati lessi e conditi con olio e limone.
Il lettore troverà pure notizie sulla Ferula, i cui fusti sono raccolti nel periodo estivo e dopo l’essiccatura sono ancora oggi usati per farne sgabelli rustici, i famosi “furrizzi”, mentre un tempo erano ricercati per realizzare le arnie (“fascetru”) oppure per la “menzatagghia”, una sorta di rudimentale registro mastro fiduciario ottenuta spaccando longitudinalmente il fusto in modo da ottenere due parti uguali, sulle quali s’incideva una tacca (“tagghia”) sull’una e sull’altra parte in modo che alla fine coincidessero facendole combaciare.
E, ancora, non potevano mancare due regine delle verdure selvatiche mangerecce del territorio etneo: i cavuliceddi o caliceddi, protagonisti di una tradizionale sagra paesana a Ragalna, dove si gustano con la salsiccia e il vino; e l’Urrania (Borragine), ottima sia lessata e mangiata con olio e limone oppure col riso con caciocavallo tagliato a pezzetti (“paparotta”).
Non meno importante, infine, la descrizione di piante selvatiche utilizzate per realizzare trastulli infantili, quali l’aquilone con la Canna domestica, gli scoppiettii (“scattioli”) con il calice ovoidale dello Strigolo, la trottola (“tuppetturu”) con il tronco del Bagolaro (“Minicuccu”), la cerbottana fatta con un internodo di canna per “sparare” come proiettili i semi dei frutti del minicuccu, e numerosi altri ancora. In questo bel volume, Salvatore Arcidiacono conduce il lettore alla riscoperta di un mondo che si credeva fosse estinto con l’avanzare della civiltà dei computer, dove tutto è virtuale. Leggerlo, per i più giovani sarà come esplorare un universo sconosciuto, qual è, appunto, quello delle piante selvatiche presenti nel territorio etneo, mentre per i meno giovani sarà come una rivisitazione di un mondo ormai quasi tutto scomparso, ma che non sarà mai dimenticato grazie al contributo di studiosi seri e qualificati come Salvatore Arcidiacono.
GIUSEPPE SPERLINGA

RECENSIONE LIBRO ARCITURI ETNOBOTANICA ETNEA LA SICILIA 2FEBBRAIO2017 COPERTINA LIBRO ARCIDIACONO