Stelle e Ambiente

Mese: febbraio 2021

MOTOSEGA IMPAZZITA AL POLICLINICO DI CATANIA DECAPITA 30 FICUS MICROCARPA, 3 FALSO PEPE E 2 FALSO KAPOK

Adesso la misura è davvero colma! A Catania e provincia, capitozzano tutti, è come se avessero dichiarato guerra agli alberi. A dare il pessimo esempio è sempre stato il Servizio tutela (sic!) e gestione del Verde pubblico del Comune di Catania, che non ha esitato a ordinare orribili decapitazioni e mutilazioni ai danni degli alberi che costituiscono il patrimonio arboreo di tutti i catanesi. Esempio imitato da privati e da Enti pubblici, quali sono le Direzioni ospedaliere di due importanti nosocomi cittadini: il Policlinico e il Cannizzaro, che ordinano capitozzature senza pietà.
Il quotidiano La Sicilia di oggi, martedì 16 febbraio 2021, pubblica l’ennesimo articolo-denuncia contro questa barbara pratica operata in aperta violazione del “Regolamento del Verde pubblico e privato della città di Catania”, approvato dal Consiglio Comunale il 6 agosto 2019.
E’ auspicabile l’intervento della Polizia ambientale e della Procura della Repubblica per porre fine a questo scempio ambientale che costituisce una seria minaccia alla salute degli alberi cittadini.
Per facilitarne la lettura, ecco qui di seguito il testo integrale dell’articolo con una appendice finale che per esigenze di spazio non è stato possibile pubblicare:
Fino a ieri, i trenta Ficus microcarpa, i tre Falso pepe (Schinus molle) e i due Falso kapok (Ceiba speciosa) del Policlinico di via Santa Sofia dell’Università di Catania erano alberi in buona salute, che nonostante le ripetute capitozzature degli anni passati avevano sviluppato una folta ma informe chioma che ospitava una quantità di nidi di uccelli, davano ombra e frescura al parcheggio, rilasciavano ossigeno e rimuovevano una cospicua quantità di anidride carbolica e particelle inquinanti dall’atmosfera. Da ieri, il loro aspetto è mutato, non sono più così, perché sono stati letteralmente decapitati, capitozzati dalla motosega selvaggia che li ha privati della chioma, facendogli assumere una forma spettrale con quelle branche tranciate e spoglie protese verso l’alto quasi a invocare vendetta al cielo e agli uomini. Stavolta il Comune non c’entra, a ordinare una simile barbarie è stata la Direzione dell’Azienda ospedaliero universitaria Policlinico “Gaspare Rodolico-San Marco”, che evidentemente ignora che la capitozzatura, la cimatura e la drastica potatura sono vietate per legge, a meno che l’albero non sia malato e costituisca una minaccia per l’incolumità dei cittadini (e non era il caso degli orribilmente mutilati), come ricorda l’ing. Giuseppe Rannisi della LIpu. L’Azienda ignora pure che nella nostra città, dal 6 agosto 2019, è in vigore il “Regolamento del Verde pubblico e privato della città di Catania” che vieta simili interventi e che prima di procedere a qualsivoglia operazione di potatura o taglio occorre chiedere l’autorizzazione.
In attesa di conoscere le motivazioni dell’Azienda Policlinico, tenuto in debito conto l’infrazione dell’articolo 18 del Regolamento del Verde pubblico e privato, abbiamo chiesto all’architetto Marina Galeazzi, dirigente del Servizio tutela e gestione del Verde pubblico del Comune di Catania, se la Direzione (che non è nuova a simili “prodezze” ai danni degli alberi presenti all’interno delle strutture sanitarie di sua competenza, ex ospedale Vittorio Emanuele docet) era stata autorizzata dal suo ufficio a eseguire la totale eliminazione della chioma degli alberi. In caso di risposta negativa, come pensa di intervenire? Sarà sanzionata, la Direzione del Policlinico, come prevede il Regolamento comunale?
Lapidaria la risposta della dirigente comunale: “Non siamo stati noi a ordinare le capitozzature degli alberi all’interno del Policlinico. Io non faccio attività sanzionatoria, potreste denunciare alla Polizia ambientale. Noi ci occupiamo di manutenzione del verde comunale.”
Dura e senza perifrasi, invece, è la risposta del prof. Pietro Pavone, già ordinario di Botanica nella nostra Università: “Purtroppo, c’è la preoccupazione da parte dei pubblici funzionari (che in fatto di piante sono totalmente ignoranti) che più si taglia e più sicurezza si ha. Cosa assolutamente falsa. Non si fa altro che indebolire la struttura arborea creando marciumi interni ai tronchi che a distanza di anni cederanno al primo soffio di vento. Certo, i Ficus microcarpa sono piante molto resistenti, ma anche loro avranno problemi nel tempo e, inoltre, gran parte di queste potature sono pure state fatte male a giudicare dalle immagini che ho visto. Ma questo è un altro problema: non ci sono più bravi potatori, basta vedere i tagli fatti sui rami.”
In effetti, l’intervento di capitozzatura è molto più semplice da attuarsi rispetto a un oculato intervento di potatura, che deve essere puntuale e calibrato per ciascun albero. Ne consegue che l’operatore, il più delle volte senza qualifica, si limiti a tranciare le branche primarie mediante tagli con la motosega. Qual è il risultato è presto detto: si guadagna di più e si impiega meno tempo, riducendo l’antica arte della potatura a una volgare pratica vandalica e violenta nei confronti degli alberi. L’unico strumento efficace per contrastare questa modalità deprecabile di gestione del verde pubblico e privato è il Regolamento comunale del verde, che a Catania è operativo da oltre un anno e mezzo. Ma non tutti ne sono a conoscenza, come dimostra l’ennesima capitozzatura all’interno di un ospedale e anche operata da privati cittadini.
Per ciò che riguarda lo scempio degli alberi perpetrato in questi ultimi giorni all’interno del Policlinico, vi sono tutti gli estremi per l’intervento della Polizia ambientale e, soprattutto, della Procura della Repubblica, cui non mancano gli elementi per almeno un paio di reati commessi: violazione dell’articolo 18 del Regolamento del Verde pubblico e privato della città di Catania e danno erariale.
GIUSEPPE SPERLINGA
 
SETTE BUONI MOTIVI PER NON CAPITOZZARE GLI ALBERI
1) Sono stati privati della loro chioma, con le piante ormai vicine al risveglio vegetativo (il 1° marzo entra la primavera meteorologica), nelle quali, venendo meno l’inibizione della chioma, si avrà il riscoppio disordinato delle gemme e, tra un paio d’anni, gli alberi avranno una chioma informe e più bassa: il rimedio risulterà peggiore del male.
2) Il parcheggio sarà privo di ombra e frescura.
3) Gli alberi senza chioma non potranno rimuovere l’anidride carbonica né rilasciare ossigeno all’interno di un ospedale che sorge una zona intensamente trafficata da auto e mezzi pesanti.
4) Con la privazione della chioma, sono stati distrutti numerosi nidi di uccelli.
5) L’effetto estetico è squallido e deprimente.
6) Le superfici di taglio dei grossi rami non sono state ricoperte da sostanze cicatrizzanti e ciò permetterà l’accesso di germi patogeni che faranno marcire la pianta dall’interno.
7) L’unica consolazione è che i Ficus microcarpa sono piante robuste, ma ciò nonostante la loro vita rischia di accorciarsi del trenta per cento.
G.S.
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IL CIELO DI FEBBRAIO 2021

AVARO DI EVENTI IL CIELO DI FEBBRAIO 2021
Un antico proverbio contadino ammonisce che febbraio è “corto e amaro”. In tempi moderni, bisognerebbe rimodularlo in “corto e avaro”, perché il suo cielo è davvero povero di eventi astronomici. Fino al 16, il Sole si trova proiettato tra le stelle della costellazione del Capricorno, poi passa nell’Acquario. Nel cielo fossile dell’Astrologia, invece, la nostra stella diurna si troverebbe già nel segno dell’Acquario fin dal 19 gennaio e il 18 febbraio passerebbe in quello dei Pesci, con buona pace dei creduloni che continueranno a leggere l’oroscopo di un altro. Rapido excursus planetario cominciando da Mercurio, che sarà visibile all’alba verso la fine del mese. Venere sarà anch’esso osservabile all’alba, ma fino al 6, dopo diventa difficile scorgerlo nel cielo orientale. Marte potremo osservarlo per buona parte della notte nel cielo occidentale. Dopo il 14, sempre all’alba, potremo rintracciare Giove e Saturno, bassi sull’orizzonte nord-orientale, tra le stelle della costellazione del Capricorno. Urano sarà ancora visibile nella prima parte della notte nell’orizzonte occidentale tra le stelle dell’Ariete. Nettuno, infine, tramonta subito dopo il Sole nel cielo occidentale.
Scartando le osservazioni delle congiunzioni difficilmente visibili sia perché avverranno alle prime luci dell’alba sia perché i corpi celesti interessati si troveranno molto bassi sull’orizzonte, bisogna aspettare il 18 febbraio per vederne una in ore serali: si tratta della congiunzione tra la Luna quasi al primo quarto con il pianeta rosso Marte proiettati tra le stelle dell’Ariete. La sera successiva, da non perdere l’allineamento tra Marte, la Luna al primo quarto e la fulgida Aldebaran (l’occhio rosso del Toro), con le Pleiadi (‘a Puddara per i siciliani, la Chioccia in italiano) accanto alla Luna.
A dominare il cielo notturno di febbraio saranno ancora le grandi costellazioni invernali. Il quadrilatero di Orione si staglia imponente in direzione meridionale. Prolungando verso l’alto e a destra le tre stelle della cintura del grande cacciatore, Alnitak, Alnilam e Mintaka (il famoso “Tre Bastoni” di verghiana memoria), s’incontra la stella Aldebaran. Più in alto e a sinistra vi è la costellazione dell’Auriga con la brillante Capella (la Capretta che allattò Zeus) e, più in basso, s’incontrano i Gemelli con le stelle Castore e Polluce. Questi ultimi erano i Dioscuri, figli di Leda e di Zeus, che la sedusse apparendole sotto le mentite spoglie di un bellissimo cigno. I Dioscuri erano due gemelli… diversi, sono nati da due uova che contenevano l’uno Polluce ed Elena e l’altro Castore e Clitennestra. Inoltre, al contrario del fratello, Polluce era immortale, erano considerati i protettori dei naviganti durante le tempeste marine e, come Argonauti, parteciparono al viaggio verso la Colchide nella ricerca del Vello d’oro e alla caccia al possente cinghiale di Calidone. Quando Castore morì, Polluce chiese al padre di seguire il fratello nell’aldilà. Zeus l’accontentò a metà, consentendogli di trascorrere un giorno nell’Ade in compagnia del fratello e un giorno nell’Olimpo. Prolungando le tre stelle della cintura in basso a sinistra, vedremo splendere Sirio, la stella più luminosa del cielo notturno e della costellazione del Cane Maggiore. Gli antichi Egizi, grazie all’apparizione di Sirio in cielo erano in grado di prevedere le catastrofiche ma provvidenziali alluvioni del Nilo che col limo trasportato rendevano fertili le campagne. Procedendo sempre a sinistra di Orione ma verso l’alto, vi è Procione, la stella più luminosa del Cane Minore. Sirio, Procione e Betelgeuse formano i vertici del bell’asterismo del “Triangolo invernale”.
Mentre nel cielo occidentale si avviano piano piano a tramontare le costellazioni di Andromeda, del Triangolo, dei Pesci e dell’Ariete, a oriente fanno la loro apparizione le prime costellazioni primaverili precedute dal Leone con Regolo, dal Leone Minore e dalla Vergine. Nel cielo nord-occidentale spicca la “W” di Cassiopea e tra questa e il Toro è facile riconoscere la costellazione del Perseo. Sul versante opposto, a Nord-Est, troviamo il Gran Carro dell’Orsa Maggiore con le celebri galassie M81 e M82 quasi allo zenit. Ricordiamo, infine, che il 4 febbraio ricorre il 115° anniversario della nascita di Clyde Tombaugh, l’astronomo americano che, nel 1930, appena ventiquattrenne, scoprì Plutone. La sonda “New Horizons”, che, nel 2015, sorvolò il remoto pianeta nano, ha a bordo una parte delle ceneri di Tombaugh: per la prima volta, resti umani varcheranno i confini del Sistema solare.
                        GIUSEPPE SPERLINGA
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VENT’ANNI FA CI LASCIAVA IL PROF. MARCELLO LA GRECA

A vent’anni dalla scomparsa del prof. Marcello La Greca, così lo ricorda il prof. Giuseppe Sperlinga, presidente dell’associazione “Stelle e Ambiente”, sodalizio di Cultura scientifica dedicato alla memoria dell’insigne scienziato.

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10 FEBBRAIO 2001-10 FEBBRAIO 2021

20° ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA DEL PROF. MARCELLO LA GRECA

 

Marcello La Greca fu professore ordinario di Zoologia nell’Università di Catania e insigne zoologo di fama internazionale, professore emerito dell’Università di Catania, accademico dei Lincei, presidente dell’Accademia Gioenia di Scienze Naturali, fondatore e primo direttore del Dipartimento di Biologia Animale e artefice della rifondazione dell’annesso Museo di Zoologia (oggi in avanzata radicale ristrutturazione e presto sarà aperto al pubblico), antesignano della Biogeografia e della Biospeleologia in Sicilia.
Fondamentale fu il suo contributo di studioso ed esperto di Politica ambientale sia per l’istituzione del Parco dell’Etna, sia per l’istituzione delle prime Riserve naturali integrali speleologiche in Sicilia da parte della Regione Siciliana, quattro delle quali (RNI “Grotta Palombara” di Melilli, RNI “Grotta Monello” di Siracusa ed RNI “Complesso speleologico Villasmundo-Alfio” di Melilli, RNI “Complesso speleologico Micio Conti-Immacolatelle” di San Gregorio di Catania) sono tuttora gestite dall’Università di Catania tramite il Centro di ricerca Cutgana.
Il prof. La Greca credeva fermamente nell’importante ruolo educativo svolto dalle strutture culturali stabili e nutrì una profonda avversione per la politica dell’effimero. Per oltre trent’anni, si adoperò assiduamente per far istituire a Catania un Museo civico di Storia Naturale, cui avrebbe donato la sua preziosa collezione di Ortotteri, che alla sua morte spiccò il volo per il prestigioso Museo di Storia Naturale di Milano. Purtroppo, dopo anni e anni di incontri, riunioni, anticamere per essere ricevuto da sindaci e assessori comunali senza distinzione di colore politico, i suoi sforzi, furono vanificati dall’incultura profondamente radicata negli amministratori comunali incontrati. Tutt’oggi, infatti, la città di Catania è priva di una struttura museale scientifica come quella proposta dal prof. La Greca.
Collaborò attivamente col compianto indimenticabile Bruno Ragonese di Noto (SR), nel 1973, alla fondazione dell’attivissima associazione naturalistica di ricerca e conservazione “Ente Fauna Siciliana” (EFS), di cui fu pure presidente dopo la scomparsa dell’indimenticabile amico Bruno. A Marcello La Greca, l’EFS ha intitolato il premio internazionale indetto con periodicità annuale.
Sempre alla memoria del prof. La Greca è intitolata l’associazione “Stelle e Ambiente” per la ricerca e la divulgazione scientifica e ambientale fondata due anni dopo la sua scomparsa, nel 2003.
Egli fu, soprattutto, un grande Maestro di Scienza e di Vita per numerosi allievi e studiosi che, dopo la sua scomparsa, hanno portato avanti la Sua Scuola, i Suoi insegnamenti, le Sue ricerche scientifiche.
Lo ricordiamo, a vent’anni dalla scomparsa, con grande affetto e riconoscenza.
Giuseppe Sperlinga

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2 FEBBRAIO 2021 – GIORNATA MONDIALE DELLE ZONE UMIDE

2 FEBBRAIO GIORNATA MONDIALE DELLE ZONE UMIDE

La V Circoscrizione dei Lions Club e le associazioni naturalistiche del territorio catanese Stelle e Ambiente, Amici della Terra, Cepes, Lipu, WWF Sicilia nord-orientale ed Ente Fauna Siciliana ricordano l’avvenimento e partecipano virtualmente alla Giornata mondiale delle zone umide con una locandina avente come sfondo l’ambiente umido della Timpa di Leucatia, un vero è proprio scrigno di biodiversità che dobbiamo fare di tutto per la sua tutela, valorizzazione e fruizione con l’istituzione di un’area protetta e valutare se vi sono i parametri per il suo inserimento nella lista delle zone umide internazionali.

Il quotidiano “La Sicilia” di oggi, 2 febbraio 2021, dedica l’intera pagina 13 alla ricorrenza con un servizio a firma di chi scrive.

Giuseppe Sperlinga

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Ramsar è una città iraniana di quarantamila abitanti che si affaccia sul mar Caspio. Deve la sua fama al fatto che, il 2 febbraio del 1971, fu sede di un’importante conferenza internazionale durante la quale fu approvata da 170 Paesi (tra cui l’Italia), istituzioni scientifiche e organizzazioni internazionali la Convenzione internazionale relativa alle zone umide come habitat degli uccelli acquatici, a tutti nota come “Convenzione di Ramsar”. A promuovere quel summit mondiale fu l’Ufficio internazionale per le ricerche sulle zone umide e sugli Uccelli acquatici, con la collaborazione dell’Unione internazionale per la conservazione della Natura e del Consiglio internazionale per la protezione degli uccelli. Da allora è trascorso mezzo secolo e ogni anno, il 2 febbraio, si celebra in tutto il mondo la “Giornata mondiale delle zone umide” per sensibilizzare tutti sull’importante ruolo svolto dalle zone umide, le quali, ospitando una straordinaria biodiversità, hanno un’elevata capacità di immagazzinare l’anidride carbonica, mitigando così i devastanti effetti dei cambiamenti climatici.

Ma, cosa sono esattamente le zone umide? Come suggerisce lo stesso nome, si tratta di aree caratterizzate dalla presenza permanente o temporanea dell’acqua, quali le paludi, torbiere, acquitrini, specchi d’acqua naturali o artificiali con acqua dolce, salmastra o salata, stagni, laghi, fiumi, ma sono incluse pure le coste marine fino a sei metri di profondità. Esse, però, sono uno scrigno di biodiversità piuttosto fragile, estremamente delicate e sono tra gli ecosistemi più minacciati al mondo, minacce che, manco a dirlo, provengono tutte dall’uomo, che continua a scaricarvi le sostanze inquinanti impiegate nell’agricoltura, gli scarichi industriali, i reflui cloacali dei centri abitati. Eppure, le zone umide ci migliorano la vita, perché contribuiscono a mantenere il microclima, salvaguardano le coste marine dall’erosione, forniscono ogni giorno una immensa quantità d’acqua, sono alla base del sistema di coltivazione del riso, che rappresenta l’alimento fondamentale per quasi il 20 per cento della popolazione mondiale, contribuiscono allo sviluppo economico di un Paese se si pensa che quasi un milione di persone dipendono da pesca e acquacoltura. Inoltre, immagazzinano grandi quantità di carbonio e assorbono le piogge in eccesso, attenuando il rischio di inondazioni, rallentando l’insorgere della siccità e riducendo al minimo la penuria d’acqua. Le zone umide, insomma, sono un autentico tesoro da salvare sia per l’elevato valore naturalistico di questi ambienti, sia per la loro rarità e dei rischi di estinzione cui sono esposti, in modo particolare quelli ubicati in prossimità o inglobati nelle aree urbane.

In Italia, finora, sono state istituite 65 zone umide, distribuite in 15 regioni, per un totale di 82.331 ettari. Sono aree d’importanza internazionale riconosciute e inserite nell’elenco della Convenzione di Ramsar. In Sicilia, sono soltanto sei le zone umide: l’Oasi Faunistica di Vendicari (Noto), il Biviere di Gela, le paludi costiere di Capo Feto, Margi Spanò, Margi Nespolilla e Margi Milo (Mazara del Vallo-Marsala), i laghi di Murana, Preola e Gorghi Tondi (Mazara del Vallo) e lo Stagno Pantano Leone (Campobello di Mazara). Nessuna zona umida, come si vede, è stata ancora istituita nella provincia di Catania. Tra i tanti ambienti umidi sparsi nel territorio etneo qualcuno potrebbe avere i requisiti per essere riconosciuto “zona umida”? Sicuramente sì. Lo meriterebbero, per esempio, la foce del Simeto e l’ambiente umido della Timpa di Leucatia. Quest’ultimo, in particolare, è davvero una rarità ed è riuscito ad arrivare intatto ai giorni nostri nonostante la scellerata espansione urbanistica degli ultimi decenni che l’ha ormai circondato. Si trova nella periferia settentrionale di Catania, tra Barriera e Canalicchio, dove ancora sono presenti i ruderi del secentesco acquedotto dei Benedettini, là dove le lave dei Centri eruttivi alcalini antichi (eruzioni avvenute tra 200 mila e 100 mila anni fa) giungono a contatto con le argille grigio-azzurre (le stesse che formano il basamento dell’intero edificio vulcanico etneo), provocando l’affioramento in superficie di cospicue quantità d’acqua provenienti da quell’immenso serbatoio, qual è appunto l’Etna, acque che scorrono in superficie tutto l’anno. Secondo calcoli effettuati in diversi periodi dell’anno, la portata idrica non scende mai sotto di 80-120 litri al secondo, con punte nei mesi autunnali che arrivano fino a 200-250 litri al secondo. Le acque che affiorano dalle numerose sorgenti formano piccoli ruscelli che scorrono rumorosi seguendo il pendio del terreno. Una parte di esse, sono convogliate in una lunga canaletta chiusa da una caditoia metallica e, da qui, inutilmente e colpevolmente incanalate nel canale di gronda: si disperderanno in mare, anziché essere recuperate e destinate al vicino Parco Gioeni a scopo irriguo e antincendio. Sono davvero lontani i tempi dei saggi frati benedettini, i quali più di tre secoli e mezzo fa, dopo aver acquistato quelle terre, captarono le acque che sgorgavano copiosamente dal terreno e, fatto costruire un acquedotto, le trasportarono fino in città per soddisfare il fabbisogno idrico del monastero di piazza Dante e di buona parte della Catania di allora. Ma torniamo all’ambiente umido della Leucatia. A terra, dove l’acqua è quasi stagnante, è presente la Lenticchia d’acqua, una minuscola Angiosperma Monocotiledone che forma tanti piccoli tappeti verdi. Attorno, abbonda di una graminacea comune lungo i fiumi e nelle acque stagnanti: la Cannuccia di palude con la caratteristica infiorescenza “a pennacchio”. Queste piante hanno un complesso apparato radicale che, oltre a essere in grado di filtrare le impurità delle acque, trattiene le particelle di terra, che rimanendo intrappolate tra le radici, consolidano i terreni fangosi, permettendo ad altre piante di insediarsi. In estate, l’intera area acquitrinosa della Licatia è ricoperta dalla Tifa, riconoscibile per l’infiorescenza color ruggine. Tra la fitta vegetazione, inoltre, è facile individuare il Crescione d’acqua, la Menta acquatica, il Sedano d’acqua e, purtroppo, pure l’invadente Ipomea, una pianta dai vistosissimi fiori viola originaria dell’America tropicale che qui ha ricoperto ogni cosa, ruderi compresi.

Tra i ruderi della “botte dell’acqua” e dell’acquedotto benedettino ormai ricoperti da una folta e lussureggiante vegetazione, vive pure una ricca fauna d’invertebrati, tra cui maggiormente presenti sono gli insetti Ortotteri (cavallette), Odonati (libellule), Ditteri, Coleotteri e, soprattutto, 110 specie di Imenotteri Apoidei con due endemismi siciliani, come accertato alcuni anni fa dal dott. Vittorio Nobile del Dipartimento di Biologia Animale dell’Università di Catania. Ma l’animale che colpisce la fantasia dei cittadini è il Granchio di fiume, un crostaceo che non è una leggenda metropolitana, anche se negli ultimi anni ha corso il grave pericolo di scomparire per sempre, vittima di una caccia spietata per scopi culinari. Numerose pure le specie di vertebrati, tra i quali citeremo la “buffa” (il Rospo), la “larunchia” (il Discoglosso dipinto), la “Serpi niura” (il Biacco), la “Serpi aranatu” (il Colubro leopardino) e numerose specie di Uccelli che si dissetano nelle fresche acque di sorgente, ma che purtroppo sono “predati” da uccellatori che lì distendono le loro reti.

                GIUSEPPE SPERLINGA

 

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