Stelle e Ambiente

Author: Giuseppe Sperlinga

IL BACIO CELESTE TRA GIOVE SATURNO NEL GIORNO DEL SOLSTIZIO INVERNALE

Lunedì 21 dicembre, giorno del Solstizio invernale, dopo il tramonto, puntiamo lo sguardo verso sud-ovest per ammirare un grande evento astronomico: la rara strettissima congiunzione tra Giove e Saturno.
Il quotidiano La Sicilia di oggi dedica quasi una pagina con un articolo a firma di chi scrive sullo straordinario fenomeno celeste.
Per agevolarne la lettura, ecco il testo, seguito da un secondo pezzo che, purtroppo, per esigenze di spazio non è stato possibile pubblicare.
Buona lettura e, mi raccomando, l’appuntamento è da non perdere!
Giuseppe Sperlinga
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IL BACIO CELESTE TRA GIOVE SATURNO NEL GIORNO DEL SOLSTIZIO INVERNALE
L’appuntamento è imperdibile. Il 21 dicembre, poco dopo il tramonto del Sole, piantate in asso tutto, concedetevi una pausa e volgete lo sguardo verso il cielo, in direzione sud-ovest, tra le stelline della costellazione del Capricorno, per ammirare un raro spettacolo offerto gratuitamente dalla Natura: l’abbraccio celeste tra i pianeti Giove e Saturno bassi sull’orizzonte. Se le nuvole non si metteranno di traverso, a quell’ora del giorno del solstizio invernale, dopo quattro secoli, i due giganti gassosi del Sistema solare concluderanno il loro lungo inseguimento, saranno allineati e, prospetticamente, torneranno a essere vicinissimi: la loro congiunzione sarà talmente stretta da dare l’impressione, a chi osserva a occhio nudo, di vedere un unico luminosissimo pianeta. Come tutte le congiunzioni planetarie, pure quella tra Giove-Saturno è un evento piuttosto frequente, accade all’incirca ogni 20 anni. Il vero Signore degli anelli, infatti, impiega quasi 30 anni per compiere una rivoluzione intorno al Sole, mentre Giove circa 12 anni. Fatti i calcoli, ogni 20 anni, Giove “raggiunge” Saturno ed ecco che si verifica la congiunzione tra i due pianeti. Ma ciò che rende straordinaria quella del 21 dicembre di quest’anno è che la separazione tra i due pianeti sarà di un solo decimo di grado.
Nella realtà, essendo le congiunzioni prospettiche, i pianeti saranno ben distanti tra essi. Si troveranno, infatti, a 734 milioni di chilometri l’uno dall’altro, più precisamente Giove sarà a 886 milioni di chilometri da noi e Saturno a un miliardo e 620 milioni. Oltre che a occhio nudo, il raro fenomeno celeste potrà essere osservato con un binocolo 10×50 per inquadrare Giove e Saturno nello stesso campo visivo. L’uso di un piccolo telescopio riflettore o rifrattore consentirà di inquadrare Io, Europa, Ganimede e Callisto, le quattro lune galileiane attorno a Giove, nonché di ammirare il favoloso sistema di anelli di Saturno e Titano, la sua luna più grande.
Quella del solstizio invernale di quest’anno sarà, dunque, la prima congiunzione Giove–Saturno del terzo millennio e la più stretta dal 1623, vale a dire ai tempi di Galileo Galilei e Giovanni Keplero. L’astronomo tedesco, 397 anni fa, osservò una congiunzione stretta tra Giove e Saturno, ma non ebbe fortuna, perché nei primi giorni i due pianeti erano troppo vicini al Sole, nei giorni seguenti il cielo di Praga fu sempre coperto da nuvole. Dovette attendere una settimana, il giorno di Natale del 1623, il povero Keplero per osservare i due pianeti vicini, ma ormai non più al minimo della loro distanza.
Noi ci auguriamo di essere più fortunati di Keplero e la sera del solstizio d’inverno non lasciamoci sfuggire la visione di questo “bacio” tra Giove e Saturno, perché le prossime congiunzioni si verificheranno il 31 ottobre 2040 e il 7 aprile 2060, ma per vederne una così stretta come quella di quest’anno bisognerà attendere 15 marzo del 2080.
                                                                                    GIUSEPPE SPERLINGA
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FU LA TRIPLA CONGIUNZIONE GIOVE-SATURNO DELL’ANNO 7 A.C. A GUIDARE I RE MAGI FINO ALLA CAPANNA DI GESÙ BAMBINO?
Nel Vangelo di Matteo (2,1-12) si legge che sarebbe stata una stella che guidò i Magi apparsi dall’Oriente per adorare il Re dei Giudei. Stella che, nel tempo, l’immaginario popolare la trasformò in “cometa di Gesù Bambino”. Gli astronomi, pur ritenendola suggestiva, non sono mai stati convinti sulla natura cometaria dell’astro che, oltre duemila anni fa, avrebbe guidato Baldassarre, Gaspare e Melchiorre. In nessun documento antico, infatti, si trovano tracce inequivocabili sul transito in cielo di un astro chiomato nel periodo in cui nacque Gesù. Rimane in piedi l’ipotesi della congiunzione planetaria sostenuta da Keplero, il quale era convinto che a guidare i Magi fu la presenza nei cieli dell’antica Mesopotamia (l’odierno Iraq) della congiunzione che si verificò per ben tre volte nel corso dell’anno 7 a.C., presunta data di nascita di Gesù, fra i pianeti Giove e Saturno proiettati tra le stelle della costellazione dei Pesci.
Quale che sia l’astro luminoso che avrebbe guidato i Magi nel loro lungo viaggio a Betlemme per la nascita di Gesù, su una cosa sono tutti d’accordo: nella sua celebre Natività all’interno della stupenda Cappella degli Scrovegni, a Padova, Giotto associa la stella a una cometa dalla lunga coda e la dipinse come realmente vide, nel 1301, rimanendone impressionato, la cometa di Halley, con un nucleo sferico e non irto di punte come quella dei presepi.
                                                   G.S.
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STELLE E AMBIENTE
Associazione per la ricerca e divulgazione astronomica e ambientale “Marcello La Greca” – Catania
Presidente: prof. Giuseppe Sperlinga
Contatti: 3288172095 -3402161035 (WhatsApp) – info@stelleambiente.it – www.stelleambiente.it
Carissime/i soci consiglieri, soci, amici e simpatizzanti,
dopo ben due rinvii dovuti all’emergenza sanitaria in atto, il dott. Paolo Nicotra, presidente del Lions Club Bellini, mi comunica che è stata fissata per sabato 9 gennaio 2021 la data per l’intervento di pulizia dell’ingresso dell’ambiente umido della Timpa di Leucatia, precedentemente programmata prima in novembre e poi rinviata a dicembre, entrambe annullate. Nella locandina allegata potrete leggere i particolari della lodevole iniziativa promossa dal Lions Club Bellini.
Adesso l’auspicio è che i tanti scellerati catanesi, che con il loro comportamento criminale dell’estate scorsa hanno causato l’arrivo della seconda ondata di contagi, in occasione delle festività natalizie non causino l’assai temuta terza ondata. Se ciò dovesse accadere, saremmo costretti al rinvio per la terza volta dell’intervento di riqualificazione dell’area d’ingresso della zona umida. In tal caso, seguirà tempestiva comunicazione di rinvio della manifestazione.
Vi aspetto, dunque, “armati” di rastrello e guanti da giardiniere per dare una mano a ripulire l’area che purtroppo e dimenticata dalla due amministrazioni comunali di Catania e Battiati.
Colgo l’occasione per augurare a tutti voi di trascorrere serenamente le festività natalizie in ottima salute insieme con i vostri familiari: AUGURI!
Il Presidente
Giuseppe Sperlinga
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SALVATORE FRANCO, PRETE E SCIENZIATO DI BIANCAVILLA (CT)

SALVATORE FRANCO, IL PRETE-SCIENZIATO DI BIANCAVILLA CHE NEL 1900 VINSE LA MEDAGLIA D’ORO ALL’ESPOSIZONE UNIVERSALE DI PARIGI

Nel 1868, la cittadina di Biancavilla diede i natali al geniale sacerdote-scienziato Salvatore Franco. Pochi sono i biancavillesi che se ne ricordano, ancor meno i catanesi. Eppure, nel 1900, Franco vinse la medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Parigi per la sua ingegnosa invenzione del “Calendario perpetuo meccanico”, del quale esiste al mondo un unico modello, oggi, custodito ed esposto nel Museo diocesano di Catania. L’Osservatore Romano del 27 agosto dello stesso anno così commentò il prestigioso riconoscimento attribuito a Franco: “Fra i nomi di quegli scienziati che più si sono distinti, onorando così la Patria all’Esposizione Universale di Parigi, quello del Prof. Franco da Catania si eleva al di sopra degli altri per dottrina e per merito. Egli sin da giovanetto si dedicò con tanto ardore allo studio delle Scienze matematiche che in breve tempo s’attirò l’ammirazione del P. Denza e di altri Astronomi, avendolo costoro trovato in pieno possesso della Meccanica, dell’Ottica e dell’Analisi Sublime. A soli 18 anni (Franco era ancora un giovane chierico del Seminario Arcivescovile di Catania, ndr) fece una bellissima macchina che chiamò Calendario Perpetuo Meccanico, che da molti professori e scienziati venne ritenuta una vera e grandiosa invenzione. È un apparecchio che messo in movimento per un meccanismo d’orologeria serve ad indicare le date di ciascun anno cioè: la Festa di Pasqua, le Feste Mobili, la Epatta, la Lettera Domenicale, il Numero d’Oro, l’Indizione Romana, le Ore della levata e del tramonto del Sole. Questo suo primo lavoro esaminato nell’esposizione Vaticana del 1888 in Roma dal P. Ferrari e dagli altri insigni matematici di Montecassino, i quali ne rimasero ammirati, venne premiato, benché ancora in embrione molto rozzo e ristretto, con medaglia di bronzo. Ed ora già modificato ed in forme più eleganti è stato all’Esposizione Universale di Parigi premiato con Medaglia d’Oro, primo premio designato a strumenti di simil genere della Sezione Italiana”. Sette anni dopo, il Calendario perpetuo meccanico sarà presentato all’Esposizione di Catania e gli valse il conferimento di una seconda medaglia d’oro.

Salvatore Franco fu un fine studioso di Gnomonica e ingegnoso progettista di quadranti solari, come l’Horologium Solarium Catanensium, realizzato tra il 1888 e il 1890; i due complessi quadranti solari del seminario di San Giovanni La Punta, uno dei quali capace di mettere in relazione l’ora locale con il mezzogiorno relativo al fuso orario corrispondente; l’orologio a riflessione funzionante mediante un gioco di specchi. L’Horologium Solarium Catinensium era collocato su una parete di un edificio della corte dell’Arcivescovado di Catania, in via Vittorio Emanuele, proprio di fronte al portone da cui il cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, uscendo, poteva leggere l’ora segnata dall’ombra proiettata dallo stilo gnomonico. Agli inizi degli anni Venti del ‘900, il quadrante solare fu inspiegabilmente rimosso dalla sua parete e i frammenti marmorei accantonati per terra, in un angolo del cortile dell’Arcivescovado. Vi rimarranno per ben 84 anni, per tutti erano insignificanti pezzi di marmo senza storia. Il principale artefice del recupero dei frammenti marmorei dell’orologio solare di Padre Franco è stato un geometra nisseno di origine, ma catanese di adozione: Michele Trobia, esperto di Gnomonica e progettista di quadranti solari, cui abbiamo chiesto quando ha avuto inizio la storia del rinvenimento e del recupero di ciò che rimaneva dell’ottocentesca meridiana di Franco. “Tutto cominciò un giorno di luglio del 1996 – ricorda Trobia – quando mi accorsi che in un angolo della corte del Palazzo della Curia Arcivescovile giacevano i frammenti marmorei di un antico quadrante solare, assai mal ridotto e con moltissime parti mancanti sia nelle rette orarie sia nelle frasi riportate. Compresi subito che si trattava del quadrante solare del sacerdote-scienziato biancavillese. Ne parlai all’amico Luigi Prestinenza, che subito pubblicò diversi articoli su La Sicilia che servirono a portare alla ribalta della cronaca l’esistenza di questo quadrante. Gli articoli sollecitavano le autorità competenti a prendersi cura dell’orologio e riportarlo, dopo un adeguato restauro, agli antichi splendori, perché potesse essere ammirato e ‘letto’, essendo esso uno strumento di altissimo valore didattico oltre che artistico e storico”.

Successivamente, Trobia sottopose il problema all’attenzione dell’arcivescovo pro tempore, monsignor Luigi Bommarito, che tramite il suo Vicario, monsignor Pappalardo, gli fece sapere che si riprometteva di recuperare il quadrante solare e di ricollocarlo nella sede appropriata. “Purtroppo – aggiunge con amarezza Trobia – difficoltà di ordine generale e le vicende che si susseguirono riguardanti le personalità allora coinvolte, fecero bloccare per qualche tempo il progetto di recupero e di restauro del quadrante. Fra l’altro, proprio in quel tempo, mons. Bommarito lasciò la guida della Diocesi, per raggiunti limiti d’età, e venne così a mancare il più importante punto di riferimento dell’intera operazione, tanto è vero che si rivelarono inutili i tentativi di sollecitarne il recupero attraverso altri articoli su La Sicilia, sempre a firma dell’indimenticabile Prestinenza”. L’orologio solare di Salvatore Franco ricadde nell’oblìo, tutto tacque per anni, durante i quali il frammento marmoreo più grosso fu, addirittura, rimosso e appeso sulla parete occidentale della Corte di Palazzo degli Elefanti, come un pezzo di antiquariato qualsiasi. Vi rimarrà fino al 2010, quando Trobia torna alla carica e ripropone il problema del recupero e restauro conservativo del quadrante solare all’attuale Arcivescovo Metropolita, monsignor Salvatore Gristina, il quale comprese subito l’importanza del restauro e, attraverso i suoi diretti collaboratori, avviò le operazioni di recupero e restauro del quadrante solare. “Alla ripresa delle operazioni di restauro – continua Trobia – avvenuta nel 2011, altri piccoli frammenti furono ritrovati e custoditi dal signor Gerardo Turchetti, dipendente dello stesso Arcivescovado, dopo di che fu possibile portare a termine il restauro conservativo, che è stato eseguito dagli esperti del Laboratorio Conservazione Beni Culturali “Calvagna Restauri” di Aci Sant’Antonio. La costruzione dei vari elementi dello ‘stilo’ (con la sola esclusione della ‘stella a sette punte’), degli ‘ortostilo’ e del cono di appoggio della lemniscata laterale destra, il loro assemblaggio e ancoraggio sono state opere eseguite, secondo precise indicazioni gnomoniche, dal signor Antonino Allegra”. La mattina del 15 maggio 2012, l’orologio solare di Salvatore Franco è stato restituito al suo antico splendore ed è tornato a funzionare su quella stessa parete della corte del Palazzo Arcivescovile di Catania per la quale era stato progettato, dopo alcuni mesi di paziente e certosina opera di ricostruzione e restauro conservativo, A inaugurarlo, è stato l’arcivescovo metropolita mons. Salvatore Gristina, davanti a un pubblico di studiosi, astronomi e cultori di Gnomonica, semplici cittadini, tra i quali, su una sedia a rotelle, Luigi Prestinenza, il giornalista-astrofilo e già caposervizio del nostro giornale (sarà la sua ultima uscita pubblica, perché ci lascerà tre mesi dopo, il 4 settembre). Il quadrante solare di Salvatore Franco, che fu realizzato grazie al generoso finanziamento di monsignor Antonino Caff, riporta le ore vere del Meridiano di Catania e le curve a forma di otto (le “lemniscate”) per la lettura del Tempo Medio di Palermo. Lo stilo era di tipo “polare”, vale a dire disposto in maniera parallela all’asse di rotazione della Terra. Nella parte superiore del quadrante solare è riportata, rigorosamente in latino, la frase “Horologium solarium catanensium adiunctis horarum lineis ad medium panormitanum tempus” (Orologio solare catanese con l’aggiunta delle linee a tempo medio di Palermo), mentre in quella inferiore campeggia la scritta “Dies nostri quasi umbra super terram et nulla est mora. 1° paralip. XXIX, 15” (Come un’ombra sono i giorni nostri sulla Terra e non c’è speranza di ritardarla o fermarla. 1° libro dei paralipomeni paragrafo 29, versetto 15). E, ancora: “Si vis tempus viae ferreae heic horae panormi adiunge min.  6’ 28’’ (Se vuoi il tempo delle ferrovie corrispondente al tempo di Palermo aggiungi 6 28’’). Nella ricostruzione e traduzione delle frasi latine, sia di quelle ricavate dalla Bibbia sia di quelle inerenti alla lettura del quadrante solare, Trobia si è avvalso della preziosa collaborazione di uno dei più noti gnomonisti italiani, il latinista sacerdote prof. Alberto Cintio, parroco nella città di Porto S. Giorgio, in provincia di Fermo, nelle Marche.

Altri due orologi solari progettati da Padre Franco di altissimo pregio e valore storico-didattico si trovano su una parete dell’Istituto Villa Angela di San Giovanni la Punta, antica sede estiva del Seminario arcivescovile. Purtroppo, non sono più funzionanti, perché occultati da una tettoia che non consente ai raggi solari di raggiungerli, ma che meriterebbero di essere recuperati e riportati agli antichi splendori per essere apprezzati da quanti hanno a cuore questi strumenti che silenziosamente insegnano tanto e, ancora di più, per onorare la memoria di un sacerdote, un uomo, che dette lustro alla sua Chiesa con questi piccoli, grandi strumenti che costruiva con passione senza mai scordarsi, ricordandolo con le citazioni sugli orologi solari, di essere un uomo di Dio. Padre Franco mai nulla chiese e fu amato e benvoluto dal cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet e da monsignor Caff, che ne finanziava le opere. Pure il successore di Dusmet, il cardinale Giuseppe Francica Nava, stimava Salvatore Franco e ne finanziò, nel 1900, il viaggio a Parigi per partecipare all’Esposizione Universale.

Questa, in sintesi, la storia di un prete-scienziato dimenticato e del tormentato progetto di recupero e di restauro del suo Horologium Solarium Catinensium, autentica perla della Gnomonica ottocentesca che è possibile ammirare ed essere studiata da quanti ne vorranno comprendere tutto ciò che esso “silenziosamente ci dice”. Biancavilla ha dedicato a Salvatore Franco un’anonima “via Sacerdote Franco”, senza alcun nome di battesimo. Ancor peggio ha fatto la sua città di adozione, Catania, che non ha mai ritenuto di dedicargli una delle tante nuove strade cittadine. In attesa, si potrebbe almeno apporre un cartello segnaletico in via Vittorio Emanuele, all’ingresso dell’Arcivescovado, a beneficio dei turisti e degli stessi catanesi.

GIUSEPPE SPERLINGA

                                 

PARENTESI STORICA

Nella prima metà dell’800, ogni città aveva un proprio orario regolato sul proprio meridiano. Ciò era sufficiente a regolare le attività di ogni singola comunità. Con l’avvento della ferrovia emersero seri problemi di orari. Ciò perché quando era il mezzogiorno per una città non era il mezzogiorno per un’altra città posta a Est o a Ovest della prima, a causa del moto apparente del Sole che si sposta da oriente a occidente e che segna il mezzogiorno quando nel suo percorso raggiunge il punto più alto e cioè il meridiano del luogo. In Italia, nel 1866, vi erano ben sei società ferroviarie (Torino, Verona, Firenze, Roma, Napoli e Palermo), ciascuna con una propria identità oraria che si riferiva alla stazione di origine. Era necessario ripensare, dunque, il sistema del tempo, soprattutto per le ferrovie che dovevano funzionare con regolarità e sicurezza. All’inizio, infatti, non esistevano che tronchi isolati e l’ora che regolava la loro attività era quella della città principale da cui partiva il tronco ferroviario. Diventando la struttura più complessa, si formarono tante ore ferroviarie quante erano le città principali e nelle stazioni di passaggio da un tronco all’altro si passava dal regime di un’ora a quello di un’altra. Nel 1866, il giovane Regno d’Italia, capitale Firenze e capo del governo Bettino Ricasoli, con il Regio Decreto del 22 settembre 1866, n° 3224, adottò come ora legale per le province peninsulari l’ora del Meridiano di Roma, per la Sardegna e la Sicilia l’ora rispettivamente di Cagliari e Palermo. Il 12 dicembre 1866, le Amministrazioni Ferroviarie, dunque, adottarono un unico orario ferroviario che si riferiva al Tempo Medio di Roma e s’inaugurò dapprima la tratta Messina-Taormina-Giardini, di 47 km, e poi, il 3 gennaio del 1867, il tronco successivo di altri 47 km, che raggiungeva la stazione di Catania Centrale, costruito contro il parere della maggioranza dei catanesi che avrebbero voluto il tracciato ferroviario più a nord della città. Ciò comportò, infatti, lo scempio della scogliera dell’Armisi e, per la prosecuzione verso Siracusa, la costruzione degli Archi della Marina, che avrebbe sottratto ai catanesi la visione e la fruizione di un litorale lavico di incomparabile bellezza. Soltanto la Sicilia, per regolare i propri orari ferroviari, mantenne il meridiano di Palermo fino al 1893. Nella nostra isola, si verificarono delle discordanze fra l’orario ferroviario, regolato secondo il meridiano di Palermo, e l’orario civile regolato secondo il meridiano di Catania. Nell’ambito regionale, nel 1867, divennero utilissime le Tavole di Riduzione di Francesco Caruso riguardanti gli orari ferroviari per tutte le stazioni della tratta Messina-Catania. Egli riferì gli orari ferroviari di arrivo e di partenza di tutte le stazioni, al meridiano di Palermo. Per esempio, se un treno partiva alle 11,30 (orario di Palermo) significava che con l’orologio di Catania erano le 11h,36m, 28s. Si leggeva l’ora che non era quella locale, ma quella riferita al meridiano di Palermo. Nel 1884, una Commissione internazionale divise la Terra in 24 fusi orari di 15° partendo dal meridiano di Greenwich 0°. Il territorio compreso entro i 15° di longitudine adottò l’ora del meridiano centrale del fuso di appartenenza. Tutto così fu regolarizzato e in Sicilia questo nuovo sistema entrò in vigore soltanto nel 1893. Il quadrante di Salvatore Franco riporta le “lemniscate” (caratteristiche forme a “otto”) che indicano il tempo Medio di Palermo su cui erano regolati gli orari ferroviari e le rette orarie del tempo vero riferite al meridiano di Catania e spostate della differenza di longitudine fra Palermo e Catania. In questo modo, con il quadrante solare, Salvatore Franco si proponeva di consentire la determinazione del Tempo Medio di Palermo secondo cui era tabulato l’orario ferroviario, dell’ora del Tempo Medio di Catania corrispondente al Tempo Medio di Palermo, del Tempo Medio di Catania per regolare gli orologi regolati sul Meridiano di Catania e, infine, di determinare, in base alla lettura del Tempo Vero di Catania, quale fosse il corrispondente Tempo Medio di Palermo. Il quadrante di Salvatore Franco, dunque, si può collocare verosimilmente intorno agli anni dal 1888 al 1890 e in perfetta sintonia con il sistema orario adottato in quel periodo.

                                                                                                          G.S.

Frasi riportate sul quadrante solare nella parte superiore

  • HOROLOGIUM SOLARIUM CATANENSIUM ADIUNCTIS HORARUM LINEIS AD MEDIUM PANORMITANUM TEMPUS  (OROLOGIO SOLARE CATANESE CON L’AGGIUNTA DELLE LINEE A TEMPO MEDIO DI PALERMO)

Frasi riportate sul quadrante solare nella parte inferiore

  • DIES  NOSTRI  QUASI  UMBRA  SUPER  TERRAM  ET NULLA  EST  MORA <1° PARALIP. XXIX. 15>(COME UN’OMBRA SONO I GIORNI NOSTRI SULLA TERRA E NON C’E’ SPERANZA DI RITARDARLA O FERMARLA. 1° LIBRO DEI PARALIPOMENI) PARAGRAFO 29, VERSETTO 15.)

Col nome greco di “Paralipomeni”, vale a dire “delle cose tralasciate” dai precedenti Libri dei Re, erano conosciuti i due Libri oggi chiamati “Libri delle Cronache”. Questo fu il nome dato a essi a partire dal XVI sec. nella traduzione latina della Bibbia.

  • SI VIS TEMPUS VIAE FERREAE HEIC HORAE PANORMI ADIUNGE min. 6’ 28’’ (SE VUOI IL TEMPO DELLE FERROVIE CORRISPONDENTE AL TEMPO DI PALERMO AGGIUNGI 6 28’’).

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NEL CIELO DICEMBRE BRILLA MARTE MA PRESTO IL GRANDE CACCIATORE ORIONE GLI RUBERA’ LA SCENA CELESTE

Il quotidiano “La Sicilia” di giovedì 3 dicembre 2020 pubblica la consueta rubrica mensile di divulgazione astronomica dedicata al cielo di dicembre 2020 curata, dal 2012, da chi scrive.
Purtroppo, esigenze di spazio hanno richiesto il sacrificio di qualche periodo. Ecco, dunque, qui di seguito il testo integrale.
Buona lettura e cieli sereni a tutti!
Giuseppe Sperlinga
NEL CIELO DICEMBRE BRILLA MARTE MA PRESTO IL GRANDE CACCIATORE ORIONE GLI RUBERA’ LA SCENA CELESTE
Nel cielo di dicembre, Marte continuerà a brillare come un rubino. Ma, presto gli ruberà la scena celeste il grande cacciatore Orione, come sempre accompagnato dai suoi due fedeli cani, Sirio del Cane Maggiore e Procione del Cane Minore.
“La mattina, quando egli andò a svegliare il nipote, ci volevano due ore per l’alba, e ‘Ntoni avrebbe preferito starsene ancora un po’ sotto le coperte; allorché uscì fuori nel cortile sbadigliando, il Tre bastoni (le tre stelle della cintura di Orione, ndr) era ancora alto verso l’Ognina, colle gambe in aria, la Puddara (l’ammasso stellare delle Pleiadi, ndr) luccicava dall’altra parte, e il cielo formicolava di stelle che parevano le monachine (le faville sprigionate da un fuoco, ndr) quando corrono sul fondo nero della padella”. Così il Verga nel suo celeberrimo romanzo “I Malavoglia” descrive l’aspetto del cielo di un inverno ottocentesco che “formicolava di stelle”. Il cielo di dicembre, infatti, è dominato, a sud, dalla imponente costellazione di Orione. Il grande cacciatore sarà il vero protagonista dei freddi cieli invernali. Facilmente riconoscibile per la sua caratteristica forma a clessidra, la spalla destra è occupata dalla supergigante rossa Betelgeuse (nome di origine araba, si legge com’è scritto); in quella sinistra brilla Bellatrix (la guerriera); il piede sinistro è occupato dalla stella supergigante blu Rigel, la più luminosa della costellazione; in corrispondenza del piede destro vi è la stella gigante rossa Saiph. Poi vi sono le tre stelle allineate Alnitak, Alnilam e Mintaka che formano la “Cintura di Orione”, da cui pendono le tre stelle che formano la “Spada”, al centro della quale vi è la famosa Nebulosa di Orione (M42). Prolungando verso sud-est la linea della Cintura, si arriva a Sirio, la stella più luminosa dell’intera volta celeste, che con Betelgeuse e Procione formano l’asterismo del “Triangolo invernale”, a nord del quale si trova la costellazione dei Gemelli, i Dioscuri Castore e Polluce, con le stelle disposte a rettangolo leggermente inclinato. Qualcuno, ingenuamente, crede che ci sia un allineamento identico tra le tre piramidi di Giza dei faraoni Cheope, Chefren e Micerino, e le tre stelle della Cintura di Orione. Attualmente, in cielo, tale correlazione non sussiste né sussisteva all’epoca della costruzione delle piramidi, avvenuta nel 2.450 a.C. L‘esatta corrispondenza si sarebbe verificata quasi diecimila anni dopo, nel 12.000 a.C. Nel cielo orientale, fa capolino il Leone con la brillante Regolo (Piccolo re), costellazione dedicata al Leone di Nemea, che fu strangolato da Ercole, il quale si rivestì della sua pelle, mentre la testa la usò come elmo. Dalla parte opposta del cielo, a ovest, c’è ancora tempo per osservare il Quadrato di Pegaso, Andromeda e Perseo. A nord, attorno alla Stella Polare del Piccolo Carro dell’Orsa Minore, continua l’incessante rotazione delle costellazioni circumpolari con il Gran Carro che si eleva sull’orizzonte, mentre dall’altra parte s’inizia il declino di Cefeo e di Cassiopea.
Quest’anno il solstizio invernale cade il 21 dicembre, giorno in cui avremo il dì più corto e la notte più lunga dell’anno: ha inizio l’inverno astronomico (quello meteorologico comincia il 1° dicembre), i raggi solari sono perpendicolari al Tropico del Capricorno, il Sole raggiunge la minima altezza sull’orizzonte, rimane per sei mesi sopra l’orizzonte per il Polo Sud e sotto l’orizzonte per il Polo Nord. La nostra stella diurna, per la disperazione di coloro che credono negli oroscopi, continua ad attraversare la costellazione dell’Ofiuco fino al 18, giorno in cui passa a quella del Sagittario, sempre pronto a scoccare la sua micidiale sagitta contro lo Scorpione qualora dovesse cedere alla tentazione di pungere di nuovo il gigante Orione.
Uno sguardo ai pianeti. Mercurio sarà visibile con difficoltà all’alba fino alla metà del mese, lo rivedremo nel cielo serale di gennaio. Venere continua a illuminare come un faro il cielo orientale, un paio di ore prima del sorgere del Sole. Marte è già visibile dopo il tramonto del Sole a sud-est, in prima serata culmina a Sud e dopo mezzanotte, sarà basso nel cielo occidentale. Giove e Saturno, molto bassi sull’orizzonte occidentale, saranno i protagonisti di una strettissima congiunzione la sera del solstizio invernale, il 21, evento che si verifica ogni vent’anni, ma l’ultima volta che i due pianeti giganti si sono venuti a trovare così stretti è accaduto ai tempi di Galileo e Keplero, quattro secoli fa, la prossima accadrà il 31 ottobre 2040. Urano è visibile nel cielo meridionale per gran parte della notte. Nettuno è osservabile nella prima parte della notte nel cielo sud-occidentale.
Reso infausto dalla pandemia del Coronavirus, il 2020 si chiude con uno spettacolo pirotecnico celeste imperdibile, se le nuvole lo permetteranno: le stelle cadenti delle Geminidi e delle Ursidi. Le prime sono l’unico sciame meteorico generato da un asteroide (Fetonte) anziché da una cometa e sarà visibile dal 4 al 17 dicembre, con un picco nella notte tra il 13 e il 14 dicembre (un centinaio di stelle cadenti all’ora). Si chiamano Geminidi perché il loro radiante è situato nei pressi della stella Castore della costellazione dei Gemelli. Otto giorni dopo, ci sarà la pioggia di stelle cadenti delle Ursidi, il cui radiante è nella costellazione dell’Orsa Minore.
GIUSEPPE SPERLINGA
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CATANIA: OSCENA CAPITOZZATURA DEGLI OLEANDRI DELLA ROTATORIA DI VIALE TIRRENO

OSCENA CAPITOZZATURA DEGLI OLEANDRI DELLA ROTATORIA DI VIALE TIRRENO

Dopo l’incomprensibile drastico taglio di una parte degli oleandri di via Puglia, effettuato lo scorso luglio, una sorte ancora peggiore è toccata ai cespugli della stessa pianta che bordano la rotatoria di viale Tirreno, all’altezza del parcheggio “S. Sofia” dell’Università. Guardando l’orribile decapitazione cui sono stati sottoposti gli arbusti, si ha l’impressione che il verde cittadino sia affidato a persone con scarsa familiarità con il mondo vegetale. Le motoseghe degli operai della Catania Multiservizi, infatti, pure stavolta sono andate giù pesanti, eliminando di fatto tutte le parti verdi delle piante, lasciando moncherini di rami rivolti verso l’alto, quasi a voler gridare vendetta al cielo e agli uomini, un massacro che ha causato la distruzione di chissà quanti nidi di uccelli (ne abbiamo individuati quattro intatti), i resti vegetali lasciati per terra, all’interno e all’esterno della bordura, rimossi solo qualche giorno, invece di conferirli subito nell’isola ecologica che dista appena un centinaio di metri dal… luogo del delitto.

Ma gli operai della Multiservizi, è giusto riconoscerlo, sono semplicemente degli esecutori di ordini impartiti dai responsabili del Servizio gestione e manutenzione del Verde del Comune di Catania, i quali continuano a portare avanti la loro discutibile e personalistica manutenzione del verde pubblico, spesso in palese violazione dell’articolo 18 del vigente Regolamento del Verde pubblico e privato, approvato dal Consiglio Comunale il 6 agosto del 2019. Si automulterà il Comune? Saranno presi provvedimenti disciplinari e sanzioni pecuniarie nei confronti degli agronomi comunali che ne hanno ordinato l’ennesima oscena capitozzatura?

Si deve comprendere una volta per tutte che gli oleandri non si capitozzano, ma si potano all’inizio dell’autunno per eliminare i rami secchi, per sfoltire la chioma e si tagliano soltanto i rami dell’anno precedente. Inoltre, non va dimenticata la velenosità di tutte le parti dell’oleandro, che sono tossiche per il contenuto di oleandrina, un pericoloso alcaloide che altera il ritmo cardiaco con rallentamento del battito, nausea e vomito, una intossicazione che richiede il ricorso alle cure ospedaliere. Proprio per la loro tossicità, non bisogna mai bruciare rami di oleandri per cucinare alimenti alla brace o utilizzare per qualsiasi motivo i fiori, le foglie, i frutti, i rametti, i tronchi, né va piantato in cortili e giardini di edifici scolastici. Ai giardinieri professionisti e amatoriali, infatti, è consigliato indossare guanti robusti e impermeabili e non lasciare gli sfalci della potatura in giro.

GIUSEPPE SPERLINGA

 

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CATANIA: BRUTALE CAPITOZZATURA DEI FICUS MICROCARPA DI LARGO BORDIGHERA

CAPITOZZATI PURE I FICUS DI LARGO BORDIGHERA

Fanno una pena indicibile, i Ficus microcarpa di largo Bordighera capitozzati e ridotti a scheletrici pali ramificati spogli di foglie, protesi verso il cielo quasi a voler chiedere aiuto. Fino a qualche giorno fa, erano alberi frondosi che davano ombra e frescura, le loro foglie rilasciavano ossigeno e rimuovevano cospicue quantità di anidride carbonica (un albero può azzerare quasi quattro tonnellate di anidride carbonica in vent’anni di vita) e trattenevano anche le pericolose polveri sottili oltre a fissare sostanze come benzene, ossidi di azoto, diossina e molte altre. Eppure, ciò nonostante, il Servizio tutela e gestione del Verde pubblico ha ordinato la loro capitozzatura agli operai della Catania Multiservizi, che a colpi di motosega hanno rimosso interamente o quasi le chiome, potando drasticamente pure quelle di alcuni oleandri con portamento arboreo.

Assessori e dirigenti comunali, spesso assaliti dal timor panico più che spinti dalla reale necessità di salvaguardare l’incolumità pubblica, scrivono ordinanze e ordinano esecuzioni di lavori convinti di mantenere gli alberi sani e sicuri. La città di Catania, dall’agosto 2019, si è dotata di un Regolamento del verde pubblico e privato che impone precise raccomandazioni e linee guida per ciò che riguarda la gestione del patrimonio arboreo cittadino. Ciò nonostante, gli scempi sono all’ordine del giorno: i platani di via VI Aprile, le siepi di oleandri di strade e rotatorie, i Ficus della circonvallazione.  Si vedono ovunque tagli indiscriminati che non rispettano la fisionomia naturale delle piante, interventi scriteriati eseguiti da operai che eseguono ordini per “mettere in sicurezza gli alberi”, ignorando persino che è in vigore un Regolamento da rispettare che li obbliga a limitare la riduzione della chioma entro il 25%.

Non si protesta sull’onda emotiva suscitata dalla visione dei poveri alberelli capitozzati ridotti a scheletrici pali, ma perché numerose ricerche scientifiche effettuate studiosi agronomi arboricoltori (figura professionale che il Comune di Catania non ha in organico) sui danni riportati dagli alberi una volta privati della loro chioma sconsigliano questa barbara pratica che, nel tempo, indebolisce le piante e le rende vulnerabili alle patologie causate da germi che riescono a penetrarvi attraverso le lacerazioni dei tessuti delle superfici di taglio, peraltro mai coperte da sostanze cicatrizzanti. Ebbene, nonostante sia in vigore dall’agosto dello scorso anno il Regolamento sul Verde pubblico e privato, che all’articolo 18 vieta espressamente le capitozzature pena sanzione pecuniaria, si continua immotivatamente e impunemente a capitozzare. Quali pericoli, per i cittadini, costituivano i Ficus microcarpa di largo Bordighera tali da giustificare la eliminazione delle loro chiome? Perché privare della loro chioma alberi sempreverdi? Perché non limitarsi al taglio del seccume, dei rami bassi e sporgenti sulla sede stradale o protesi verso balconi e finestre dei palazzi vicini? Chi di dovere dovrà prima o poi dare una convincente e scientificamente valida risposta a tali interrogativi.

GIUSEPPE SPERLINGA

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E’ MORTO FRANCO ANDRONICO.

ADDIO, CARISSIMO FRANCO ANDRONICO
All’alba di stamattina, 4 novembre 2020, ci ha lasciato Francesco Andronico, socio fondatore e già consigliere di “Stelle e Ambiente”. Per gli amici e i parenti era Franco, un uomo che tutti abbiamo apprezzato e voluto bene per la sua umiltà e il profondo amore per la sua città, Catania, che studiò in maniera approfondita e della quale conosceva basola per basola, per Franco non avevano segreti i monumenti, le strade, i vicoli, le chiese, gli altari votivi e le icone sacre, i fiumi sotterranei, tutto documentato nei suoi libri pubblicati nel corso degli anni.
Fu sempre presente alle nostre escursioni naturalistiche e guidò innumerevoli passeggiate cittadine alla scoperta della città di Catania. Su tutte, teneva particolarmente a guidare l’annuale “passeggiata agatina” che programmavamo per la fine di gennaio, una camminata che ci portava alla riscoperta dei luoghi di S. Agata, che per lui non avevano segreti.
Addio, carissimo Franco, riposa in pace. Noi ti ricorderemo sempre e sarai sempre vicino a noi.
L’associazione “Stelle e Ambiente” è vicina nel dolore alla famiglia di Franco e si unisce all’unanime cordoglio.
I funerali saranno celebrati domani, 5 novembre, alle 15.30, nella chiesa di San Luigi di viale Mario Rapisardi.
Giuseppe Sperlinga
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CAPITOZZATURE NO STOP A CATANIA E PROVINCIA: DECAPITATI I LIGUSTRI A FASANO DI GRAVINA

Bisognerebbe avere cento occhi come Argo per seguire le nequizie delle varie amministrazioni comunali nei confronti del patrimonio arbustivo e arboreo cittadino. La città capoluogo e i centri piccoli e grandi dell’hinterland sembra stiano facendo a gara a chi capitozza di più. Ecco un primo incompleto elenco dei Comuni etnei che, in tempi recenti, hanno mostrato una crudeltà inaudita contro le alberature di strade, piazze, parchi, rotatorie: Catania, Aci Bonaccorsi, Viagrande, San Gregorio, Gravina, San Giovanni la Punta, Milo.
Il quotidiano “La Sicilia” di oggi, domenica 1 novembre 2020, dedica ampio spazio al problema delle capitozzature sia a Catania sia nei paesi dell’area metropolitana con un articolo a firma di chi scrive e un intervento dell’ottimo amico ing. Giuseppe Rannisi della LIPU di Catania.
Mentre in città si mutilavano orribilmente i platani di via VI Aprile e i Ficus microcarpa di largo Bordighera, a Fasano le motoseghe del Comune di Gravina decapitavano i poveri Ligustri di via Vitaliano Brancati che avevano da poco formato una piccola chioma dopo l’ennesima capitozzatura cui erano stati sottoposti.
Vigilate e se vi accorgete che stanno asportando in tutto o in gran parte la chioma degli alberi, non esitate a chiedere l’intervento dei Vigili ambientali, un reparto dei Vigili Urbani di Catania che risponde allo 095 7424267.
Per facilitarne la lettura, trascrivo qui di seguito i testi del mio articolo e quello dell’ing. Rannisi:
FASANO – DECAPITATI GLI ALBERI DI LIGUSTRO IN VIA VITALIANO BRANCATI
Se Catania piange per gli alberi mutilati da orribili capitozzature, Gravina non ride. Dopo la città capoluogo, infatti, qualche giorno fa, le motoseghe selvagge sono entrate in azione pure a Gravina. È accaduto a Fasano, in via Vitaliano Brancati, dove una ventina di alberelli di Ligustro sono stati privati in tutto o in gran parte della loro chioma, la quale aveva ripreso forma dopo l’ennesima decapitazione operata negli anni passati.
Luca Tornatore, che abita in zona, l’altra mattina passava in auto quando si è accorto che erano sparite le chiome di quasi tutti gli alberi di entrambi i marciapiedi. “Qualche giorno fa – ci ha raccontato – sono apparsi dei cartelli in cui si avvisava che nei giorni 22 e 23 ottobre sarebbero stati effettuati dei lavori di potatura. Mai avrei immaginato che li avrebbero così orrendamente mutilati. Dopo aver lasciato mio figlio a scuola per recarmi al lavoro, ci ripenso, questa volta no, non starò zitto davanti a quanto sta accadendo, prendo un permesso e torno sul luogo del delitto. Era rimasto l’ultimo albero da portare, sarà l’unico a salvare la chioma, perché sono riuscito a fermare gli operai, contestando loro che capitozzare un albero significa indebolirlo, senza contare lo stress che la pianta subisce. Gli operai si sono giustificati dicendo che stavano eseguendo gli ordini impartiti dal loro superiore, che è un agronomo alle dipendenze del Comune. A questo punto, invio un messaggio al sindaco di Gravina, avv. Giammusso, e segnalo il fatto pure al presidente del Consiglio comunale, dott. Nicolosi, che, a sua volta, chiama il responsabile del Verde comunale, il quale risponde che quelle piante non soffrono quella potatura massiva”.
Capitozzare gli alberi è una pratica perversa che, purtroppo, ha assunto una diffusione allarmante nelle grandi come nelle piccole città. Per gli alberi è la principale minaccia, perché ne riduce la longevità e li trasforma in potenziali pericoli per i cittadini. Fermo restando che la lesione dei tessuti delle superfici di taglio dei rami sono autentiche vie d’ingresso spalancate alle spore fungine e batteriche che, trascinate dall’acqua piovana, penetrano nel tronco, lo faranno marcire lentamente facendolo diventare cavo e ne causeranno l’indebolimento (queste cose un agronomo dovrebbe conoscerle), esponendolo così al rischio di schianto al suolo. Oltre a essere dannosa, la capitozzatura rende brutto un albero, che assume un aspetto squallido, ed è pure un’operazione costosa per le casse comunali, perché la pianta reagirà col riscoppio disordinato di tutte le gemme, si riformerà una chioma più bassa, informe e innaturale, con numerosi rami sottili e deboli. Insomma, la capitozzatura è un intervento da censurare totalmente e quando ci libereremo da tali “gestori” del verde pubblico, non sarà mai troppo tardi.
Piuttosto, il Comune di Gravina dovrebbe piantare nuovi Ligustri nelle aiuole rimaste vuote che invece sono state riempite di cemento e tutelare il verde pubblico e privato sia dotandosi di un regolamento e, dopo averlo fatto approvare dal Consiglio comunale, osservarlo scrupolosamente (senza imitare il Comune di Catania che predica bene, ma razzola male), sia inserendo nel personale in organico le figure professionali dell’agronomo arboricoltore e, perché no, pure del botanico, finanze comunali permettendo, ovviamente.
GIUSEPPE SPERLINGA
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Sul problema delle potature occorre che le amministrazioni comunali e le ditte che si occupano di gestione del verde mettano a punto delle metodologie che possano da una parte garantire la sicurezza dei cittadini dalla caduta di rami e dall’altra la salute dei cittadini e quella degli alberi.
Alberi più sicuri, con chioma ampia e ricca di foglie offrono quei servizi ecosistemici (miglioramento microclima estivo, ombra, ossigeno, riduzione CO2, miglioramento paesaggistico e altri ancora) verso cui le città del futuro debbono tendere anche in considerazione che nei prossimi anni nei centri abitati si concentrerà la maggior parte della popolazione mondiale e che si deve fare il conto con i cambiamenti climatici che possono rendere invivibili intere porzioni del territorio, le città in particolare. Contributi economici sono previsti per rendere le nostre città più resilienti, più verdi e più a misura di cittadino, e lo stesso Comune di Catania ha in corso il progetto 2.000 alberi per Catania.
Purtroppo, però, se da una parte si pianta dall’altro si taglia e si continua a capitozzare. Ci sono molti alberi che a causa delle capitozzature del passato presentano cavità e sono in classi critiche di propensione al cedimento: alcuni debbono certamente essere abbattuti (e sostituiti), sugli altri alberi che si intende mantenere occorre intervenire con delicatezza e competenza.
Il Decreto del Ministero dell’Ambiente del 10-03-2020 relativo ai Criteri Minimi Ambientali (GURI del 4-4-2020) indica (All.1 E, C) che “deve essere evitata la capitozzatura, la cimatura e la potatura drastica perché indeboliscono gli alberi e possono creare nel tempo situazioni di instabilità che generano altresì maggiori costi di gestione.” E, ancora, che la potatura deve essere eseguita da personale competente.
Ci viene difficile pensare pertanto che la capitozzatura si possa continuare a fare su piante già deboli per cattiva gestione pregressa come nel caso dei platani di via VI Aprile a Catania. Quando dovremo avviare una gestione corretta del nostro patrimonio arboreo? Ricordiamo che gli alberi sono un bene del Comune come un’auto o una scrivania: non possono essere rovinati o peggio buttati!
Questi problemi, inoltre, devono essere affrontati nell’ambito della Consulta del Verde di cui si è dotata la città con l’approvazione del Regolamento del Verde approvato dal Consiglio Comunale.
GIUSEPPE RANNISI
Lipu Catania
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CATANIA – CAPITOZZATI I PLATANI DI VIA VI APRILE

UNA LOTTA CONTINUA
Su direttive dell’Ufficio del Verde del Comune di Catania, gli operai della Catania Multiservizi stanno capitozzando tutta la vegetazione arbustiva e arborea di strade, piazze e rotatorie cittadine. La recentissima decapitazione della siepe della rotatoria di viale Tirreno fa il paio con lo scempio compiuto in questi giorni ai danni dei platani di via VI Aprile. Nell’un caso e nell’altro, si tratta di interventi scriteriati che violano palesemente le norme dettate dal Regolamento del Verde pubblico e privato. Si può giustificare il taglio di un platano ormai cariato e cavo all’interno che rischiava di schiantarsi al suolo, ma sfugge alla nostra comprensione il motivo per cui sia stato ordinato di capitozzare platani che, negli anni passati, sono stati ripetutamente sottoposti a drastiche potature. Cosa bisogna fare per convincere i responsabili che hanno in tutela il patrimonio verde cittadino che le capitozzature non giovano affatto alle piante, anzi le indeboliscono? La potatura è sempre un trauma per l’albero, che è tanto maggiore quanto maggiore è l’entità del taglio effettuato, al punto che potrebbe pregiudicare la salute e la stabilità della pianta, perché è fonte di violenti stress vegetativi che determina una diminuzione delle difese naturali con possibilità di aggressione degli agenti patogeni, invecchiamento precoce, riduzione delle capacità fotosintetiche e rischi di schianto a terra, mettendo a repentaglio l’incolumità dei cittadini. Le lacerazioni dei tessuti della superficie di taglio costituiscono una via di ingresso preferenziale per funghi, batteri e insetti. È acclarato che germi patogeni sono veicolati da potature condotte con tecniche non adeguate o effettuate nei periodi sbagliati dell’anno. L’emissione di composti volatili dalle ferite della potatura, infatti, attrae gli insetti, mentre il “cancro colorato” del platano è trasmesso da albero ad albero proprio tramite la potatura, se gli attrezzi utilizzati non vengono sterilizzati. Quest’ultima temibile malattia è causata da un fungo ascomicete, il Ceratocystis fimbriata, ed è una patologia particolarmente pericolosa per le piante delle alberature stradali, dei parchi e dei giardini cittadini che sono soggette a periodici tagli di potatura più o meno drastici. Secondo gli esperti, tutte le operazioni di potatura dovranno essere eseguite solamente nei casi indispensabili e, comunque, nei periodi freddi dell’anno (risulta all’Ufficio comunale del Verde che novembre sia un mese freddo?), disinfettando a mano a mano la superficie di taglio con prodotti appropriati e, da pianta a pianta, gli attrezzi utilizzati per la potatura. Viene da chiedersi e rimbalziamo la domanda a chi di dovere se in via VI Aprile è stata seguita questa prassi. Si ha l’impressione di essere di fronte all’ennesima mancanza di una seria programmazione, con interventi effettuati nei periodi sbagliati e senza rispetto alcuno del Verde pubblico, un modus operandi che continua a causare danni sia al patrimonio arboreo cittadino, sia ai contribuenti catanesi, anche in termini economici.
Per la moderna arboricoltura, gli alberi non devono mai essere drasticamente potati, bisogna rispettarne scrupolosamente la forma e le dimensioni per evitare danni biologici. Non è superfluo ricordare che la miglior potatura è quella che non si vede, che tende a eliminare il secco e i rami rovinati, permettendo il passaggio della luce in ogni punto della chioma. Infine, per non provocare danni all’albero non bisogna ridurre la chioma oltre il 25 percento (articolo 18 del Regolamento del Verde pubblico e privato della città di Catania approvato il 6 agosto 2019), soprattutto se si tratta di alberi monumentali ed esemplari di pregio storico e paesaggistico.
Un tempo bellissima strada alberata, ecco come si presenta, oggi, la via VI Aprile: le palme del marciapiede orientale, quello sottostante il “Passiatore”, sono state tagliate in maniera preventiva per motivi di sicurezza perché potevano essere affette da agenti patogeni e non ancora sostituite; i platani della aiuola spartitraffico che si prolunga fino a piazza dei Martiri sono stati ridotti a scheletrici pali con i rami tranciati protesi all’insù quasi a gridar vendetta a cielo; resistono (miracolosamente) le Sophore del marciapiede occidentale, una decina delle quali sono state tagliate probabilmente perché malate e mai sostituite, i bordi di quasi tutte le aiuole, colme di rifiuti, sollevate e deformate dalle radici degli alberi e che ormai stringono il colletto basale delle piante.
                                                                                             GIUSEPPE SPERLINGA
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RIAPRIRE LA GROTTA DI VIA CECCHI E OSSERVATORIO ASTRONOMICO “LUIGI PRESTINENZA” A VALVERDE

RIAPRIRE LA GROTTA DI VIA CECCHI E OSSERVATORIO ASTRONOMICO “LUIGI PRESTINENZA” A VALVERDE
Il quotidiano “La Sicilia” di oggi, domenica 25 ottobre 2020, pubblica due articoli che riguardano altrettanti progetti che l’associazione “Stelle e Ambiente” porta avanti sin dalla sua fondazione e da quando è scomparso l’indimenticabile Luigi Prestinenza, primo presidente e socio fondatore di “Stelle e Ambiente”: la riapertura della grotta preistorica di via Cecchi (articolo non firmato ma redatto da chi scrive) e la realizzazione di un Osservatorio astronomico popolare nel parco urbano di Valverde (firmato dall’amico Carmelo Di Mauro, corrispondente locale del giornale) dedicato alla memoria di Luigi Prestinenza che ospiterà i due telescopi da Egli utilizzati nel suo osservatorio privato di Pedara.

Purtroppo, la recrudescenza dei contagi del Covid-19 ci ha costretto a fermare sia l’intervento del restauro dell’ottocentesco orologio solare a ore italiche di Valverde, sia l’installazione del nuovo orologio solare sempre a ore italiche progettato dall’ottimo e fraterno amico geometra Michele Trobia, interventi che saranno ripresi appena la situazione tornerà quanto meno a quella dell’inizio dell’estate, insieme con la donazione dei libri che costituiscono la biblioteca Prestinenza per volontà della sorella, professoressa Marialuisa Prestinenza

Per ciò che riguarda la riapertura della grotta di via Cecchi, dopo la richiesta inoltrata lo scorso giugno, mi auguro che la Soprintendenza si metta in contatto con l’associazione “Stelle e Ambiente” al fine di procedere all’installazione del cancello in modo da consentire l’accesso alla cavità e poter portare a termine le ricerche che furono avviate e subito interrotte vent’anni fa.
Come si vede, il malefico virus coronato ha bloccato l’attività escursionistica di “Stelle e Ambiente”, ma non i progetti di ricerca scientifica e di divulgazione astronomica.
Non abbassiamo la guardia!
Giuseppe Sperlinga
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