Stelle e Ambiente

Author: Giuseppe Sperlinga

ORRIBILE CAPITOZZATURA DELLA SIEPE DI BOUGANVILLE DEL PARCO GIOENI

LE MOTOSEGHE DECAPITANO 450 METRI DI SIEPE DI BOUGANVILLE DEL PARCO GIOENI

Ennesima orribile capitozzatura ai danni del verde pubblico cittadino. Stavolta le motoseghe degli operai della Catania Multiservizi hanno tranciato ben 450 metri della siepe di Bouganville della recinzione metallica del confine sud-occidentale del parco Gioeni, riducendo a moncherini alti un paio di decimetri dal suolo i tantissimi arbusti rigogliosi quanto disordinati, in passato mai potati correttamente, sempre rozzamente decapitati. Ancora una volta, dunque, è stato eseguito un lavoro scriteriato, fuorilegge perché ha violato il Decreto del 04/04/2020 del Ministero dell’Ambiente; fuori tempo perché siamo ormai in primavera e presto torneranno sia gli uccelli alla ricerca di un luogo sicuro per nidificare sia gli insetti impollinatori. Cosa succederà nei prossimi mesi? Accadrà che le gemme esploderanno in maniera caotica riformando una siepe dalla forma irregolare che richiederà tempo e, soprattutto, la mano di un esperto potatore per farle assumere una forma regolare. Tradotto in dobloni, significa che il Comune continua a spendere soldi inutilmente per la barbara capitozzatura della siepe e poi ne dovrà spendere altri per curarne la crescita e la forma. Tutto ciò si sarebbe potuto evitare se nell’organico della Multiservizi vi fossero giardinieri specializzati che sanno distinguere la potatura dalla capitozzatura, se si fossero limitati a eliminare i rami secchi, a tagliare i rami più deboli, quelli irregolari e sporgenti all’interno e all’esterno del parco, a ridurre la lunghezza dei rami e, infine, a sfoltire la siepe senza snaturarne il portamento naturale. Se ogni anno si procedesse regolarmente alla potatura, si eviterebbero interventi troppo drastici, che peraltro non sono necessari, come quelli che hanno comportato la distruzione delle chiome dei vari arbusti.

Mentre sui social montano le proteste di cittadini e associazioni ambientaliste, per saperne di più su questa insensata operazione abbiamo chiesto all’architetto Marina Galeazzi, dirigente del Servizio tutela e gestione del Verde pubblico del Comune di Catania se era proprio necessario tagliare in quel modo la siepe di Bouganville della recinzione ovest del Parco Gioeni. Perché non limitarsi a potare i rami secchi e quelli sporgenti sia sul vialetto interno del parco, sia quelli sulla strada? Lei lo sa, vero, che tra pochi giorni gli uccelli avrebbero nidificato in quella siepe?

  • “La potatura era in programma – ha risposto l’architetto Galeazzi -. Non ho ancora visto il lavoro eseguito dalla Multiservizi.”

Architetto Galeazzi, in attesa che lei vada a vedere, guardi le foto e dica se si è trattato di potatura. Lei autorizzerebbe il suo giardiniere a tagliare in quel modo rozzo la siepe del giardino di casa sua?

  • “Doveva essere una potatura di contenimento. Prenderemo opportuni provvedimenti”.

Il Comune si automulterà, visto cha la Multiservizi è una società partecipata comunale? Oppure saranno i responsabili della Multiservizi a pagarne le conseguenze pecuniarie? Quale che sia l’intervento che sarà preso, è certo che i lavori della Multiservizi, che non è nuova a “prodezze” simili (le siepi di Oleandro decapitate di strade e rotatorie nel recente passato docet), sono controllati sempre “dopo”, quando il danno è stato fatto, mai “durante”. Pure questa volta, i danni ambientale, estetico ed erariale sono gravissimi, qualcuno dovrà risponderne non soltanto con sanzioni amministrative, ma pure con denunce sia per danno erariale alla Corte dei Conti sia per danno ambientale alla Procura della Repubblica.

Dopo la strage delle Bouganville, adesso agli operai della Multiservizi è stato ordinato di tagliare la vegetazione spontanea in piena fioritura primaverile che conferisce al parco una straordinaria policromia. Sono, questi, interventi inopportuni e dannosi. Inopportuni perché il Parco Gioeni non è un giardino curato (si fa per dire…) come la Villa Bellini, ma è un parco che è stato lasciato in condizioni di naturalità dove la vegetazione spontanea si taglia quando è secca per prevenire gli incendi. Dannosi perché il taglio delle piante selvatiche, quelle che tutti conoscono col termine dispregiativo di “erbacce”, sono di vitale importanza per gli insetti impollinatori.

GIUSEPPE SPERLINGA

 

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LE BARBARE CAPITOZZATURE DEGLI ALBERI DELL’OSPEDALE CANNIZZARO

Se Atene piange, Sparta non ride. A Catania, dopo le traumatiche capitozzature ai danni degli alberi del Policlinico universitario di via Santa Sofia, che stanno ancora gridando vendetta al cielo e agli uomini, sono seguite quelle altrettanto barbare e oscene delle alberature dei parcheggi e dei viali all’interno dell’Ospedale Cannizzaro: una vera e propria “mattanza” ordinata dalla Direzione dell’Azienda ospedaliera che ha provocato la totale perdita delle frondose chiome di numerosi Ficus microcarpa, Schinus molle (Falso pepe) e Jacaranda mimosifolia (impropriamente chiamata “Palissandro”), con la primavera ormai alle porte e, la prossima estate, con parcheggi e viali privati dell’ombra e della frescura che gli alberi assicuravano.
Non va, inoltre, trascurata l’importanza degli alberi presenti negli spazi interni delle strutture ospedaliere, come citata nell’articolo a firma di chi scrive che pubblica oggi, lunedì 1° marzo 2021, il quotidiano La Sicilia.
La segnalazione è stata inoltrata personalmente alla Polizia ambientale chiedendone il tempestivo intervento per porre fine a questa ignobile strage di un patrimonio che appartiene alla collettività.
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                                                                                              Alla Polizia Ambientale

                                                                                            Comune di Catania

                                                                                           vigilanzaambientale.pm@comune.catania.it

Oggetto: segnalazione di dannose e costose capitozzature degli alberi dell’ospedale Cannizzaro di Catania.

Catania, 1 marzo 2021

Il sottoscritto Giuseppe Sperlinga con la presente si rivolge alla Polizia ambientale sia come cittadino, sia come presidente dell’associazione “Stelle e Ambiente” per la ricerca e divulgazione ambientale e astronomica “Marcello La Greca” di Catania, sia come giornalista scientifico specializzato in materia di Ecologia e tutela ambientale collaboratore del quotidiano La Sicilia di Catania, per segnalare l’ennesima capitozzatura ai danni degli alberi di Ficus microcarpa, Schinus molle e Jacaranda sp. all’interno dell’ospedale Cannizzaro di Catania, che fa il paio con la barbara mutilazione di 35 alberi delle stesse specie, avvenuta qualche settimana fa, presenti negli spazi interni del Policlinico universitario di via Santa Sofia.

Entrambi gli interventi sono stati eseguiti violando sia delle norme del “Regolamento del Verde pubblico e privato della città di Catania”, sia quelle dettate dal Decreto Ministeriale 04/04/2020 del Ministero dell’Ambiente, come dettagliatamente citate nell’articolo a firma di chi scrive pubblicato sul quotidiano La Sicilia di oggi, lunedì 1 marzo 2021.

Alla luce di quanto prima scritto, si chiede l’immediato intervento della Polizia ambientale del Comune di Catania al fine di far cessare immediatamente le operazioni di capitozzatura che stanno privando gli alberi delle loro chiome presenti nell’area esterna dell’ospedale Cannizzaro e di esigere il rispetto delle norme vigenti in materia di tutela del Verde pubblico e privato cittadino infliggendo ai trasgressori le sanzioni previste dal Regolamento sul Verde pubblico e privato.

Per facilitarne la lettura, si trascrive qui di seguito il testo integrale dell’articolo:

Da qualche giorno, all’interno dell’ospedale Cannizzaro, lo scenario è spettrale. Là dove vi erano alberi con folte chiome, nelle aiuole, nei parcheggi, nei viali, ora si vedono scheletrici pali, alcuni con le branche principali ridotte a moncherini che sembrano invocare pietà al cielo, altri sono vere e proprie pertiche. È, questa, la seconda mattanza del verde pubblico all’interno di una struttura sanitaria che fa il paio con quella consumata le scorse settimane all’interno del Policlinico universitario di via Santa Sofia. Pure al Cannizzaro, infatti, nessun albero è scampato alle cesoie degli operai, i quali in maniera indiscriminata hanno orribilmente mutilato decine e decine di alberi di varie specie, privando così gli spazi interni dell’ospedale di un autentico polmone verde con spreco di denaro pubblico, perché capitozzando si spende di più e si fa danno alle piante. Per non dire delle negative ripercussioni psicologiche sui pazienti ricoverati nei vari reparti del nosocomio, i quali per parecchi mesi si vedranno privati dei benefici del verde. Si chiama “Ecotherapy o green care” l’insieme delle buone pratiche che favoriscono la guarigione dei degenti grazie alla presenza del verde nei luoghi di cura. Sono molti i benefici della presenza del verde negli ospedali. Anzitutto perché gli alberi, le siepi e i prati riducono notevolmente la presenza di polveri, batteri e muffe, responsabili di allergie. Poi aumentano il livello di ossigenazione dell’aria nelle stanze; rimuovono quantità di anidride carbonica e particelle inquinanti, pericolose sostanze presenti nell’aria, quali il letale monossido di carbonio, la formaldeide e il benzene, cause di mal di testa, mal di gola, sonnolenza, vertigini e irritazione della pelle e degli occhi. E, ancora, fanno migliorare sensibilmente l’umore, la fatica mentale e la scarsa capacità di concentrazione dei degenti. Ci si chiede, perciò, se è normale che le direzioni aziendali di due grandi strutture ospedaliere, quali sono il Policlinico e il Cannizzaro, queste cose debbano apprenderle leggendo un quotidiano. Si potrebbe obiettare che tra alcuni mesi gli alberi torneranno frondosi come prima. È vero, ma fino a un certo punto, perché con l’arrivo della bella stagione, le gemme prima inibite dalla chioma esploderanno in maniera disordinata e ne riformeranno una più bassa, informe, con rami sottilissimi, facili a spezzarsi la prima volta che il vento soffierà più forte del solito. Ma i danni maggiori si vedranno nel tempo, perché attraverso le lacerazioni dei tessuti sulle superfici di taglio se non trattate con sostanze cicatrizzanti, all’interno della pianta vi penetrerà l’acqua piovana e con essa spore fungine e batteriche che la faranno marcire lentamente causando un progressivo processo di carie, quindi a rischio di schianto al suolo.

La protesta dei cittadini e delle associazioni ambientaliste non si è fatta attendere. La Lipu e Legambiente hanno già presentato esposti sia alla Polizia ambientale sia alla Procura della Repubblica, perché le scriteriate capitozzature violano il vigente Regolamento del Verde pubblico e privato della città di Catania, più precisamente il punto D dell’art. 3 (salvaguardia degli spazi verdi all’interno degli ospedali) e l’art. 18, che vieta tassativamente la pratica della capitozzatura “ovvero i tagli che interrompono la crescita apicale del fusto e quelli pratica su branche aventi diametro superiore a 25 cm o che comportano una drastica riduzione della chioma maggiore del 70%”. Altra infrazione contestata riguarda il D.M. 4-4-2020 del Ministero dell’Ambiente sui “Criteri ambientali minimi sul Verde” che vieta “la capitozzatura, la cimatura e la potatura drastica perché indeboliscono gli alberi e possono creare nel tempo situazioni di instabilità che generano altresì maggiori costi di gestione. Gli interventi di potatura devono essere svolti unicamente da personale competente in periodo che non arrecano danni alla pianta e non creano disturbo all’avifauna nidificante ed effettuati solo nei casi strettamente necessari”. Infine, la capitozzatura e le potature drastiche sono definite una pratica inaccettabile e una forma di negligenza gestionale dalle Linee Guida del Ministero dell’Ambiente.

La Direzione ospedaliera del Cannizzaro era a conoscenza dell’esistenza di tali normative vigenti in materia di verde pubblico e privato? Prima di procedere alle capitozzature, è stato affidato a un agronomo di provata competenza professionale l’incarico di redigere una relazione tecnica sulle potature da sottoporre all’approvazione dell’assessorato all’Ambiente del Comune di Catania?

GIUSEPPE SPERLINGA

 

 

Prof. Giuseppe Sperlinga

Presidente associazione Stelle e Ambiente (www.stelleambiente.it)

Giornalista pubblicista scientifico collaboratore del quotidiano “La Sicilia” di Catania (Tessera Ordine Nazionale dei Giornalisti n. 61948)

Già Direttore delle Riserve Naturali Integrali “Grotta Monello” (Siracusa) e “Grotta Palombara” (Melilli) dell’Università di Catania

giuseppe.sperlinga@libero.it –  giuseppesperlinga@pecgiornalisti.it

Cell. 3288172095 – 3402161035 (WhatsApp)

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RUGGISCE IL LEONE NEL CIELO DELL’EQUINOZIO DI PRIMAVERA

RUGGISCE IL LEONE NEL CIELO DELL’EQUINOZIO DI PRIMAVERA

Col mese di marzo arriva la primavera. Per convenzione, l’1 entra la primavera meteorologica, il 20 quella astronomica. Pure quest’anno, infatti, l’equinozio primaverile cade il 20, giorno in cui il dì ha la stessa durata della notte ovunque e a mezzogiorno il Sole è allo zenit sull’equatore. Nel nostro emisfero ha inizio la primavera, l’autunno in quello australe, i poli terrestri sono tagliati in due parti uguali dal circolo d’illuminazione, il Sole sorge e tramonta rispettivamente a Est e a Ovest e passa per il punto d’Ariete (l’intersezione tra il piano dell’equatore celeste e l’eclittica) così chiamato perché, duemila anni fa, era proiettato nella costellazione dell’Ariete. Tale punto, oggi, dovrebbe essere ridenominato in “Punto dei Pesci”, perché a causa della precessione degli equinozi si trova proiettato, appunto, nella costellazione dei Pesci. Per i Cristiani, la data dell’equinozio primaverile è importante ai fini del calcolo della data della Pasqua, che si celebra la prima domenica (4 aprile) successiva al Plenilunio (28 marzo) che segue l’equinozio di primavera, che per la Chiesa si verifica sempre il 21 marzo.

Il Sole attraversa le stelle dell’Acquario fino al 12 marzo, dopo passa nei Pesci. Le giornate continueranno ad allungarsi perché la nostra stella diurna sorge sempre prima e tramonta sempre dopo. Alla latitudine di Catania, l’1 sorge alle 6,29 e tramonta alle 17,56; il giorno dell’equinozio sorge alle 6,03 e tramonta alle 18,12; il 31 sorge alle 5,48 e tramonta alle 18,21. In altri termini, alla fine del mese, le giornate si allungheranno di 66 minuti. La Luna sarà all’Ultimo Quarto il 6, avremo il Novilunio il 13, il Primo Quarto il 21 e, come già detto, il Plenilunio domenica 28, giorno in cui, in Italia, entrerà in vigore l’Ora Estiva (la cosiddetta “ora legale”), che corrisponde a un’ora in più rispetto all’ora solare (Tmec, Tempo medio dell’Europa centrale), ovvero due ore in più rispetto al Tempo universale (Tu). Il minuscolo Mercurio è difficile scorgerlo alle prime luci dell’alba basso sull’orizzonte orientale. Venere non sarà osservabile per tutto il mese, perché si avvicina sempre di più al Sole, lo rivedremo alla fine di aprile al tramonto. Il pianeta rosso, Marte, sarà visibile nella prima parte della notte a occidente, tra le stelle del Toro, dove sarà protagonista di incontri ravvicinati con le Pleiadi, le Iadi e la luminosa Aldebaran, l’occhio rosso del Toro. Giove e Saturno saranno visibili all’alba. Degli ultimi due giganti gassosi del Sistema solare, Urano e Nettuno, soltanto il primo sarà osservabile nel cielo occidentale, molto basso, nelle prime ore serali.

Pur essendo ancora presenti le grandi costellazioni che hanno dominato il cielo invernale, a oriente ha già fatto il suo ingresso l’inconfondibile silhouette del Leone composta dalle stelle Denebola (la coda), Algeiba (la criniera), Zosma e Regolo (il Piccolo Re) che formano il corpo del Leone, mentre Adhafera, Al Ashfar e Al Ras ne disegnano la testa. In questa costellazione, spicca il “Tripletto del Leone” formato dalle galassie a spirale M66, M65 e NGC 3628 distanti 35 milioni di anni luce dalla Terra. Denebola, Arturo del Boote e Spica della Vergine sono i vertici del “Triangolo di Primavera”, asterismo visibile nell’emisfero boreale nei mesi primaverili. La costellazione del Leone deve il suo nome al Leone di Nemea ucciso da Ercole nella prima delle sue dodici fatiche. Il feroce felino viveva in una caverna, usciva soltanto per uccidere le genti del luogo ed era protetto da una folta pelliccia resistente a qualsiasi arma che lo rendeva invulnerabile. Per tale motivo, Ercole fu costretto ad affrontarlo a mani nude, lo strozzò, gli tolse la pelle e, dopo averla indossata, divenne invulnerabile a sua volta. Sempre a oriente, fa capolino la Vergine, che è una delle più grandi costellazioni del cielo, domina i cieli da febbraio fino a luglio e tra le stelle più importanti troviamo la brillante Spica (nei pressi della quale vi è la famosa galassia Sombrero), Porrima e Vindemiatrix (Vendemmiatrice), che, con il suo sorgere, avvisava quando avviare la vendemmia. Procedendo verso ovest, s’incontrano le costellazioni zodiacali del Cancro, dei Gemelli e del Toro, che si avviano a tramontare. Sempre nel cielo occidentale, sono pronte a salutarci pure il gigantesco Orione con i suoi fedeli Cane Maggiore con Sirio e Cane Minore con Procione. Nel cielo settentrionale, campeggiano le immancabili costellazioni circumpolari di Cassiopea riconoscibile per la sua forma a “W” e il Gran Carro dell’Orsa Maggiore disposte ai lati opposti del Piccolo Carro dell’Orsa Minore con la Polare, con la prima molto bassa a Nord-Est e la seconda molto alta a Nord-Ovest.

Le congiunzioni del mese. Da non perdere, alle 22 del 3 marzo, la congiunzione tra Marte e l’ammasso aperto delle Pleiadi (M 45). A coloro che amano alzarsi prima dell’alba, segnaliamo, alle 5,45 del 5 marzo, sull’orizzonte orientale, l’incontro ravvicinato tra il gigantesco Giove e l’elusivo Mercurio, assai bassi sull’orizzonte, con Saturno poco distante che fa da spettatore, tutt’e tra i pianeti sullo sfondo delle stelline del Capricorno. E, ancora, prima dell’alba del 10, il falcetto di Luna calante incontra il trio planetario di prima. Bellissimo il balletto serale del 18 e 19 marzo, nel cielo occidentale, tra la falce di Luna crescente con Marte, le Pleiadi, Aldebaran e le Iadi, nella costellazione del Toro.

                                                               GIUSEPPE SPERLINGA

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MOTOSEGA IMPAZZITA AL POLICLINICO DI CATANIA DECAPITA 30 FICUS MICROCARPA, 3 FALSO PEPE E 2 FALSO KAPOK

Adesso la misura è davvero colma! A Catania e provincia, capitozzano tutti, è come se avessero dichiarato guerra agli alberi. A dare il pessimo esempio è sempre stato il Servizio tutela (sic!) e gestione del Verde pubblico del Comune di Catania, che non ha esitato a ordinare orribili decapitazioni e mutilazioni ai danni degli alberi che costituiscono il patrimonio arboreo di tutti i catanesi. Esempio imitato da privati e da Enti pubblici, quali sono le Direzioni ospedaliere di due importanti nosocomi cittadini: il Policlinico e il Cannizzaro, che ordinano capitozzature senza pietà.
Il quotidiano La Sicilia di oggi, martedì 16 febbraio 2021, pubblica l’ennesimo articolo-denuncia contro questa barbara pratica operata in aperta violazione del “Regolamento del Verde pubblico e privato della città di Catania”, approvato dal Consiglio Comunale il 6 agosto 2019.
E’ auspicabile l’intervento della Polizia ambientale e della Procura della Repubblica per porre fine a questo scempio ambientale che costituisce una seria minaccia alla salute degli alberi cittadini.
Per facilitarne la lettura, ecco qui di seguito il testo integrale dell’articolo con una appendice finale che per esigenze di spazio non è stato possibile pubblicare:
Fino a ieri, i trenta Ficus microcarpa, i tre Falso pepe (Schinus molle) e i due Falso kapok (Ceiba speciosa) del Policlinico di via Santa Sofia dell’Università di Catania erano alberi in buona salute, che nonostante le ripetute capitozzature degli anni passati avevano sviluppato una folta ma informe chioma che ospitava una quantità di nidi di uccelli, davano ombra e frescura al parcheggio, rilasciavano ossigeno e rimuovevano una cospicua quantità di anidride carbolica e particelle inquinanti dall’atmosfera. Da ieri, il loro aspetto è mutato, non sono più così, perché sono stati letteralmente decapitati, capitozzati dalla motosega selvaggia che li ha privati della chioma, facendogli assumere una forma spettrale con quelle branche tranciate e spoglie protese verso l’alto quasi a invocare vendetta al cielo e agli uomini. Stavolta il Comune non c’entra, a ordinare una simile barbarie è stata la Direzione dell’Azienda ospedaliero universitaria Policlinico “Gaspare Rodolico-San Marco”, che evidentemente ignora che la capitozzatura, la cimatura e la drastica potatura sono vietate per legge, a meno che l’albero non sia malato e costituisca una minaccia per l’incolumità dei cittadini (e non era il caso degli orribilmente mutilati), come ricorda l’ing. Giuseppe Rannisi della LIpu. L’Azienda ignora pure che nella nostra città, dal 6 agosto 2019, è in vigore il “Regolamento del Verde pubblico e privato della città di Catania” che vieta simili interventi e che prima di procedere a qualsivoglia operazione di potatura o taglio occorre chiedere l’autorizzazione.
In attesa di conoscere le motivazioni dell’Azienda Policlinico, tenuto in debito conto l’infrazione dell’articolo 18 del Regolamento del Verde pubblico e privato, abbiamo chiesto all’architetto Marina Galeazzi, dirigente del Servizio tutela e gestione del Verde pubblico del Comune di Catania, se la Direzione (che non è nuova a simili “prodezze” ai danni degli alberi presenti all’interno delle strutture sanitarie di sua competenza, ex ospedale Vittorio Emanuele docet) era stata autorizzata dal suo ufficio a eseguire la totale eliminazione della chioma degli alberi. In caso di risposta negativa, come pensa di intervenire? Sarà sanzionata, la Direzione del Policlinico, come prevede il Regolamento comunale?
Lapidaria la risposta della dirigente comunale: “Non siamo stati noi a ordinare le capitozzature degli alberi all’interno del Policlinico. Io non faccio attività sanzionatoria, potreste denunciare alla Polizia ambientale. Noi ci occupiamo di manutenzione del verde comunale.”
Dura e senza perifrasi, invece, è la risposta del prof. Pietro Pavone, già ordinario di Botanica nella nostra Università: “Purtroppo, c’è la preoccupazione da parte dei pubblici funzionari (che in fatto di piante sono totalmente ignoranti) che più si taglia e più sicurezza si ha. Cosa assolutamente falsa. Non si fa altro che indebolire la struttura arborea creando marciumi interni ai tronchi che a distanza di anni cederanno al primo soffio di vento. Certo, i Ficus microcarpa sono piante molto resistenti, ma anche loro avranno problemi nel tempo e, inoltre, gran parte di queste potature sono pure state fatte male a giudicare dalle immagini che ho visto. Ma questo è un altro problema: non ci sono più bravi potatori, basta vedere i tagli fatti sui rami.”
In effetti, l’intervento di capitozzatura è molto più semplice da attuarsi rispetto a un oculato intervento di potatura, che deve essere puntuale e calibrato per ciascun albero. Ne consegue che l’operatore, il più delle volte senza qualifica, si limiti a tranciare le branche primarie mediante tagli con la motosega. Qual è il risultato è presto detto: si guadagna di più e si impiega meno tempo, riducendo l’antica arte della potatura a una volgare pratica vandalica e violenta nei confronti degli alberi. L’unico strumento efficace per contrastare questa modalità deprecabile di gestione del verde pubblico e privato è il Regolamento comunale del verde, che a Catania è operativo da oltre un anno e mezzo. Ma non tutti ne sono a conoscenza, come dimostra l’ennesima capitozzatura all’interno di un ospedale e anche operata da privati cittadini.
Per ciò che riguarda lo scempio degli alberi perpetrato in questi ultimi giorni all’interno del Policlinico, vi sono tutti gli estremi per l’intervento della Polizia ambientale e, soprattutto, della Procura della Repubblica, cui non mancano gli elementi per almeno un paio di reati commessi: violazione dell’articolo 18 del Regolamento del Verde pubblico e privato della città di Catania e danno erariale.
GIUSEPPE SPERLINGA
 
SETTE BUONI MOTIVI PER NON CAPITOZZARE GLI ALBERI
1) Sono stati privati della loro chioma, con le piante ormai vicine al risveglio vegetativo (il 1° marzo entra la primavera meteorologica), nelle quali, venendo meno l’inibizione della chioma, si avrà il riscoppio disordinato delle gemme e, tra un paio d’anni, gli alberi avranno una chioma informe e più bassa: il rimedio risulterà peggiore del male.
2) Il parcheggio sarà privo di ombra e frescura.
3) Gli alberi senza chioma non potranno rimuovere l’anidride carbonica né rilasciare ossigeno all’interno di un ospedale che sorge una zona intensamente trafficata da auto e mezzi pesanti.
4) Con la privazione della chioma, sono stati distrutti numerosi nidi di uccelli.
5) L’effetto estetico è squallido e deprimente.
6) Le superfici di taglio dei grossi rami non sono state ricoperte da sostanze cicatrizzanti e ciò permetterà l’accesso di germi patogeni che faranno marcire la pianta dall’interno.
7) L’unica consolazione è che i Ficus microcarpa sono piante robuste, ma ciò nonostante la loro vita rischia di accorciarsi del trenta per cento.
G.S.
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IL CIELO DI FEBBRAIO 2021

AVARO DI EVENTI IL CIELO DI FEBBRAIO 2021
Un antico proverbio contadino ammonisce che febbraio è “corto e amaro”. In tempi moderni, bisognerebbe rimodularlo in “corto e avaro”, perché il suo cielo è davvero povero di eventi astronomici. Fino al 16, il Sole si trova proiettato tra le stelle della costellazione del Capricorno, poi passa nell’Acquario. Nel cielo fossile dell’Astrologia, invece, la nostra stella diurna si troverebbe già nel segno dell’Acquario fin dal 19 gennaio e il 18 febbraio passerebbe in quello dei Pesci, con buona pace dei creduloni che continueranno a leggere l’oroscopo di un altro. Rapido excursus planetario cominciando da Mercurio, che sarà visibile all’alba verso la fine del mese. Venere sarà anch’esso osservabile all’alba, ma fino al 6, dopo diventa difficile scorgerlo nel cielo orientale. Marte potremo osservarlo per buona parte della notte nel cielo occidentale. Dopo il 14, sempre all’alba, potremo rintracciare Giove e Saturno, bassi sull’orizzonte nord-orientale, tra le stelle della costellazione del Capricorno. Urano sarà ancora visibile nella prima parte della notte nell’orizzonte occidentale tra le stelle dell’Ariete. Nettuno, infine, tramonta subito dopo il Sole nel cielo occidentale.
Scartando le osservazioni delle congiunzioni difficilmente visibili sia perché avverranno alle prime luci dell’alba sia perché i corpi celesti interessati si troveranno molto bassi sull’orizzonte, bisogna aspettare il 18 febbraio per vederne una in ore serali: si tratta della congiunzione tra la Luna quasi al primo quarto con il pianeta rosso Marte proiettati tra le stelle dell’Ariete. La sera successiva, da non perdere l’allineamento tra Marte, la Luna al primo quarto e la fulgida Aldebaran (l’occhio rosso del Toro), con le Pleiadi (‘a Puddara per i siciliani, la Chioccia in italiano) accanto alla Luna.
A dominare il cielo notturno di febbraio saranno ancora le grandi costellazioni invernali. Il quadrilatero di Orione si staglia imponente in direzione meridionale. Prolungando verso l’alto e a destra le tre stelle della cintura del grande cacciatore, Alnitak, Alnilam e Mintaka (il famoso “Tre Bastoni” di verghiana memoria), s’incontra la stella Aldebaran. Più in alto e a sinistra vi è la costellazione dell’Auriga con la brillante Capella (la Capretta che allattò Zeus) e, più in basso, s’incontrano i Gemelli con le stelle Castore e Polluce. Questi ultimi erano i Dioscuri, figli di Leda e di Zeus, che la sedusse apparendole sotto le mentite spoglie di un bellissimo cigno. I Dioscuri erano due gemelli… diversi, sono nati da due uova che contenevano l’uno Polluce ed Elena e l’altro Castore e Clitennestra. Inoltre, al contrario del fratello, Polluce era immortale, erano considerati i protettori dei naviganti durante le tempeste marine e, come Argonauti, parteciparono al viaggio verso la Colchide nella ricerca del Vello d’oro e alla caccia al possente cinghiale di Calidone. Quando Castore morì, Polluce chiese al padre di seguire il fratello nell’aldilà. Zeus l’accontentò a metà, consentendogli di trascorrere un giorno nell’Ade in compagnia del fratello e un giorno nell’Olimpo. Prolungando le tre stelle della cintura in basso a sinistra, vedremo splendere Sirio, la stella più luminosa del cielo notturno e della costellazione del Cane Maggiore. Gli antichi Egizi, grazie all’apparizione di Sirio in cielo erano in grado di prevedere le catastrofiche ma provvidenziali alluvioni del Nilo che col limo trasportato rendevano fertili le campagne. Procedendo sempre a sinistra di Orione ma verso l’alto, vi è Procione, la stella più luminosa del Cane Minore. Sirio, Procione e Betelgeuse formano i vertici del bell’asterismo del “Triangolo invernale”.
Mentre nel cielo occidentale si avviano piano piano a tramontare le costellazioni di Andromeda, del Triangolo, dei Pesci e dell’Ariete, a oriente fanno la loro apparizione le prime costellazioni primaverili precedute dal Leone con Regolo, dal Leone Minore e dalla Vergine. Nel cielo nord-occidentale spicca la “W” di Cassiopea e tra questa e il Toro è facile riconoscere la costellazione del Perseo. Sul versante opposto, a Nord-Est, troviamo il Gran Carro dell’Orsa Maggiore con le celebri galassie M81 e M82 quasi allo zenit. Ricordiamo, infine, che il 4 febbraio ricorre il 115° anniversario della nascita di Clyde Tombaugh, l’astronomo americano che, nel 1930, appena ventiquattrenne, scoprì Plutone. La sonda “New Horizons”, che, nel 2015, sorvolò il remoto pianeta nano, ha a bordo una parte delle ceneri di Tombaugh: per la prima volta, resti umani varcheranno i confini del Sistema solare.
                        GIUSEPPE SPERLINGA
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VENT’ANNI FA CI LASCIAVA IL PROF. MARCELLO LA GRECA

A vent’anni dalla scomparsa del prof. Marcello La Greca, così lo ricorda il prof. Giuseppe Sperlinga, presidente dell’associazione “Stelle e Ambiente”, sodalizio di Cultura scientifica dedicato alla memoria dell’insigne scienziato.

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10 FEBBRAIO 2001-10 FEBBRAIO 2021

20° ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA DEL PROF. MARCELLO LA GRECA

 

Marcello La Greca fu professore ordinario di Zoologia nell’Università di Catania e insigne zoologo di fama internazionale, professore emerito dell’Università di Catania, accademico dei Lincei, presidente dell’Accademia Gioenia di Scienze Naturali, fondatore e primo direttore del Dipartimento di Biologia Animale e artefice della rifondazione dell’annesso Museo di Zoologia (oggi in avanzata radicale ristrutturazione e presto sarà aperto al pubblico), antesignano della Biogeografia e della Biospeleologia in Sicilia.
Fondamentale fu il suo contributo di studioso ed esperto di Politica ambientale sia per l’istituzione del Parco dell’Etna, sia per l’istituzione delle prime Riserve naturali integrali speleologiche in Sicilia da parte della Regione Siciliana, quattro delle quali (RNI “Grotta Palombara” di Melilli, RNI “Grotta Monello” di Siracusa ed RNI “Complesso speleologico Villasmundo-Alfio” di Melilli, RNI “Complesso speleologico Micio Conti-Immacolatelle” di San Gregorio di Catania) sono tuttora gestite dall’Università di Catania tramite il Centro di ricerca Cutgana.
Il prof. La Greca credeva fermamente nell’importante ruolo educativo svolto dalle strutture culturali stabili e nutrì una profonda avversione per la politica dell’effimero. Per oltre trent’anni, si adoperò assiduamente per far istituire a Catania un Museo civico di Storia Naturale, cui avrebbe donato la sua preziosa collezione di Ortotteri, che alla sua morte spiccò il volo per il prestigioso Museo di Storia Naturale di Milano. Purtroppo, dopo anni e anni di incontri, riunioni, anticamere per essere ricevuto da sindaci e assessori comunali senza distinzione di colore politico, i suoi sforzi, furono vanificati dall’incultura profondamente radicata negli amministratori comunali incontrati. Tutt’oggi, infatti, la città di Catania è priva di una struttura museale scientifica come quella proposta dal prof. La Greca.
Collaborò attivamente col compianto indimenticabile Bruno Ragonese di Noto (SR), nel 1973, alla fondazione dell’attivissima associazione naturalistica di ricerca e conservazione “Ente Fauna Siciliana” (EFS), di cui fu pure presidente dopo la scomparsa dell’indimenticabile amico Bruno. A Marcello La Greca, l’EFS ha intitolato il premio internazionale indetto con periodicità annuale.
Sempre alla memoria del prof. La Greca è intitolata l’associazione “Stelle e Ambiente” per la ricerca e la divulgazione scientifica e ambientale fondata due anni dopo la sua scomparsa, nel 2003.
Egli fu, soprattutto, un grande Maestro di Scienza e di Vita per numerosi allievi e studiosi che, dopo la sua scomparsa, hanno portato avanti la Sua Scuola, i Suoi insegnamenti, le Sue ricerche scientifiche.
Lo ricordiamo, a vent’anni dalla scomparsa, con grande affetto e riconoscenza.
Giuseppe Sperlinga

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2 FEBBRAIO 2021 – GIORNATA MONDIALE DELLE ZONE UMIDE

2 FEBBRAIO GIORNATA MONDIALE DELLE ZONE UMIDE

La V Circoscrizione dei Lions Club e le associazioni naturalistiche del territorio catanese Stelle e Ambiente, Amici della Terra, Cepes, Lipu, WWF Sicilia nord-orientale ed Ente Fauna Siciliana ricordano l’avvenimento e partecipano virtualmente alla Giornata mondiale delle zone umide con una locandina avente come sfondo l’ambiente umido della Timpa di Leucatia, un vero è proprio scrigno di biodiversità che dobbiamo fare di tutto per la sua tutela, valorizzazione e fruizione con l’istituzione di un’area protetta e valutare se vi sono i parametri per il suo inserimento nella lista delle zone umide internazionali.

Il quotidiano “La Sicilia” di oggi, 2 febbraio 2021, dedica l’intera pagina 13 alla ricorrenza con un servizio a firma di chi scrive.

Giuseppe Sperlinga

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Ramsar è una città iraniana di quarantamila abitanti che si affaccia sul mar Caspio. Deve la sua fama al fatto che, il 2 febbraio del 1971, fu sede di un’importante conferenza internazionale durante la quale fu approvata da 170 Paesi (tra cui l’Italia), istituzioni scientifiche e organizzazioni internazionali la Convenzione internazionale relativa alle zone umide come habitat degli uccelli acquatici, a tutti nota come “Convenzione di Ramsar”. A promuovere quel summit mondiale fu l’Ufficio internazionale per le ricerche sulle zone umide e sugli Uccelli acquatici, con la collaborazione dell’Unione internazionale per la conservazione della Natura e del Consiglio internazionale per la protezione degli uccelli. Da allora è trascorso mezzo secolo e ogni anno, il 2 febbraio, si celebra in tutto il mondo la “Giornata mondiale delle zone umide” per sensibilizzare tutti sull’importante ruolo svolto dalle zone umide, le quali, ospitando una straordinaria biodiversità, hanno un’elevata capacità di immagazzinare l’anidride carbonica, mitigando così i devastanti effetti dei cambiamenti climatici.

Ma, cosa sono esattamente le zone umide? Come suggerisce lo stesso nome, si tratta di aree caratterizzate dalla presenza permanente o temporanea dell’acqua, quali le paludi, torbiere, acquitrini, specchi d’acqua naturali o artificiali con acqua dolce, salmastra o salata, stagni, laghi, fiumi, ma sono incluse pure le coste marine fino a sei metri di profondità. Esse, però, sono uno scrigno di biodiversità piuttosto fragile, estremamente delicate e sono tra gli ecosistemi più minacciati al mondo, minacce che, manco a dirlo, provengono tutte dall’uomo, che continua a scaricarvi le sostanze inquinanti impiegate nell’agricoltura, gli scarichi industriali, i reflui cloacali dei centri abitati. Eppure, le zone umide ci migliorano la vita, perché contribuiscono a mantenere il microclima, salvaguardano le coste marine dall’erosione, forniscono ogni giorno una immensa quantità d’acqua, sono alla base del sistema di coltivazione del riso, che rappresenta l’alimento fondamentale per quasi il 20 per cento della popolazione mondiale, contribuiscono allo sviluppo economico di un Paese se si pensa che quasi un milione di persone dipendono da pesca e acquacoltura. Inoltre, immagazzinano grandi quantità di carbonio e assorbono le piogge in eccesso, attenuando il rischio di inondazioni, rallentando l’insorgere della siccità e riducendo al minimo la penuria d’acqua. Le zone umide, insomma, sono un autentico tesoro da salvare sia per l’elevato valore naturalistico di questi ambienti, sia per la loro rarità e dei rischi di estinzione cui sono esposti, in modo particolare quelli ubicati in prossimità o inglobati nelle aree urbane.

In Italia, finora, sono state istituite 65 zone umide, distribuite in 15 regioni, per un totale di 82.331 ettari. Sono aree d’importanza internazionale riconosciute e inserite nell’elenco della Convenzione di Ramsar. In Sicilia, sono soltanto sei le zone umide: l’Oasi Faunistica di Vendicari (Noto), il Biviere di Gela, le paludi costiere di Capo Feto, Margi Spanò, Margi Nespolilla e Margi Milo (Mazara del Vallo-Marsala), i laghi di Murana, Preola e Gorghi Tondi (Mazara del Vallo) e lo Stagno Pantano Leone (Campobello di Mazara). Nessuna zona umida, come si vede, è stata ancora istituita nella provincia di Catania. Tra i tanti ambienti umidi sparsi nel territorio etneo qualcuno potrebbe avere i requisiti per essere riconosciuto “zona umida”? Sicuramente sì. Lo meriterebbero, per esempio, la foce del Simeto e l’ambiente umido della Timpa di Leucatia. Quest’ultimo, in particolare, è davvero una rarità ed è riuscito ad arrivare intatto ai giorni nostri nonostante la scellerata espansione urbanistica degli ultimi decenni che l’ha ormai circondato. Si trova nella periferia settentrionale di Catania, tra Barriera e Canalicchio, dove ancora sono presenti i ruderi del secentesco acquedotto dei Benedettini, là dove le lave dei Centri eruttivi alcalini antichi (eruzioni avvenute tra 200 mila e 100 mila anni fa) giungono a contatto con le argille grigio-azzurre (le stesse che formano il basamento dell’intero edificio vulcanico etneo), provocando l’affioramento in superficie di cospicue quantità d’acqua provenienti da quell’immenso serbatoio, qual è appunto l’Etna, acque che scorrono in superficie tutto l’anno. Secondo calcoli effettuati in diversi periodi dell’anno, la portata idrica non scende mai sotto di 80-120 litri al secondo, con punte nei mesi autunnali che arrivano fino a 200-250 litri al secondo. Le acque che affiorano dalle numerose sorgenti formano piccoli ruscelli che scorrono rumorosi seguendo il pendio del terreno. Una parte di esse, sono convogliate in una lunga canaletta chiusa da una caditoia metallica e, da qui, inutilmente e colpevolmente incanalate nel canale di gronda: si disperderanno in mare, anziché essere recuperate e destinate al vicino Parco Gioeni a scopo irriguo e antincendio. Sono davvero lontani i tempi dei saggi frati benedettini, i quali più di tre secoli e mezzo fa, dopo aver acquistato quelle terre, captarono le acque che sgorgavano copiosamente dal terreno e, fatto costruire un acquedotto, le trasportarono fino in città per soddisfare il fabbisogno idrico del monastero di piazza Dante e di buona parte della Catania di allora. Ma torniamo all’ambiente umido della Leucatia. A terra, dove l’acqua è quasi stagnante, è presente la Lenticchia d’acqua, una minuscola Angiosperma Monocotiledone che forma tanti piccoli tappeti verdi. Attorno, abbonda di una graminacea comune lungo i fiumi e nelle acque stagnanti: la Cannuccia di palude con la caratteristica infiorescenza “a pennacchio”. Queste piante hanno un complesso apparato radicale che, oltre a essere in grado di filtrare le impurità delle acque, trattiene le particelle di terra, che rimanendo intrappolate tra le radici, consolidano i terreni fangosi, permettendo ad altre piante di insediarsi. In estate, l’intera area acquitrinosa della Licatia è ricoperta dalla Tifa, riconoscibile per l’infiorescenza color ruggine. Tra la fitta vegetazione, inoltre, è facile individuare il Crescione d’acqua, la Menta acquatica, il Sedano d’acqua e, purtroppo, pure l’invadente Ipomea, una pianta dai vistosissimi fiori viola originaria dell’America tropicale che qui ha ricoperto ogni cosa, ruderi compresi.

Tra i ruderi della “botte dell’acqua” e dell’acquedotto benedettino ormai ricoperti da una folta e lussureggiante vegetazione, vive pure una ricca fauna d’invertebrati, tra cui maggiormente presenti sono gli insetti Ortotteri (cavallette), Odonati (libellule), Ditteri, Coleotteri e, soprattutto, 110 specie di Imenotteri Apoidei con due endemismi siciliani, come accertato alcuni anni fa dal dott. Vittorio Nobile del Dipartimento di Biologia Animale dell’Università di Catania. Ma l’animale che colpisce la fantasia dei cittadini è il Granchio di fiume, un crostaceo che non è una leggenda metropolitana, anche se negli ultimi anni ha corso il grave pericolo di scomparire per sempre, vittima di una caccia spietata per scopi culinari. Numerose pure le specie di vertebrati, tra i quali citeremo la “buffa” (il Rospo), la “larunchia” (il Discoglosso dipinto), la “Serpi niura” (il Biacco), la “Serpi aranatu” (il Colubro leopardino) e numerose specie di Uccelli che si dissetano nelle fresche acque di sorgente, ma che purtroppo sono “predati” da uccellatori che lì distendono le loro reti.

                GIUSEPPE SPERLINGA

 

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ADDIO AI PINI D’ALEPPO E AI TIGLI DELLE VIE GRASSI-BRAILLE.

GESTIONE VERDE PUBBLICO A CATANIA
La discutibile gestione del Verde pubblico finirà col decimare il patrimonio arboreo cittadino. Sono stati condannati a morte, infatti, tutti gli alberi che hanno il fusto “fuori asse”, vale a dire tutti quelli che non hanno il fusto perfettamente ortogonale con il piano stradale, anche se il loro stato di salute è ottimo, come dimostrano le superfici di taglio del tronco dei malcapitati esemplari di Pino d’Aleppo (Pinus halepensis) abbattuti nelle vie Battista Grassi e Louis Braille, a Canalicchio.
Non è dato sapere se preventivamente siano state effettuate prove di trazione prima di tagliare gli alberi, avrei voluto chiederlo alla dirigente del “Servizio tutela (sic!) e gestione del Verde pubblico” del Comune di Catania, ma non mi è stato possibile, a tutt’oggi, attendo la sua telefonata, come aveva promesso di fare, dopo quattro tentativi telefonici da parte mia senza risultato.
Ammesso che le abbiano effettuate, le relazioni dei tecnici saranno rese di pubblico dominio? E, infine, se un albero è “fuori asse”, come dicevano gli operai della Multiservizi, siamo sicuri che sia questa l’unica soluzione per evitare che si schianti al suolo mettendo a repentaglio l’incolumità dei passanti?
Il quotidiano La Sicilia di oggi, giovedì 21 gennaio 2021, dedica ampio spazio all’abbattimento dei Pini d’Aleppo con un articolo a firma di chi scrive, senza trascurare lo stato disastroso in cui versa il marciapiede delle due strade, le capitozzature ai danni dei giovani Minicucchi (Bagolari), la drastica potatura del bellissimo esemplare di Albero del corallo (Erythrina crista galli) e delle due Jacarande presenti nel piccolo Largo Antonino Bulla (‘u pueta do Canalicchiu), nonché la fontanella ormai muta da ben sei anni!
Piaccia o no (e a me non piace) è questa la Catania del XXI secolo.

 

Qui di seguito il testo dell’articolo.

Addio, cari Pini d’Aleppo e Tigli di via Battista Grassi e Louis Braille, la bella e ampia strada (quella della ex Centrale del latte, come la conoscono i catanesi) con il marciapiede est non più alberato come un tempo. Venticinque anni fa, esattamente il 6 febbraio del 1996, il nostro giornale pubblicava un articolo a firma di chi scrive che l’indimenticabile capocronista Vittorio Consoli titolò “Via Battista Grassi, un esempio di strada con verde mediterraneo”. Ebbene, oggi, il “verde mediterraneo” di via Grassi non esiste quasi più, perché negli ultimi tempi sono stati abbattuti ben sedici esemplari di Pino d’Aleppo (Pinus halepensis) e sono quasi del tutto scomparsi i Tigli sostituiti da alberelli di Minicucco, nome dialettale del Bagolaro. Come è potuto succedere questo stravolgimento della fisionomia arborea della strada in un quarto di secolo? Perché alberi che possono raggiungere un’altezza di 20 metri e vivere fino a 250 anni, considerati tra i più resistenti e in grado di sopravvivere al caldo dei mesi estivi e di sopportare pure lunghi periodi di siccità sono stati abbattuti, tagliati alla base? Semplicemente, perché a causa del loro portamento contorto e deforme, con la chioma espansa e irregolare, sono stati ritenuti pericolosi, a rischio di schianto al suolo perché il “tronco non era in asse”, come riferitoci, ieri mattina, dagli operai della Catania Multiservizi cui è stato impartito l’ordine di abbattimento da parte della dirigente del Servizio Tutela e gestione del Verde pubblico del Comune di Catania, arch. Marina Galeazzi. È noto che alla dirigente comunale sta molto a cuore l’incolumità fisica dei suoi concittadini, minacciati, a suo modo di vedere, dai numerosi alberi sparsi nelle aiuole di strade, piazze e giardini pubblici cittadini, diventati improvvisamente autentici killer. Agitando, infatti, lo spettro di uno schianto (e, diciamolo senza perifrasi, per proteggersi pure da eventuali fastidi giudiziari che ne dovessero derivare in caso di danni a persone e cose), l’ineffabile dirigente in parola non esita a ordinare capitozzature e, facendosi forte delle relazioni di tecnici esterni che sottopongono gli alberi a prove di trazione, dà ordine di abbattere tutti gli alberi che non rientrano nei requisiti di stabilità. Abbiamo provato, nella tarda mattinata di ieri, a metterci quattro volte in contatto telefonico con l’arch. Galeazzi per sentire le ragioni di questo ennesimo taglio di alberi, ma fino al momento in cui scriviamo non è arrivata alcuna telefonata che pure si era impegnata a farci.

Sempre in via Grassi-Braille, alla Multiservizi sono stati ordinati pure altri interventi cesori, come la drastica potatura, al limite della capitozzatura, di cinque giovani Minicucchi messi a dimora nelle aiuole dove prima c’erano i tigli. Ancora una volta, sfugge alla nostra comprensione la logica di simili interventi. Costituisce, piuttosto, un attentato alla sicurezza dei pedoni il marciapiede dissestato e deformato dalle radici degli alberi in prossimità delle aiuole: è un intervento non più procrastinabile se si vuole evitare che qualcuno finisca all’ospedale.

Spostandoci all’inizio di via Grassi, nel piccolo slargo formato con la confluenza di via Pietra dell’Ova, dedicato alla memoria di Antonino Bulla, ‘u pueta do Canalicchiu”, abbiamo notato pure qui tagli piuttosto energici ai danni dei tre alberi che d’estate offrono ombra e frescura ai passanti, nonché l’unica fontanella da tempo asciutta e sporca, che aspetta da chissà quanto tempo il ripristino dell’erogazione dell’acqua.

È davvero singolare, infine, il fatto che si considerino pericolosi gli alberi vivi e in buona salute, mentre quelli malati o addirittura ormai morti, dei quali sono rimasti i fusti con le branche prive di foglie protese verso l’alto rimangano pericolosamente al loro posto. Risale al 29 giugno dello scorso anno, la nostra segnalazione dalle colonne di questo giornale della Jacaranda morta presente nello slargo ad angolo tra via Pedara e via Generale di San Marzano; dell’Acacia anch’essa secca del plesso dell’istituto comprensivo statale “Italo Calvino” di via Ferro Fabiani, che da tempo poggia sul recinto metallico dell’edificio scolastico e, a pochi metri, il grosso ramo di un Ailanto grava sui cavi di una linea elettrica (o telefonica?); del filare di ailanti all’inizio di via Domenico Morelli, i cui lunghi e fragili rami hanno ormai raggiunto il marciapiede opposto.

GIUSEPPE SPERLINGA

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IL CIELO DEL 2021 E DI GENNAIO

Cosa vedremo nei cieli delle quattro stagioni del 2021?
Lo saprete leggendo l’articolo a firma di chi scrive pubblicato sul quotidiano La Sicilia di oggi, martedì 5 gennaio.
G.S.
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RICCO DI EVENTI IL CIELO DEL 2021

Per conoscere quali eventi ha in serbo il cielo nell’anno nuovo, gli astronomi non interpellano un oracolo né scrutano nella sfera di cristallo, l’uno e l’altra li lasciano a coloro che ammanniscono previsioni astrologiche, oroscopi e amenità discorrendo. È nota sin dall’antichità la periodicità dei fenomeni astronomici, i quali si verificano puntualmente anno dopo anno, fatte salve le apparizioni di nuove comete o di asteroidi. Ma vediamo quali sono i principali fenomeni che caratterizzano l’anno astronomico che sta per iniziare, rimandando il lettore che volesse saperne di più alla consultazione dell’”Almanacco 2021” supplemento al n. 4 della rivista “Astronomia” dell’Unione Astrofili Italiani e dell’agenda “Il Cielo 2021” (Drioli editore). La Terra sarà al perielio il 2 gennaio, anziché il 3 o il 4 o il 5 come negli anni passati. Quel giorno, il nostro pianeta sarà alla minima distanza dal Sole (147.093.052 km). Il 5 luglio sarà in afelio, ossia raggiungerà la massima distanza dalla nostra stella diurna (152.100.376 km). L’equinozio di primavera cadrà ancora il 20 marzo, il solstizio d’estate slitterà di un giorno, il 21 giugno, manterranno le stesse date dello scorso anno sia l’equinozio d’autunno (22 settembre) sia il solstizio d’inverno (21 dicembre).

Nel nuovo anno si verificheranno due eclissi lunari e due solari: una totale di Luna (26 maggio) che non sarà visibile dall’Italia; una anulare di Sole (10 Giugno), che per noi sarà parziale e visibili solo le fasi iniziali dalle regioni centro-settentrionali italiane; una lunare parziale (19 novembre) anch’essa visibile dal nord Italia; una totale di Sole (4 dicembre) che non sarà visibile dal nostro Paese.

La Terra nel suo moto di rivoluzione intorno al Sole incontra numerosi frammenti lasciati dalla disgregazione di comete e di asteroidi. Questi detriti spaziali, penetrando nella nostra atmosfera, bruciano lasciando scie luminose, dando così origine alle cosiddette “stelle cadenti”. Ecco quali sciami meteorici vedremo quest’anno: le Quadrantidi, dal 27 dicembre al 10 gennaio con un picco nel cuore della notte tra il 3 e il 4 gennaio; le Liridi, dal 15 al 28 aprile (picco notte del 21-22); le Eta Aquaridi, dal 19 aprile al 28 maggio (picco tra il 6-7 maggio); le celeberrime Perseidi, popolarmente note come “lacrime di San Lorenzo”, dal 17 luglio al 26 agosto (picco nella notte tra l’11 e il 12 agosto); le Orionidi, dal 2 ottobre al 7 novembre (picco il 21-22 ottobre); le Leonidi, dal 6 al 30 novembre (picco nella notte del 16-17); le Geminidi, dal 4 al 17 dicembre (picco il 13-14); le Ursidi dal 17 al 26 dicembre (picco il 22-23). Purtroppo, il nuovo anno sarà avaro di comete, a meno che non ne appaia qualcuna senza preavviso, com’è stato per la famosa C/2020 F3 Neowise, che nella scorsa estate mobilitò gli astronomi non professionisti del mondo intero. Rapido excursus planetario. Mercurio sarà visibile al tramonto nel cielo occidentale, ma le date favorevoli saranno quella del 15 maggio, quando tramonta circa due ore dopo il Sole, e quella del 25 ottobre, un’ora e mezza prima dell’alba. Venere continuerà a essere “Lucifero” nel cielo orientale dove precede il sorgere del Sole, ma da aprile sarà “Vespero” e lo vedremo nel cielo serale fino alla fine dell’anno. Marte continua a essere visibile appena fa buio molto alto nel cielo sud-orientale, in primavera e in estate sarà sempre più basso nel cielo occidentale, ma negli ultimi mesi lo rivedremo all’alba. Giove e Saturno saranno sempre più bassi nel cielo occidentale e in fase di allontanamento reciproco dopo l’“abbraccio” dello scorso 21 dicembre, fino a diventare inosservabili, ma in estate torneranno a essere visibili nelle ore notturne. Urano e Nettuno li vedremo nella prima parte della notte nell’orizzonte sud-orientale, in primavera saranno in congiunzione col Sole e non saranno visibili, ma torneranno a essere osservabili nelle ore notturne dell’autunno quando saranno in opposizione al Sole. Tra le tante congiunzioni, segnaliamo la danza planetaria a tre con Giove, Saturno e Mercurio, bassi sull’orizzonte sud-occidentale, alle 17.20, dal 9 al 12 gennaio e, allo stesso orario del 14, il balletto celeste tra la Luna, Mercurio e Giove. Altri incontri planetari da non perdere sono quelli tra la Luna, Marte e Venere del 12 luglio; ancora la Luna ma stavolta con Giove e Saturno del 17 settembre e dell’11 novembre; l’ultimo appuntamento planetario dell’anno sarà quello tra Mercurico e Venere del 29 dicembre.

Nel cielo di gennaio, a oriente, cominciano ad apparire il Cancro e il Leone. Dalla parte opposta, si avviano al tramonto l’Ariete e i Pesci, al di sopra delle quali, procedendo verso est si notano Pegaso e Andromeda. Nel cielo meridionale continua a giganteggiare il grande cacciatore Orione, vero protagonista del cielo invernale, in compagnia dei suoi due fedeli cani: Sirio del Cane Maggiore e Procione del Cane Minore. A nord, come sempre, il Piccolo Carro dell’Orsa Minore con la Polare e la lunga costellazione del Drago. Allo zenit, sono ben evidenti i Gemelli con le luminose Castore e Polluce, l’Auriga con la luminosa Capella, la mitologica capretta Amaltea con il latte della quale fu nutrito Zeus, il Toro con la supergigante rossa Aldebaran e Perseo.

Buon anno e cieli sereni a tutti.

                                                                                               GIUSEPPE SPERLINGA  

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