Stelle e Ambiente

Author: Giuseppe Sperlinga

2 FEBBRAIO 2021 – GIORNATA MONDIALE DELLE ZONE UMIDE

2 FEBBRAIO GIORNATA MONDIALE DELLE ZONE UMIDE

La V Circoscrizione dei Lions Club e le associazioni naturalistiche del territorio catanese Stelle e Ambiente, Amici della Terra, Cepes, Lipu, WWF Sicilia nord-orientale ed Ente Fauna Siciliana ricordano l’avvenimento e partecipano virtualmente alla Giornata mondiale delle zone umide con una locandina avente come sfondo l’ambiente umido della Timpa di Leucatia, un vero è proprio scrigno di biodiversità che dobbiamo fare di tutto per la sua tutela, valorizzazione e fruizione con l’istituzione di un’area protetta e valutare se vi sono i parametri per il suo inserimento nella lista delle zone umide internazionali.

Il quotidiano “La Sicilia” di oggi, 2 febbraio 2021, dedica l’intera pagina 13 alla ricorrenza con un servizio a firma di chi scrive.

Giuseppe Sperlinga

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Ramsar è una città iraniana di quarantamila abitanti che si affaccia sul mar Caspio. Deve la sua fama al fatto che, il 2 febbraio del 1971, fu sede di un’importante conferenza internazionale durante la quale fu approvata da 170 Paesi (tra cui l’Italia), istituzioni scientifiche e organizzazioni internazionali la Convenzione internazionale relativa alle zone umide come habitat degli uccelli acquatici, a tutti nota come “Convenzione di Ramsar”. A promuovere quel summit mondiale fu l’Ufficio internazionale per le ricerche sulle zone umide e sugli Uccelli acquatici, con la collaborazione dell’Unione internazionale per la conservazione della Natura e del Consiglio internazionale per la protezione degli uccelli. Da allora è trascorso mezzo secolo e ogni anno, il 2 febbraio, si celebra in tutto il mondo la “Giornata mondiale delle zone umide” per sensibilizzare tutti sull’importante ruolo svolto dalle zone umide, le quali, ospitando una straordinaria biodiversità, hanno un’elevata capacità di immagazzinare l’anidride carbonica, mitigando così i devastanti effetti dei cambiamenti climatici.

Ma, cosa sono esattamente le zone umide? Come suggerisce lo stesso nome, si tratta di aree caratterizzate dalla presenza permanente o temporanea dell’acqua, quali le paludi, torbiere, acquitrini, specchi d’acqua naturali o artificiali con acqua dolce, salmastra o salata, stagni, laghi, fiumi, ma sono incluse pure le coste marine fino a sei metri di profondità. Esse, però, sono uno scrigno di biodiversità piuttosto fragile, estremamente delicate e sono tra gli ecosistemi più minacciati al mondo, minacce che, manco a dirlo, provengono tutte dall’uomo, che continua a scaricarvi le sostanze inquinanti impiegate nell’agricoltura, gli scarichi industriali, i reflui cloacali dei centri abitati. Eppure, le zone umide ci migliorano la vita, perché contribuiscono a mantenere il microclima, salvaguardano le coste marine dall’erosione, forniscono ogni giorno una immensa quantità d’acqua, sono alla base del sistema di coltivazione del riso, che rappresenta l’alimento fondamentale per quasi il 20 per cento della popolazione mondiale, contribuiscono allo sviluppo economico di un Paese se si pensa che quasi un milione di persone dipendono da pesca e acquacoltura. Inoltre, immagazzinano grandi quantità di carbonio e assorbono le piogge in eccesso, attenuando il rischio di inondazioni, rallentando l’insorgere della siccità e riducendo al minimo la penuria d’acqua. Le zone umide, insomma, sono un autentico tesoro da salvare sia per l’elevato valore naturalistico di questi ambienti, sia per la loro rarità e dei rischi di estinzione cui sono esposti, in modo particolare quelli ubicati in prossimità o inglobati nelle aree urbane.

In Italia, finora, sono state istituite 65 zone umide, distribuite in 15 regioni, per un totale di 82.331 ettari. Sono aree d’importanza internazionale riconosciute e inserite nell’elenco della Convenzione di Ramsar. In Sicilia, sono soltanto sei le zone umide: l’Oasi Faunistica di Vendicari (Noto), il Biviere di Gela, le paludi costiere di Capo Feto, Margi Spanò, Margi Nespolilla e Margi Milo (Mazara del Vallo-Marsala), i laghi di Murana, Preola e Gorghi Tondi (Mazara del Vallo) e lo Stagno Pantano Leone (Campobello di Mazara). Nessuna zona umida, come si vede, è stata ancora istituita nella provincia di Catania. Tra i tanti ambienti umidi sparsi nel territorio etneo qualcuno potrebbe avere i requisiti per essere riconosciuto “zona umida”? Sicuramente sì. Lo meriterebbero, per esempio, la foce del Simeto e l’ambiente umido della Timpa di Leucatia. Quest’ultimo, in particolare, è davvero una rarità ed è riuscito ad arrivare intatto ai giorni nostri nonostante la scellerata espansione urbanistica degli ultimi decenni che l’ha ormai circondato. Si trova nella periferia settentrionale di Catania, tra Barriera e Canalicchio, dove ancora sono presenti i ruderi del secentesco acquedotto dei Benedettini, là dove le lave dei Centri eruttivi alcalini antichi (eruzioni avvenute tra 200 mila e 100 mila anni fa) giungono a contatto con le argille grigio-azzurre (le stesse che formano il basamento dell’intero edificio vulcanico etneo), provocando l’affioramento in superficie di cospicue quantità d’acqua provenienti da quell’immenso serbatoio, qual è appunto l’Etna, acque che scorrono in superficie tutto l’anno. Secondo calcoli effettuati in diversi periodi dell’anno, la portata idrica non scende mai sotto di 80-120 litri al secondo, con punte nei mesi autunnali che arrivano fino a 200-250 litri al secondo. Le acque che affiorano dalle numerose sorgenti formano piccoli ruscelli che scorrono rumorosi seguendo il pendio del terreno. Una parte di esse, sono convogliate in una lunga canaletta chiusa da una caditoia metallica e, da qui, inutilmente e colpevolmente incanalate nel canale di gronda: si disperderanno in mare, anziché essere recuperate e destinate al vicino Parco Gioeni a scopo irriguo e antincendio. Sono davvero lontani i tempi dei saggi frati benedettini, i quali più di tre secoli e mezzo fa, dopo aver acquistato quelle terre, captarono le acque che sgorgavano copiosamente dal terreno e, fatto costruire un acquedotto, le trasportarono fino in città per soddisfare il fabbisogno idrico del monastero di piazza Dante e di buona parte della Catania di allora. Ma torniamo all’ambiente umido della Leucatia. A terra, dove l’acqua è quasi stagnante, è presente la Lenticchia d’acqua, una minuscola Angiosperma Monocotiledone che forma tanti piccoli tappeti verdi. Attorno, abbonda di una graminacea comune lungo i fiumi e nelle acque stagnanti: la Cannuccia di palude con la caratteristica infiorescenza “a pennacchio”. Queste piante hanno un complesso apparato radicale che, oltre a essere in grado di filtrare le impurità delle acque, trattiene le particelle di terra, che rimanendo intrappolate tra le radici, consolidano i terreni fangosi, permettendo ad altre piante di insediarsi. In estate, l’intera area acquitrinosa della Licatia è ricoperta dalla Tifa, riconoscibile per l’infiorescenza color ruggine. Tra la fitta vegetazione, inoltre, è facile individuare il Crescione d’acqua, la Menta acquatica, il Sedano d’acqua e, purtroppo, pure l’invadente Ipomea, una pianta dai vistosissimi fiori viola originaria dell’America tropicale che qui ha ricoperto ogni cosa, ruderi compresi.

Tra i ruderi della “botte dell’acqua” e dell’acquedotto benedettino ormai ricoperti da una folta e lussureggiante vegetazione, vive pure una ricca fauna d’invertebrati, tra cui maggiormente presenti sono gli insetti Ortotteri (cavallette), Odonati (libellule), Ditteri, Coleotteri e, soprattutto, 110 specie di Imenotteri Apoidei con due endemismi siciliani, come accertato alcuni anni fa dal dott. Vittorio Nobile del Dipartimento di Biologia Animale dell’Università di Catania. Ma l’animale che colpisce la fantasia dei cittadini è il Granchio di fiume, un crostaceo che non è una leggenda metropolitana, anche se negli ultimi anni ha corso il grave pericolo di scomparire per sempre, vittima di una caccia spietata per scopi culinari. Numerose pure le specie di vertebrati, tra i quali citeremo la “buffa” (il Rospo), la “larunchia” (il Discoglosso dipinto), la “Serpi niura” (il Biacco), la “Serpi aranatu” (il Colubro leopardino) e numerose specie di Uccelli che si dissetano nelle fresche acque di sorgente, ma che purtroppo sono “predati” da uccellatori che lì distendono le loro reti.

                GIUSEPPE SPERLINGA

 

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ADDIO AI PINI D’ALEPPO E AI TIGLI DELLE VIE GRASSI-BRAILLE.

GESTIONE VERDE PUBBLICO A CATANIA
La discutibile gestione del Verde pubblico finirà col decimare il patrimonio arboreo cittadino. Sono stati condannati a morte, infatti, tutti gli alberi che hanno il fusto “fuori asse”, vale a dire tutti quelli che non hanno il fusto perfettamente ortogonale con il piano stradale, anche se il loro stato di salute è ottimo, come dimostrano le superfici di taglio del tronco dei malcapitati esemplari di Pino d’Aleppo (Pinus halepensis) abbattuti nelle vie Battista Grassi e Louis Braille, a Canalicchio.
Non è dato sapere se preventivamente siano state effettuate prove di trazione prima di tagliare gli alberi, avrei voluto chiederlo alla dirigente del “Servizio tutela (sic!) e gestione del Verde pubblico” del Comune di Catania, ma non mi è stato possibile, a tutt’oggi, attendo la sua telefonata, come aveva promesso di fare, dopo quattro tentativi telefonici da parte mia senza risultato.
Ammesso che le abbiano effettuate, le relazioni dei tecnici saranno rese di pubblico dominio? E, infine, se un albero è “fuori asse”, come dicevano gli operai della Multiservizi, siamo sicuri che sia questa l’unica soluzione per evitare che si schianti al suolo mettendo a repentaglio l’incolumità dei passanti?
Il quotidiano La Sicilia di oggi, giovedì 21 gennaio 2021, dedica ampio spazio all’abbattimento dei Pini d’Aleppo con un articolo a firma di chi scrive, senza trascurare lo stato disastroso in cui versa il marciapiede delle due strade, le capitozzature ai danni dei giovani Minicucchi (Bagolari), la drastica potatura del bellissimo esemplare di Albero del corallo (Erythrina crista galli) e delle due Jacarande presenti nel piccolo Largo Antonino Bulla (‘u pueta do Canalicchiu), nonché la fontanella ormai muta da ben sei anni!
Piaccia o no (e a me non piace) è questa la Catania del XXI secolo.

 

Qui di seguito il testo dell’articolo.

Addio, cari Pini d’Aleppo e Tigli di via Battista Grassi e Louis Braille, la bella e ampia strada (quella della ex Centrale del latte, come la conoscono i catanesi) con il marciapiede est non più alberato come un tempo. Venticinque anni fa, esattamente il 6 febbraio del 1996, il nostro giornale pubblicava un articolo a firma di chi scrive che l’indimenticabile capocronista Vittorio Consoli titolò “Via Battista Grassi, un esempio di strada con verde mediterraneo”. Ebbene, oggi, il “verde mediterraneo” di via Grassi non esiste quasi più, perché negli ultimi tempi sono stati abbattuti ben sedici esemplari di Pino d’Aleppo (Pinus halepensis) e sono quasi del tutto scomparsi i Tigli sostituiti da alberelli di Minicucco, nome dialettale del Bagolaro. Come è potuto succedere questo stravolgimento della fisionomia arborea della strada in un quarto di secolo? Perché alberi che possono raggiungere un’altezza di 20 metri e vivere fino a 250 anni, considerati tra i più resistenti e in grado di sopravvivere al caldo dei mesi estivi e di sopportare pure lunghi periodi di siccità sono stati abbattuti, tagliati alla base? Semplicemente, perché a causa del loro portamento contorto e deforme, con la chioma espansa e irregolare, sono stati ritenuti pericolosi, a rischio di schianto al suolo perché il “tronco non era in asse”, come riferitoci, ieri mattina, dagli operai della Catania Multiservizi cui è stato impartito l’ordine di abbattimento da parte della dirigente del Servizio Tutela e gestione del Verde pubblico del Comune di Catania, arch. Marina Galeazzi. È noto che alla dirigente comunale sta molto a cuore l’incolumità fisica dei suoi concittadini, minacciati, a suo modo di vedere, dai numerosi alberi sparsi nelle aiuole di strade, piazze e giardini pubblici cittadini, diventati improvvisamente autentici killer. Agitando, infatti, lo spettro di uno schianto (e, diciamolo senza perifrasi, per proteggersi pure da eventuali fastidi giudiziari che ne dovessero derivare in caso di danni a persone e cose), l’ineffabile dirigente in parola non esita a ordinare capitozzature e, facendosi forte delle relazioni di tecnici esterni che sottopongono gli alberi a prove di trazione, dà ordine di abbattere tutti gli alberi che non rientrano nei requisiti di stabilità. Abbiamo provato, nella tarda mattinata di ieri, a metterci quattro volte in contatto telefonico con l’arch. Galeazzi per sentire le ragioni di questo ennesimo taglio di alberi, ma fino al momento in cui scriviamo non è arrivata alcuna telefonata che pure si era impegnata a farci.

Sempre in via Grassi-Braille, alla Multiservizi sono stati ordinati pure altri interventi cesori, come la drastica potatura, al limite della capitozzatura, di cinque giovani Minicucchi messi a dimora nelle aiuole dove prima c’erano i tigli. Ancora una volta, sfugge alla nostra comprensione la logica di simili interventi. Costituisce, piuttosto, un attentato alla sicurezza dei pedoni il marciapiede dissestato e deformato dalle radici degli alberi in prossimità delle aiuole: è un intervento non più procrastinabile se si vuole evitare che qualcuno finisca all’ospedale.

Spostandoci all’inizio di via Grassi, nel piccolo slargo formato con la confluenza di via Pietra dell’Ova, dedicato alla memoria di Antonino Bulla, ‘u pueta do Canalicchiu”, abbiamo notato pure qui tagli piuttosto energici ai danni dei tre alberi che d’estate offrono ombra e frescura ai passanti, nonché l’unica fontanella da tempo asciutta e sporca, che aspetta da chissà quanto tempo il ripristino dell’erogazione dell’acqua.

È davvero singolare, infine, il fatto che si considerino pericolosi gli alberi vivi e in buona salute, mentre quelli malati o addirittura ormai morti, dei quali sono rimasti i fusti con le branche prive di foglie protese verso l’alto rimangano pericolosamente al loro posto. Risale al 29 giugno dello scorso anno, la nostra segnalazione dalle colonne di questo giornale della Jacaranda morta presente nello slargo ad angolo tra via Pedara e via Generale di San Marzano; dell’Acacia anch’essa secca del plesso dell’istituto comprensivo statale “Italo Calvino” di via Ferro Fabiani, che da tempo poggia sul recinto metallico dell’edificio scolastico e, a pochi metri, il grosso ramo di un Ailanto grava sui cavi di una linea elettrica (o telefonica?); del filare di ailanti all’inizio di via Domenico Morelli, i cui lunghi e fragili rami hanno ormai raggiunto il marciapiede opposto.

GIUSEPPE SPERLINGA

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IL CIELO DEL 2021 E DI GENNAIO

Cosa vedremo nei cieli delle quattro stagioni del 2021?
Lo saprete leggendo l’articolo a firma di chi scrive pubblicato sul quotidiano La Sicilia di oggi, martedì 5 gennaio.
G.S.
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RICCO DI EVENTI IL CIELO DEL 2021

Per conoscere quali eventi ha in serbo il cielo nell’anno nuovo, gli astronomi non interpellano un oracolo né scrutano nella sfera di cristallo, l’uno e l’altra li lasciano a coloro che ammanniscono previsioni astrologiche, oroscopi e amenità discorrendo. È nota sin dall’antichità la periodicità dei fenomeni astronomici, i quali si verificano puntualmente anno dopo anno, fatte salve le apparizioni di nuove comete o di asteroidi. Ma vediamo quali sono i principali fenomeni che caratterizzano l’anno astronomico che sta per iniziare, rimandando il lettore che volesse saperne di più alla consultazione dell’”Almanacco 2021” supplemento al n. 4 della rivista “Astronomia” dell’Unione Astrofili Italiani e dell’agenda “Il Cielo 2021” (Drioli editore). La Terra sarà al perielio il 2 gennaio, anziché il 3 o il 4 o il 5 come negli anni passati. Quel giorno, il nostro pianeta sarà alla minima distanza dal Sole (147.093.052 km). Il 5 luglio sarà in afelio, ossia raggiungerà la massima distanza dalla nostra stella diurna (152.100.376 km). L’equinozio di primavera cadrà ancora il 20 marzo, il solstizio d’estate slitterà di un giorno, il 21 giugno, manterranno le stesse date dello scorso anno sia l’equinozio d’autunno (22 settembre) sia il solstizio d’inverno (21 dicembre).

Nel nuovo anno si verificheranno due eclissi lunari e due solari: una totale di Luna (26 maggio) che non sarà visibile dall’Italia; una anulare di Sole (10 Giugno), che per noi sarà parziale e visibili solo le fasi iniziali dalle regioni centro-settentrionali italiane; una lunare parziale (19 novembre) anch’essa visibile dal nord Italia; una totale di Sole (4 dicembre) che non sarà visibile dal nostro Paese.

La Terra nel suo moto di rivoluzione intorno al Sole incontra numerosi frammenti lasciati dalla disgregazione di comete e di asteroidi. Questi detriti spaziali, penetrando nella nostra atmosfera, bruciano lasciando scie luminose, dando così origine alle cosiddette “stelle cadenti”. Ecco quali sciami meteorici vedremo quest’anno: le Quadrantidi, dal 27 dicembre al 10 gennaio con un picco nel cuore della notte tra il 3 e il 4 gennaio; le Liridi, dal 15 al 28 aprile (picco notte del 21-22); le Eta Aquaridi, dal 19 aprile al 28 maggio (picco tra il 6-7 maggio); le celeberrime Perseidi, popolarmente note come “lacrime di San Lorenzo”, dal 17 luglio al 26 agosto (picco nella notte tra l’11 e il 12 agosto); le Orionidi, dal 2 ottobre al 7 novembre (picco il 21-22 ottobre); le Leonidi, dal 6 al 30 novembre (picco nella notte del 16-17); le Geminidi, dal 4 al 17 dicembre (picco il 13-14); le Ursidi dal 17 al 26 dicembre (picco il 22-23). Purtroppo, il nuovo anno sarà avaro di comete, a meno che non ne appaia qualcuna senza preavviso, com’è stato per la famosa C/2020 F3 Neowise, che nella scorsa estate mobilitò gli astronomi non professionisti del mondo intero. Rapido excursus planetario. Mercurio sarà visibile al tramonto nel cielo occidentale, ma le date favorevoli saranno quella del 15 maggio, quando tramonta circa due ore dopo il Sole, e quella del 25 ottobre, un’ora e mezza prima dell’alba. Venere continuerà a essere “Lucifero” nel cielo orientale dove precede il sorgere del Sole, ma da aprile sarà “Vespero” e lo vedremo nel cielo serale fino alla fine dell’anno. Marte continua a essere visibile appena fa buio molto alto nel cielo sud-orientale, in primavera e in estate sarà sempre più basso nel cielo occidentale, ma negli ultimi mesi lo rivedremo all’alba. Giove e Saturno saranno sempre più bassi nel cielo occidentale e in fase di allontanamento reciproco dopo l’“abbraccio” dello scorso 21 dicembre, fino a diventare inosservabili, ma in estate torneranno a essere visibili nelle ore notturne. Urano e Nettuno li vedremo nella prima parte della notte nell’orizzonte sud-orientale, in primavera saranno in congiunzione col Sole e non saranno visibili, ma torneranno a essere osservabili nelle ore notturne dell’autunno quando saranno in opposizione al Sole. Tra le tante congiunzioni, segnaliamo la danza planetaria a tre con Giove, Saturno e Mercurio, bassi sull’orizzonte sud-occidentale, alle 17.20, dal 9 al 12 gennaio e, allo stesso orario del 14, il balletto celeste tra la Luna, Mercurio e Giove. Altri incontri planetari da non perdere sono quelli tra la Luna, Marte e Venere del 12 luglio; ancora la Luna ma stavolta con Giove e Saturno del 17 settembre e dell’11 novembre; l’ultimo appuntamento planetario dell’anno sarà quello tra Mercurico e Venere del 29 dicembre.

Nel cielo di gennaio, a oriente, cominciano ad apparire il Cancro e il Leone. Dalla parte opposta, si avviano al tramonto l’Ariete e i Pesci, al di sopra delle quali, procedendo verso est si notano Pegaso e Andromeda. Nel cielo meridionale continua a giganteggiare il grande cacciatore Orione, vero protagonista del cielo invernale, in compagnia dei suoi due fedeli cani: Sirio del Cane Maggiore e Procione del Cane Minore. A nord, come sempre, il Piccolo Carro dell’Orsa Minore con la Polare e la lunga costellazione del Drago. Allo zenit, sono ben evidenti i Gemelli con le luminose Castore e Polluce, l’Auriga con la luminosa Capella, la mitologica capretta Amaltea con il latte della quale fu nutrito Zeus, il Toro con la supergigante rossa Aldebaran e Perseo.

Buon anno e cieli sereni a tutti.

                                                                                               GIUSEPPE SPERLINGA  

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IL BACIO CELESTE TRA GIOVE SATURNO NEL GIORNO DEL SOLSTIZIO INVERNALE

Lunedì 21 dicembre, giorno del Solstizio invernale, dopo il tramonto, puntiamo lo sguardo verso sud-ovest per ammirare un grande evento astronomico: la rara strettissima congiunzione tra Giove e Saturno.
Il quotidiano La Sicilia di oggi dedica quasi una pagina con un articolo a firma di chi scrive sullo straordinario fenomeno celeste.
Per agevolarne la lettura, ecco il testo, seguito da un secondo pezzo che, purtroppo, per esigenze di spazio non è stato possibile pubblicare.
Buona lettura e, mi raccomando, l’appuntamento è da non perdere!
Giuseppe Sperlinga
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IL BACIO CELESTE TRA GIOVE SATURNO NEL GIORNO DEL SOLSTIZIO INVERNALE
L’appuntamento è imperdibile. Il 21 dicembre, poco dopo il tramonto del Sole, piantate in asso tutto, concedetevi una pausa e volgete lo sguardo verso il cielo, in direzione sud-ovest, tra le stelline della costellazione del Capricorno, per ammirare un raro spettacolo offerto gratuitamente dalla Natura: l’abbraccio celeste tra i pianeti Giove e Saturno bassi sull’orizzonte. Se le nuvole non si metteranno di traverso, a quell’ora del giorno del solstizio invernale, dopo quattro secoli, i due giganti gassosi del Sistema solare concluderanno il loro lungo inseguimento, saranno allineati e, prospetticamente, torneranno a essere vicinissimi: la loro congiunzione sarà talmente stretta da dare l’impressione, a chi osserva a occhio nudo, di vedere un unico luminosissimo pianeta. Come tutte le congiunzioni planetarie, pure quella tra Giove-Saturno è un evento piuttosto frequente, accade all’incirca ogni 20 anni. Il vero Signore degli anelli, infatti, impiega quasi 30 anni per compiere una rivoluzione intorno al Sole, mentre Giove circa 12 anni. Fatti i calcoli, ogni 20 anni, Giove “raggiunge” Saturno ed ecco che si verifica la congiunzione tra i due pianeti. Ma ciò che rende straordinaria quella del 21 dicembre di quest’anno è che la separazione tra i due pianeti sarà di un solo decimo di grado.
Nella realtà, essendo le congiunzioni prospettiche, i pianeti saranno ben distanti tra essi. Si troveranno, infatti, a 734 milioni di chilometri l’uno dall’altro, più precisamente Giove sarà a 886 milioni di chilometri da noi e Saturno a un miliardo e 620 milioni. Oltre che a occhio nudo, il raro fenomeno celeste potrà essere osservato con un binocolo 10×50 per inquadrare Giove e Saturno nello stesso campo visivo. L’uso di un piccolo telescopio riflettore o rifrattore consentirà di inquadrare Io, Europa, Ganimede e Callisto, le quattro lune galileiane attorno a Giove, nonché di ammirare il favoloso sistema di anelli di Saturno e Titano, la sua luna più grande.
Quella del solstizio invernale di quest’anno sarà, dunque, la prima congiunzione Giove–Saturno del terzo millennio e la più stretta dal 1623, vale a dire ai tempi di Galileo Galilei e Giovanni Keplero. L’astronomo tedesco, 397 anni fa, osservò una congiunzione stretta tra Giove e Saturno, ma non ebbe fortuna, perché nei primi giorni i due pianeti erano troppo vicini al Sole, nei giorni seguenti il cielo di Praga fu sempre coperto da nuvole. Dovette attendere una settimana, il giorno di Natale del 1623, il povero Keplero per osservare i due pianeti vicini, ma ormai non più al minimo della loro distanza.
Noi ci auguriamo di essere più fortunati di Keplero e la sera del solstizio d’inverno non lasciamoci sfuggire la visione di questo “bacio” tra Giove e Saturno, perché le prossime congiunzioni si verificheranno il 31 ottobre 2040 e il 7 aprile 2060, ma per vederne una così stretta come quella di quest’anno bisognerà attendere 15 marzo del 2080.
                                                                                    GIUSEPPE SPERLINGA
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FU LA TRIPLA CONGIUNZIONE GIOVE-SATURNO DELL’ANNO 7 A.C. A GUIDARE I RE MAGI FINO ALLA CAPANNA DI GESÙ BAMBINO?
Nel Vangelo di Matteo (2,1-12) si legge che sarebbe stata una stella che guidò i Magi apparsi dall’Oriente per adorare il Re dei Giudei. Stella che, nel tempo, l’immaginario popolare la trasformò in “cometa di Gesù Bambino”. Gli astronomi, pur ritenendola suggestiva, non sono mai stati convinti sulla natura cometaria dell’astro che, oltre duemila anni fa, avrebbe guidato Baldassarre, Gaspare e Melchiorre. In nessun documento antico, infatti, si trovano tracce inequivocabili sul transito in cielo di un astro chiomato nel periodo in cui nacque Gesù. Rimane in piedi l’ipotesi della congiunzione planetaria sostenuta da Keplero, il quale era convinto che a guidare i Magi fu la presenza nei cieli dell’antica Mesopotamia (l’odierno Iraq) della congiunzione che si verificò per ben tre volte nel corso dell’anno 7 a.C., presunta data di nascita di Gesù, fra i pianeti Giove e Saturno proiettati tra le stelle della costellazione dei Pesci.
Quale che sia l’astro luminoso che avrebbe guidato i Magi nel loro lungo viaggio a Betlemme per la nascita di Gesù, su una cosa sono tutti d’accordo: nella sua celebre Natività all’interno della stupenda Cappella degli Scrovegni, a Padova, Giotto associa la stella a una cometa dalla lunga coda e la dipinse come realmente vide, nel 1301, rimanendone impressionato, la cometa di Halley, con un nucleo sferico e non irto di punte come quella dei presepi.
                                                   G.S.
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STELLE E AMBIENTE
Associazione per la ricerca e divulgazione astronomica e ambientale “Marcello La Greca” – Catania
Presidente: prof. Giuseppe Sperlinga
Contatti: 3288172095 -3402161035 (WhatsApp) – info@stelleambiente.it – www.stelleambiente.it
Carissime/i soci consiglieri, soci, amici e simpatizzanti,
dopo ben due rinvii dovuti all’emergenza sanitaria in atto, il dott. Paolo Nicotra, presidente del Lions Club Bellini, mi comunica che è stata fissata per sabato 9 gennaio 2021 la data per l’intervento di pulizia dell’ingresso dell’ambiente umido della Timpa di Leucatia, precedentemente programmata prima in novembre e poi rinviata a dicembre, entrambe annullate. Nella locandina allegata potrete leggere i particolari della lodevole iniziativa promossa dal Lions Club Bellini.
Adesso l’auspicio è che i tanti scellerati catanesi, che con il loro comportamento criminale dell’estate scorsa hanno causato l’arrivo della seconda ondata di contagi, in occasione delle festività natalizie non causino l’assai temuta terza ondata. Se ciò dovesse accadere, saremmo costretti al rinvio per la terza volta dell’intervento di riqualificazione dell’area d’ingresso della zona umida. In tal caso, seguirà tempestiva comunicazione di rinvio della manifestazione.
Vi aspetto, dunque, “armati” di rastrello e guanti da giardiniere per dare una mano a ripulire l’area che purtroppo e dimenticata dalla due amministrazioni comunali di Catania e Battiati.
Colgo l’occasione per augurare a tutti voi di trascorrere serenamente le festività natalizie in ottima salute insieme con i vostri familiari: AUGURI!
Il Presidente
Giuseppe Sperlinga
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SALVATORE FRANCO, PRETE E SCIENZIATO DI BIANCAVILLA (CT)

SALVATORE FRANCO, IL PRETE-SCIENZIATO DI BIANCAVILLA CHE NEL 1900 VINSE LA MEDAGLIA D’ORO ALL’ESPOSIZONE UNIVERSALE DI PARIGI

Nel 1868, la cittadina di Biancavilla diede i natali al geniale sacerdote-scienziato Salvatore Franco. Pochi sono i biancavillesi che se ne ricordano, ancor meno i catanesi. Eppure, nel 1900, Franco vinse la medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Parigi per la sua ingegnosa invenzione del “Calendario perpetuo meccanico”, del quale esiste al mondo un unico modello, oggi, custodito ed esposto nel Museo diocesano di Catania. L’Osservatore Romano del 27 agosto dello stesso anno così commentò il prestigioso riconoscimento attribuito a Franco: “Fra i nomi di quegli scienziati che più si sono distinti, onorando così la Patria all’Esposizione Universale di Parigi, quello del Prof. Franco da Catania si eleva al di sopra degli altri per dottrina e per merito. Egli sin da giovanetto si dedicò con tanto ardore allo studio delle Scienze matematiche che in breve tempo s’attirò l’ammirazione del P. Denza e di altri Astronomi, avendolo costoro trovato in pieno possesso della Meccanica, dell’Ottica e dell’Analisi Sublime. A soli 18 anni (Franco era ancora un giovane chierico del Seminario Arcivescovile di Catania, ndr) fece una bellissima macchina che chiamò Calendario Perpetuo Meccanico, che da molti professori e scienziati venne ritenuta una vera e grandiosa invenzione. È un apparecchio che messo in movimento per un meccanismo d’orologeria serve ad indicare le date di ciascun anno cioè: la Festa di Pasqua, le Feste Mobili, la Epatta, la Lettera Domenicale, il Numero d’Oro, l’Indizione Romana, le Ore della levata e del tramonto del Sole. Questo suo primo lavoro esaminato nell’esposizione Vaticana del 1888 in Roma dal P. Ferrari e dagli altri insigni matematici di Montecassino, i quali ne rimasero ammirati, venne premiato, benché ancora in embrione molto rozzo e ristretto, con medaglia di bronzo. Ed ora già modificato ed in forme più eleganti è stato all’Esposizione Universale di Parigi premiato con Medaglia d’Oro, primo premio designato a strumenti di simil genere della Sezione Italiana”. Sette anni dopo, il Calendario perpetuo meccanico sarà presentato all’Esposizione di Catania e gli valse il conferimento di una seconda medaglia d’oro.

Salvatore Franco fu un fine studioso di Gnomonica e ingegnoso progettista di quadranti solari, come l’Horologium Solarium Catanensium, realizzato tra il 1888 e il 1890; i due complessi quadranti solari del seminario di San Giovanni La Punta, uno dei quali capace di mettere in relazione l’ora locale con il mezzogiorno relativo al fuso orario corrispondente; l’orologio a riflessione funzionante mediante un gioco di specchi. L’Horologium Solarium Catinensium era collocato su una parete di un edificio della corte dell’Arcivescovado di Catania, in via Vittorio Emanuele, proprio di fronte al portone da cui il cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, uscendo, poteva leggere l’ora segnata dall’ombra proiettata dallo stilo gnomonico. Agli inizi degli anni Venti del ‘900, il quadrante solare fu inspiegabilmente rimosso dalla sua parete e i frammenti marmorei accantonati per terra, in un angolo del cortile dell’Arcivescovado. Vi rimarranno per ben 84 anni, per tutti erano insignificanti pezzi di marmo senza storia. Il principale artefice del recupero dei frammenti marmorei dell’orologio solare di Padre Franco è stato un geometra nisseno di origine, ma catanese di adozione: Michele Trobia, esperto di Gnomonica e progettista di quadranti solari, cui abbiamo chiesto quando ha avuto inizio la storia del rinvenimento e del recupero di ciò che rimaneva dell’ottocentesca meridiana di Franco. “Tutto cominciò un giorno di luglio del 1996 – ricorda Trobia – quando mi accorsi che in un angolo della corte del Palazzo della Curia Arcivescovile giacevano i frammenti marmorei di un antico quadrante solare, assai mal ridotto e con moltissime parti mancanti sia nelle rette orarie sia nelle frasi riportate. Compresi subito che si trattava del quadrante solare del sacerdote-scienziato biancavillese. Ne parlai all’amico Luigi Prestinenza, che subito pubblicò diversi articoli su La Sicilia che servirono a portare alla ribalta della cronaca l’esistenza di questo quadrante. Gli articoli sollecitavano le autorità competenti a prendersi cura dell’orologio e riportarlo, dopo un adeguato restauro, agli antichi splendori, perché potesse essere ammirato e ‘letto’, essendo esso uno strumento di altissimo valore didattico oltre che artistico e storico”.

Successivamente, Trobia sottopose il problema all’attenzione dell’arcivescovo pro tempore, monsignor Luigi Bommarito, che tramite il suo Vicario, monsignor Pappalardo, gli fece sapere che si riprometteva di recuperare il quadrante solare e di ricollocarlo nella sede appropriata. “Purtroppo – aggiunge con amarezza Trobia – difficoltà di ordine generale e le vicende che si susseguirono riguardanti le personalità allora coinvolte, fecero bloccare per qualche tempo il progetto di recupero e di restauro del quadrante. Fra l’altro, proprio in quel tempo, mons. Bommarito lasciò la guida della Diocesi, per raggiunti limiti d’età, e venne così a mancare il più importante punto di riferimento dell’intera operazione, tanto è vero che si rivelarono inutili i tentativi di sollecitarne il recupero attraverso altri articoli su La Sicilia, sempre a firma dell’indimenticabile Prestinenza”. L’orologio solare di Salvatore Franco ricadde nell’oblìo, tutto tacque per anni, durante i quali il frammento marmoreo più grosso fu, addirittura, rimosso e appeso sulla parete occidentale della Corte di Palazzo degli Elefanti, come un pezzo di antiquariato qualsiasi. Vi rimarrà fino al 2010, quando Trobia torna alla carica e ripropone il problema del recupero e restauro conservativo del quadrante solare all’attuale Arcivescovo Metropolita, monsignor Salvatore Gristina, il quale comprese subito l’importanza del restauro e, attraverso i suoi diretti collaboratori, avviò le operazioni di recupero e restauro del quadrante solare. “Alla ripresa delle operazioni di restauro – continua Trobia – avvenuta nel 2011, altri piccoli frammenti furono ritrovati e custoditi dal signor Gerardo Turchetti, dipendente dello stesso Arcivescovado, dopo di che fu possibile portare a termine il restauro conservativo, che è stato eseguito dagli esperti del Laboratorio Conservazione Beni Culturali “Calvagna Restauri” di Aci Sant’Antonio. La costruzione dei vari elementi dello ‘stilo’ (con la sola esclusione della ‘stella a sette punte’), degli ‘ortostilo’ e del cono di appoggio della lemniscata laterale destra, il loro assemblaggio e ancoraggio sono state opere eseguite, secondo precise indicazioni gnomoniche, dal signor Antonino Allegra”. La mattina del 15 maggio 2012, l’orologio solare di Salvatore Franco è stato restituito al suo antico splendore ed è tornato a funzionare su quella stessa parete della corte del Palazzo Arcivescovile di Catania per la quale era stato progettato, dopo alcuni mesi di paziente e certosina opera di ricostruzione e restauro conservativo, A inaugurarlo, è stato l’arcivescovo metropolita mons. Salvatore Gristina, davanti a un pubblico di studiosi, astronomi e cultori di Gnomonica, semplici cittadini, tra i quali, su una sedia a rotelle, Luigi Prestinenza, il giornalista-astrofilo e già caposervizio del nostro giornale (sarà la sua ultima uscita pubblica, perché ci lascerà tre mesi dopo, il 4 settembre). Il quadrante solare di Salvatore Franco, che fu realizzato grazie al generoso finanziamento di monsignor Antonino Caff, riporta le ore vere del Meridiano di Catania e le curve a forma di otto (le “lemniscate”) per la lettura del Tempo Medio di Palermo. Lo stilo era di tipo “polare”, vale a dire disposto in maniera parallela all’asse di rotazione della Terra. Nella parte superiore del quadrante solare è riportata, rigorosamente in latino, la frase “Horologium solarium catanensium adiunctis horarum lineis ad medium panormitanum tempus” (Orologio solare catanese con l’aggiunta delle linee a tempo medio di Palermo), mentre in quella inferiore campeggia la scritta “Dies nostri quasi umbra super terram et nulla est mora. 1° paralip. XXIX, 15” (Come un’ombra sono i giorni nostri sulla Terra e non c’è speranza di ritardarla o fermarla. 1° libro dei paralipomeni paragrafo 29, versetto 15). E, ancora: “Si vis tempus viae ferreae heic horae panormi adiunge min.  6’ 28’’ (Se vuoi il tempo delle ferrovie corrispondente al tempo di Palermo aggiungi 6 28’’). Nella ricostruzione e traduzione delle frasi latine, sia di quelle ricavate dalla Bibbia sia di quelle inerenti alla lettura del quadrante solare, Trobia si è avvalso della preziosa collaborazione di uno dei più noti gnomonisti italiani, il latinista sacerdote prof. Alberto Cintio, parroco nella città di Porto S. Giorgio, in provincia di Fermo, nelle Marche.

Altri due orologi solari progettati da Padre Franco di altissimo pregio e valore storico-didattico si trovano su una parete dell’Istituto Villa Angela di San Giovanni la Punta, antica sede estiva del Seminario arcivescovile. Purtroppo, non sono più funzionanti, perché occultati da una tettoia che non consente ai raggi solari di raggiungerli, ma che meriterebbero di essere recuperati e riportati agli antichi splendori per essere apprezzati da quanti hanno a cuore questi strumenti che silenziosamente insegnano tanto e, ancora di più, per onorare la memoria di un sacerdote, un uomo, che dette lustro alla sua Chiesa con questi piccoli, grandi strumenti che costruiva con passione senza mai scordarsi, ricordandolo con le citazioni sugli orologi solari, di essere un uomo di Dio. Padre Franco mai nulla chiese e fu amato e benvoluto dal cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet e da monsignor Caff, che ne finanziava le opere. Pure il successore di Dusmet, il cardinale Giuseppe Francica Nava, stimava Salvatore Franco e ne finanziò, nel 1900, il viaggio a Parigi per partecipare all’Esposizione Universale.

Questa, in sintesi, la storia di un prete-scienziato dimenticato e del tormentato progetto di recupero e di restauro del suo Horologium Solarium Catinensium, autentica perla della Gnomonica ottocentesca che è possibile ammirare ed essere studiata da quanti ne vorranno comprendere tutto ciò che esso “silenziosamente ci dice”. Biancavilla ha dedicato a Salvatore Franco un’anonima “via Sacerdote Franco”, senza alcun nome di battesimo. Ancor peggio ha fatto la sua città di adozione, Catania, che non ha mai ritenuto di dedicargli una delle tante nuove strade cittadine. In attesa, si potrebbe almeno apporre un cartello segnaletico in via Vittorio Emanuele, all’ingresso dell’Arcivescovado, a beneficio dei turisti e degli stessi catanesi.

GIUSEPPE SPERLINGA

                                 

PARENTESI STORICA

Nella prima metà dell’800, ogni città aveva un proprio orario regolato sul proprio meridiano. Ciò era sufficiente a regolare le attività di ogni singola comunità. Con l’avvento della ferrovia emersero seri problemi di orari. Ciò perché quando era il mezzogiorno per una città non era il mezzogiorno per un’altra città posta a Est o a Ovest della prima, a causa del moto apparente del Sole che si sposta da oriente a occidente e che segna il mezzogiorno quando nel suo percorso raggiunge il punto più alto e cioè il meridiano del luogo. In Italia, nel 1866, vi erano ben sei società ferroviarie (Torino, Verona, Firenze, Roma, Napoli e Palermo), ciascuna con una propria identità oraria che si riferiva alla stazione di origine. Era necessario ripensare, dunque, il sistema del tempo, soprattutto per le ferrovie che dovevano funzionare con regolarità e sicurezza. All’inizio, infatti, non esistevano che tronchi isolati e l’ora che regolava la loro attività era quella della città principale da cui partiva il tronco ferroviario. Diventando la struttura più complessa, si formarono tante ore ferroviarie quante erano le città principali e nelle stazioni di passaggio da un tronco all’altro si passava dal regime di un’ora a quello di un’altra. Nel 1866, il giovane Regno d’Italia, capitale Firenze e capo del governo Bettino Ricasoli, con il Regio Decreto del 22 settembre 1866, n° 3224, adottò come ora legale per le province peninsulari l’ora del Meridiano di Roma, per la Sardegna e la Sicilia l’ora rispettivamente di Cagliari e Palermo. Il 12 dicembre 1866, le Amministrazioni Ferroviarie, dunque, adottarono un unico orario ferroviario che si riferiva al Tempo Medio di Roma e s’inaugurò dapprima la tratta Messina-Taormina-Giardini, di 47 km, e poi, il 3 gennaio del 1867, il tronco successivo di altri 47 km, che raggiungeva la stazione di Catania Centrale, costruito contro il parere della maggioranza dei catanesi che avrebbero voluto il tracciato ferroviario più a nord della città. Ciò comportò, infatti, lo scempio della scogliera dell’Armisi e, per la prosecuzione verso Siracusa, la costruzione degli Archi della Marina, che avrebbe sottratto ai catanesi la visione e la fruizione di un litorale lavico di incomparabile bellezza. Soltanto la Sicilia, per regolare i propri orari ferroviari, mantenne il meridiano di Palermo fino al 1893. Nella nostra isola, si verificarono delle discordanze fra l’orario ferroviario, regolato secondo il meridiano di Palermo, e l’orario civile regolato secondo il meridiano di Catania. Nell’ambito regionale, nel 1867, divennero utilissime le Tavole di Riduzione di Francesco Caruso riguardanti gli orari ferroviari per tutte le stazioni della tratta Messina-Catania. Egli riferì gli orari ferroviari di arrivo e di partenza di tutte le stazioni, al meridiano di Palermo. Per esempio, se un treno partiva alle 11,30 (orario di Palermo) significava che con l’orologio di Catania erano le 11h,36m, 28s. Si leggeva l’ora che non era quella locale, ma quella riferita al meridiano di Palermo. Nel 1884, una Commissione internazionale divise la Terra in 24 fusi orari di 15° partendo dal meridiano di Greenwich 0°. Il territorio compreso entro i 15° di longitudine adottò l’ora del meridiano centrale del fuso di appartenenza. Tutto così fu regolarizzato e in Sicilia questo nuovo sistema entrò in vigore soltanto nel 1893. Il quadrante di Salvatore Franco riporta le “lemniscate” (caratteristiche forme a “otto”) che indicano il tempo Medio di Palermo su cui erano regolati gli orari ferroviari e le rette orarie del tempo vero riferite al meridiano di Catania e spostate della differenza di longitudine fra Palermo e Catania. In questo modo, con il quadrante solare, Salvatore Franco si proponeva di consentire la determinazione del Tempo Medio di Palermo secondo cui era tabulato l’orario ferroviario, dell’ora del Tempo Medio di Catania corrispondente al Tempo Medio di Palermo, del Tempo Medio di Catania per regolare gli orologi regolati sul Meridiano di Catania e, infine, di determinare, in base alla lettura del Tempo Vero di Catania, quale fosse il corrispondente Tempo Medio di Palermo. Il quadrante di Salvatore Franco, dunque, si può collocare verosimilmente intorno agli anni dal 1888 al 1890 e in perfetta sintonia con il sistema orario adottato in quel periodo.

                                                                                                          G.S.

Frasi riportate sul quadrante solare nella parte superiore

  • HOROLOGIUM SOLARIUM CATANENSIUM ADIUNCTIS HORARUM LINEIS AD MEDIUM PANORMITANUM TEMPUS  (OROLOGIO SOLARE CATANESE CON L’AGGIUNTA DELLE LINEE A TEMPO MEDIO DI PALERMO)

Frasi riportate sul quadrante solare nella parte inferiore

  • DIES  NOSTRI  QUASI  UMBRA  SUPER  TERRAM  ET NULLA  EST  MORA <1° PARALIP. XXIX. 15>(COME UN’OMBRA SONO I GIORNI NOSTRI SULLA TERRA E NON C’E’ SPERANZA DI RITARDARLA O FERMARLA. 1° LIBRO DEI PARALIPOMENI) PARAGRAFO 29, VERSETTO 15.)

Col nome greco di “Paralipomeni”, vale a dire “delle cose tralasciate” dai precedenti Libri dei Re, erano conosciuti i due Libri oggi chiamati “Libri delle Cronache”. Questo fu il nome dato a essi a partire dal XVI sec. nella traduzione latina della Bibbia.

  • SI VIS TEMPUS VIAE FERREAE HEIC HORAE PANORMI ADIUNGE min. 6’ 28’’ (SE VUOI IL TEMPO DELLE FERROVIE CORRISPONDENTE AL TEMPO DI PALERMO AGGIUNGI 6 28’’).

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NEL CIELO DICEMBRE BRILLA MARTE MA PRESTO IL GRANDE CACCIATORE ORIONE GLI RUBERA’ LA SCENA CELESTE

Il quotidiano “La Sicilia” di giovedì 3 dicembre 2020 pubblica la consueta rubrica mensile di divulgazione astronomica dedicata al cielo di dicembre 2020 curata, dal 2012, da chi scrive.
Purtroppo, esigenze di spazio hanno richiesto il sacrificio di qualche periodo. Ecco, dunque, qui di seguito il testo integrale.
Buona lettura e cieli sereni a tutti!
Giuseppe Sperlinga
NEL CIELO DICEMBRE BRILLA MARTE MA PRESTO IL GRANDE CACCIATORE ORIONE GLI RUBERA’ LA SCENA CELESTE
Nel cielo di dicembre, Marte continuerà a brillare come un rubino. Ma, presto gli ruberà la scena celeste il grande cacciatore Orione, come sempre accompagnato dai suoi due fedeli cani, Sirio del Cane Maggiore e Procione del Cane Minore.
“La mattina, quando egli andò a svegliare il nipote, ci volevano due ore per l’alba, e ‘Ntoni avrebbe preferito starsene ancora un po’ sotto le coperte; allorché uscì fuori nel cortile sbadigliando, il Tre bastoni (le tre stelle della cintura di Orione, ndr) era ancora alto verso l’Ognina, colle gambe in aria, la Puddara (l’ammasso stellare delle Pleiadi, ndr) luccicava dall’altra parte, e il cielo formicolava di stelle che parevano le monachine (le faville sprigionate da un fuoco, ndr) quando corrono sul fondo nero della padella”. Così il Verga nel suo celeberrimo romanzo “I Malavoglia” descrive l’aspetto del cielo di un inverno ottocentesco che “formicolava di stelle”. Il cielo di dicembre, infatti, è dominato, a sud, dalla imponente costellazione di Orione. Il grande cacciatore sarà il vero protagonista dei freddi cieli invernali. Facilmente riconoscibile per la sua caratteristica forma a clessidra, la spalla destra è occupata dalla supergigante rossa Betelgeuse (nome di origine araba, si legge com’è scritto); in quella sinistra brilla Bellatrix (la guerriera); il piede sinistro è occupato dalla stella supergigante blu Rigel, la più luminosa della costellazione; in corrispondenza del piede destro vi è la stella gigante rossa Saiph. Poi vi sono le tre stelle allineate Alnitak, Alnilam e Mintaka che formano la “Cintura di Orione”, da cui pendono le tre stelle che formano la “Spada”, al centro della quale vi è la famosa Nebulosa di Orione (M42). Prolungando verso sud-est la linea della Cintura, si arriva a Sirio, la stella più luminosa dell’intera volta celeste, che con Betelgeuse e Procione formano l’asterismo del “Triangolo invernale”, a nord del quale si trova la costellazione dei Gemelli, i Dioscuri Castore e Polluce, con le stelle disposte a rettangolo leggermente inclinato. Qualcuno, ingenuamente, crede che ci sia un allineamento identico tra le tre piramidi di Giza dei faraoni Cheope, Chefren e Micerino, e le tre stelle della Cintura di Orione. Attualmente, in cielo, tale correlazione non sussiste né sussisteva all’epoca della costruzione delle piramidi, avvenuta nel 2.450 a.C. L‘esatta corrispondenza si sarebbe verificata quasi diecimila anni dopo, nel 12.000 a.C. Nel cielo orientale, fa capolino il Leone con la brillante Regolo (Piccolo re), costellazione dedicata al Leone di Nemea, che fu strangolato da Ercole, il quale si rivestì della sua pelle, mentre la testa la usò come elmo. Dalla parte opposta del cielo, a ovest, c’è ancora tempo per osservare il Quadrato di Pegaso, Andromeda e Perseo. A nord, attorno alla Stella Polare del Piccolo Carro dell’Orsa Minore, continua l’incessante rotazione delle costellazioni circumpolari con il Gran Carro che si eleva sull’orizzonte, mentre dall’altra parte s’inizia il declino di Cefeo e di Cassiopea.
Quest’anno il solstizio invernale cade il 21 dicembre, giorno in cui avremo il dì più corto e la notte più lunga dell’anno: ha inizio l’inverno astronomico (quello meteorologico comincia il 1° dicembre), i raggi solari sono perpendicolari al Tropico del Capricorno, il Sole raggiunge la minima altezza sull’orizzonte, rimane per sei mesi sopra l’orizzonte per il Polo Sud e sotto l’orizzonte per il Polo Nord. La nostra stella diurna, per la disperazione di coloro che credono negli oroscopi, continua ad attraversare la costellazione dell’Ofiuco fino al 18, giorno in cui passa a quella del Sagittario, sempre pronto a scoccare la sua micidiale sagitta contro lo Scorpione qualora dovesse cedere alla tentazione di pungere di nuovo il gigante Orione.
Uno sguardo ai pianeti. Mercurio sarà visibile con difficoltà all’alba fino alla metà del mese, lo rivedremo nel cielo serale di gennaio. Venere continua a illuminare come un faro il cielo orientale, un paio di ore prima del sorgere del Sole. Marte è già visibile dopo il tramonto del Sole a sud-est, in prima serata culmina a Sud e dopo mezzanotte, sarà basso nel cielo occidentale. Giove e Saturno, molto bassi sull’orizzonte occidentale, saranno i protagonisti di una strettissima congiunzione la sera del solstizio invernale, il 21, evento che si verifica ogni vent’anni, ma l’ultima volta che i due pianeti giganti si sono venuti a trovare così stretti è accaduto ai tempi di Galileo e Keplero, quattro secoli fa, la prossima accadrà il 31 ottobre 2040. Urano è visibile nel cielo meridionale per gran parte della notte. Nettuno è osservabile nella prima parte della notte nel cielo sud-occidentale.
Reso infausto dalla pandemia del Coronavirus, il 2020 si chiude con uno spettacolo pirotecnico celeste imperdibile, se le nuvole lo permetteranno: le stelle cadenti delle Geminidi e delle Ursidi. Le prime sono l’unico sciame meteorico generato da un asteroide (Fetonte) anziché da una cometa e sarà visibile dal 4 al 17 dicembre, con un picco nella notte tra il 13 e il 14 dicembre (un centinaio di stelle cadenti all’ora). Si chiamano Geminidi perché il loro radiante è situato nei pressi della stella Castore della costellazione dei Gemelli. Otto giorni dopo, ci sarà la pioggia di stelle cadenti delle Ursidi, il cui radiante è nella costellazione dell’Orsa Minore.
GIUSEPPE SPERLINGA
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CATANIA: OSCENA CAPITOZZATURA DEGLI OLEANDRI DELLA ROTATORIA DI VIALE TIRRENO

OSCENA CAPITOZZATURA DEGLI OLEANDRI DELLA ROTATORIA DI VIALE TIRRENO

Dopo l’incomprensibile drastico taglio di una parte degli oleandri di via Puglia, effettuato lo scorso luglio, una sorte ancora peggiore è toccata ai cespugli della stessa pianta che bordano la rotatoria di viale Tirreno, all’altezza del parcheggio “S. Sofia” dell’Università. Guardando l’orribile decapitazione cui sono stati sottoposti gli arbusti, si ha l’impressione che il verde cittadino sia affidato a persone con scarsa familiarità con il mondo vegetale. Le motoseghe degli operai della Catania Multiservizi, infatti, pure stavolta sono andate giù pesanti, eliminando di fatto tutte le parti verdi delle piante, lasciando moncherini di rami rivolti verso l’alto, quasi a voler gridare vendetta al cielo e agli uomini, un massacro che ha causato la distruzione di chissà quanti nidi di uccelli (ne abbiamo individuati quattro intatti), i resti vegetali lasciati per terra, all’interno e all’esterno della bordura, rimossi solo qualche giorno, invece di conferirli subito nell’isola ecologica che dista appena un centinaio di metri dal… luogo del delitto.

Ma gli operai della Multiservizi, è giusto riconoscerlo, sono semplicemente degli esecutori di ordini impartiti dai responsabili del Servizio gestione e manutenzione del Verde del Comune di Catania, i quali continuano a portare avanti la loro discutibile e personalistica manutenzione del verde pubblico, spesso in palese violazione dell’articolo 18 del vigente Regolamento del Verde pubblico e privato, approvato dal Consiglio Comunale il 6 agosto del 2019. Si automulterà il Comune? Saranno presi provvedimenti disciplinari e sanzioni pecuniarie nei confronti degli agronomi comunali che ne hanno ordinato l’ennesima oscena capitozzatura?

Si deve comprendere una volta per tutte che gli oleandri non si capitozzano, ma si potano all’inizio dell’autunno per eliminare i rami secchi, per sfoltire la chioma e si tagliano soltanto i rami dell’anno precedente. Inoltre, non va dimenticata la velenosità di tutte le parti dell’oleandro, che sono tossiche per il contenuto di oleandrina, un pericoloso alcaloide che altera il ritmo cardiaco con rallentamento del battito, nausea e vomito, una intossicazione che richiede il ricorso alle cure ospedaliere. Proprio per la loro tossicità, non bisogna mai bruciare rami di oleandri per cucinare alimenti alla brace o utilizzare per qualsiasi motivo i fiori, le foglie, i frutti, i rametti, i tronchi, né va piantato in cortili e giardini di edifici scolastici. Ai giardinieri professionisti e amatoriali, infatti, è consigliato indossare guanti robusti e impermeabili e non lasciare gli sfalci della potatura in giro.

GIUSEPPE SPERLINGA

 

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