Stelle e Ambiente

Il Cielo

ASTRONOMI IN RIVOLTA CONTRO LE NUOVE MEGACOSTELLAZIONI DEI SATELLITI PER TELECOMUNICAZIONE

Il quotidiano La Sicilia di oggi, venerdì 15 maggio 2020, pubblica un articolo a firma di chi scrive sull’inquinamento luminoso provocato dalle cosiddette costellazioni di satelliti artificiali per telecomunicazioni che da qualche tempo solcano il cielo disturbando sia le osservazioni astronomiche con i tradizionali strumenti di indagine astronomica, quali sono i telescopi, sia le ricerche con i radiotelescopi.
Ne ho parlato con l’amico di antica data Giorgio Siringo, astronomo dell’Eso (Osservatorio Europeo Australe), che tramite contatto FB mi ha rilasciato l’intervista che potrete leggere nel testo integrale che pubblico qui di seguito, perché purtroppo per esigenze di spazio è stato dolorosamente ridotto.0
Buona lettura e un ringraziamento particolare all’amico Giorgio Siringo per la preziosa collaborazione.
G.Spe.

ASTRONOMI IN RIVOLTA CONTRO LE NUOVE MEGACOSTELLAZIONI DEI SATELLITI PER TELECOMUNICAZIONE
Si è aperto un nuovo fronte nella lotta all’inquinamento luminoso. Dopo quello terrestre dovuto all’abnorme proliferazione di luci emanate da diffusori luminosi spesso inadeguati e rivolti verso l’alto, d’ora in avanti dovremo fare i conti con un altro temibile nemico, qual è quello spaziale, cioè quello causato dalla miriade di puntolini bianchi che, silenziosi, sciamano a frotte nel cielo.
Da qualche tempo, in effetti, il cielo notturno è solcato da una strana processione di puntini luminosi, una “processione spaziale” visibile a occhio nudo che ha destato non poche perplessità (e timori, come vedremo) di coloro che studiano e osservano i fenomeni celesti e che guardano verso l’alto. C’è chi, tra la gente, si è pure preoccupato chiedendosi se non fosse in atto una invasione aliena. Già, perché in questi casi, infatti, il pensiero vola subito agli ufo, che nell’immaginario popolare è sinonimo di “individuo extraterrestre. Cosa sono, allora, quegli oggetti luminescenti in movimento che rapidamente si spostano sopra le nostre teste? Ovviamente, non si tratta di squadriglie di ufo, che, non è superfluo ricordarlo, è l’acronimo di “oggetti volanti non identificati”. Anzi, sono oggetti noti e identificati, di essi si conosce tutto: la traiettoria, i tempi del loro passaggio, cosa ci fanno in cielo. Si potrebbe pure risalire al nome del loro proprietario. Gli oggetti volanti luminosi sono satelliti artificiali per telecomunicazione, come i famigerati satelliti “Starlink”, che fanno parte di una flotta privata di proprietà del miliardario Elon Musk. Per saperne di più sul conto di costui è bastato cercarlo su Internet per scoprire che è un imprenditore e inventore sudafricano con cittadinanza canadese naturalizzato statunitense. Nel dicembre 2018 occupava il 25mo posto nell’elenco delle persone più potenti del mondo e, l’anno scorso, ha occupato la 34ma posizione, con un patrimonio di 28,8 miliardi di dollari, della lista delle persone più ricche del mondo. Tutto ciò grazie alla sua fervida e fertile fantasia, che ha partorito una miriade incredibile di progetti, come le auto elettriche Tesla e l’agenzia spaziale SpaceX, con una ricaduta economica impressionante. Musk ha in mente un sistema di trasporti ad alta velocità (l’Hyperloop), ha proposto un aeromobile elettrico supersonico a decollo e atterraggio verticali con propulsione a ventole elettriche (il Musk electric jet). Ma il più importante obiettivo è un altro e intende raggiungerlo tramite SolarCity, Tesla e SpaceX: quello di cambiare il mondo e l’umanità riducendo sia il riscaldamento globale grazie all’utilizzo di energie rinnovabili, sia il “rischio di un’estinzione umana” stabilendo una colonia umana su Marte, che ancora sembra appartenere al mondo della fantascienza. Al momento, più concretamente, Musk mira alla realizzazione, tramite SpaceX, del progetto che ha lo scopo di dare accesso a Internet ad alta velocità in tutti i luoghi della Terra grazie al dispiegamento di una costellazione di diverse migliaia di satelliti per telecomunicazioni posizionati in un’orbita terrestre bassa, la flotta Starlink, i quali orbitano rapidamente e sono visibili solo dall’area che stanno sorvolando. Per assicurare una copertura globale è, perciò, necessario avere una moltitudine di satelliti in orbita. Finora ne sono stati lanciati 422 nello spazio, ma presto potrebbero essere decine di migliaia a sciamare sulle nostre teste. Ciascuno di questi satelliti pesa circa 250 kg e, tramite i pannelli che sfruttano i raggi solari, ricava l’energia necessaria al funzionamento. L’obiettivo è molto ambizioso ed è quello di arrivare a lanciarne 12.000 nei prossimi anni, forse addirittura 42.000, in modo da garantire una copertura globale senza soluzione di continuità. Starlink non è l’unico progetto di questo genere, infatti, va ad affiancare costellazioni già in orbita e in operazione da diversi anni come Iridium (66 satelliti), Globalstar (24 satelliti) e Orbcomm (31 satelliti) e altre in via di sviluppo come Amazon Kuiper (3.236 satelliti) o Facebook Athena.
Tuttavia, in molti non ci stanno e storcono il naso. Gli astronomi e gli astrofili che operano negli osservatori sparsi nell’intero pianeta sono addirittura in rivolta contro quella che è definita “la megacostellazione di Starlink”. Alla loro protesta, che monta sempre di più ogni giorno che passa, hanno aderito pure tutti gli astronomi non professionisti. Vito Lecci, dell’Osservatorio astronomico Sidereus, che sorge nelle campagne di Salve (Lecce), teme che “presto il cielo come lo conosciamo sarà solo un bel ricordo del passato. In una foto che ho scattato giorni fa in prima serata – dice Lecci – si possono contare le strisciate lasciate dal passaggio solo di una decina di essi, ma ne ho contati personalmente almeno 50, in meno di un’ora. Da ora in poi credo proprio che sarà estremamente difficile riuscire a fare astrofotografie decenti”. Preoccupata pure l’Unione Astrofili Italiani (Uai), che raggruppa tutti gli studiosi e osservatori amatoriali del suolo italico: “La comunità astrofila manifesta una crescente preoccupazione per l’iniziativa “StarLink” di SpaceX, che vede ormai numerosi satelliti già in orbita e un aggressivo piano di lancio per i prossimi mesi. Numerose sono le segnalazioni di avvistamenti visuali, nonché le foto segnate dalla ormai tipica “strisciata” dei satelliti StarLink”.
Ma perché gli studiosi del cielo temono che la costellazione dei satelliti di Musk possa mettere in pericolo le loro ricerche sia con gli strumenti ottici sia con i radiotelescopi? Ne abbiamo parlato con Giorgio Siringo, un astronomo siciliano di Siracusa da anni trapiantato in Cile (vive a Santiago). Dopo la laurea, Siringo ha lavorato al telescopio “Mito” che si trova in cima al monte Testa Grigia delle Alpi Pennine (Plateau Rosa). Poi emigrò in Germania ed è stato astronomo nel prestigioso “Max Planck Institute per la radioastronomia” di Bonn. Nel 2009, si trasferisce in Cile come astronomo dell’Osservatorio Europeo Australe (Eso), l’organizzazione astronomica internazionale cui partecipano sedici nazioni europee più il Cile, Paese anfitrione, e l’Australia come partner strategico. L’Eso gestisce direttamente tre grandi osservatori che ospitano diversi telescopi: La Silla, il più antico, vicino alla città La Serena; Cerro Paranal, che ospita il “Very Large Telescope” (Vlt) formato da quattro telescopi per l’ottico/infrarosso da 8 metri di diametro ciascuno, che possono anche operare insieme come interferometro ottico e il telescopio per survey “Vista”; Cerro Armazones, dove si sta costruendo il telescopio ottico/infrarosso singolo più grande del mondo, l’Extremely Large Telescope (Elt), da 39 metri di diametro. Inoltre, l’Eso partecipa ai progetti di radio-astronomia millimetrica e submillimetrica “Apex” (dove Siringo ha lavorato fino al 2012) e “Alma” (dove lavora adesso) che si trovano sull’altopiano del Cerro Chajnantor, vicino a San Pedro de Atacama, nel nord del Cile.
“La scelta di Atacama, a 5.000 metri s.l.m., nel deserto più arido del mondo – spiega Siringo – è stata dettata dalla necessità di avere ridottissimi livelli di umidità, perché il vapore acqueo presente nell’aria assorbe la radiazione millimetrica/submillimetrica rendendo l’osservazione dalla Terra praticamente impossibile. I telescopi Eso, oltre a essere molti e di altissima tecnologia, sono corredati da una grande quantità di ricevitori tra i più sensibili mai costruiti. Quando lavoravo a Bonn, tra il 2004 e il 2007 – ricorda con malcelato orgoglio – ho costruito la camera di bolometri “Laboca” che è ancora in attività ad “Apex”, nato dalla collaborazione tra l’Eso, il Max Planck Institute di Bonn e lo svedese Onsala Space Observatory”.
Nel 2012, Siringo cominciò a lavorare come Senior Radio-Frequency Engineer per conto dell’Eso nel dipartimento di ingegneria dell’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (Alma), che è un radiointerferometro situato anch’esso sull’altopiano del Cerro Chajnantor, un progetto globale sviluppato in collaborazione tra Europa, Nord America, Asia orientale e Repubblica del Cile. Attualmente, si occupa della supervisione di tutti i ricevitori di Alma e altri dispositivi, come per esempio le unità di calibrazione o i radiometri per monitorare il vapore d’acqua, che occupano lo “spazio frontale” all’interno di ciascuno dei 66 radiotelescopi. Inoltre, essendo un astronomo con molta esperienza in tecnologia, in Alma è l’anello di congiunzione tra il dipartimento di Scienza e quello di Ingegneria.
– Dott. Siringo, parliamo dell’impatto della costellazione di satelliti artificiali sulle osservazioni astronomiche.
“L’allarme non viene solo dal mondo dell’astronomia in luce visibile, ma anche dal mondo dell’infrarosso e del radio. Non ci si preoccupa solo della costellazione di satelliti Starlink di SpaceX, ma pure di Iridium, OneWeb, Globalstar, i progetti Kuiper di Amazon e Athena di Facebook. Già tra maggio e giugno dell’anno scorso sono stati emessi dei comunicati ufficiali da parte di un partner di “Alma”, il National Radio Astronomy Observatory (Nrao), che è un centro di ricerca radioastronomica degli Stati Uniti con sede centrale a Charlottesville, in Virginia, dell’International Dark Sky Association (Ida), che ha come finalità la protezione e la conservazione dell’ambiente notturno e del cielo stellato promuovendo un’illuminazione eco-compatibile di qualità, e della International Astronomical Union (Iau), cui aderiscono le società astronomiche del mondo. Nei comunicati si segnalano due aspetti preoccupanti: il primo è che i satelliti sono rivestiti di metalli altamente riflettenti e, quindi, producono delle scie luminose, soprattutto nelle ore dopo il tramonto o prima dell’alba; l’altro è che i satelliti emettono onde radio che potenzialmente possono interferire con le osservazioni dei radio telescopi. Inoltre, si fa notare che ci sono grandi progetti in via di sviluppo, come Elt o Lsst, che potrebbero essere fortemente penalizzati dal passaggio di questi satelliti artificiali commerciali”.
“Nello scorso febbraio – continua Siringo – la International Astronomical Union ha diramato un nuovo comunicato in cui si rende noto che sono state iniziate delle ricerche scientifiche per calcolare l’impatto delle nuove costellazioni di satelliti artificiali. Questo sforzo ha coinvolto diversi istituti di ricerca, tra cui l’Eso, che ha pubblicato uno studio dettagliato sulla autorevole rivista scientifica “Astronomy&Astrophysics” ed è descritto in italiano nel comunicato stampa dell’Eso: https://www.eso.org/public/italy/news/eso2004/?lang, che consiglio vivamente di leggere perché contiene tanti dettagli interessanti. Una delle conclusioni dello studio dell’Eso é che, se anche l’impatto delle tracce lasciate dai satelliti nelle osservazioni è di circa 1-3% per la maggior parte dei telescopi, telescopi di nuova generazione con largo campo di vista, come Elt e Lsst, vedrebbero compromessa la qualità di circa il 30-40% delle osservazioni nelle prime ore della notte, dopo il tramonto, o nelle ultime, prima dell’alba. Per finire, una notizia di oggi: sono stato informato dalla Rfi-Watch (monitoraggio delle interferenze in radio-frequenza) che SpaceX ha richiesto alla Fcc (l’organo competente di controllo negli USA) delle modifiche sostanziali nel progetto Starlink. Sostanzialmente, la richiesta è di mettere tutti i 4.400 satelliti della prima generazione in orbita bassa a 550 km di altitudine invece dei circa 1.200 km per cui il progetto era stato approvato. Questi, quindi, andrebbero ad aggiungersi agli altri circa 400 satelliti già in orbita bassa e agli altri 7.500 della seconda generazione che andranno a occupare orbite ancora più basse, intorno ai 340 km, già approvati dalla Fcc. Il problema, quindi, è reale e sembra che non ci sia niente da fare, se la Fcc continua ad approvare progetti di questo tipo. Purtroppo, ci troviamo in una fase di contrasto tra gli interessi della comunità astronomica mondiale e gli interessi economici delle compagnie di telecomunicazione”.
Probabilmente, Elon Musk e gli altri dimenticano che il cielo notturno è stato dichiarato dall’Unesco “Patrimonio dell’Umanità”. Ciò significa che il cielo notturno è di tutti e va difeso dall’inquinamento luminoso terrestre e da quello spaziale si vuole conservare memoria per le generazioni future.
Apprendiamo da Giorgio Siringo che lo scorso 27 aprile si è svolta una riunione “virtuale” sul tema “Interferenza ottica da costellazioni di satelliti” cui hanno partecipato, tra gli altri, Tony Tyson, direttore scientifico dell’Lsst, ed Elon Musk, fondatore di Space-X. Pare che Musk abbia espresso preoccupazione per la necessità urgente di minimizzare l’interferenza di Starlink con le osservazioni astronomiche. Se così fosse, ciò potrebbe servire a placare l’ira della comunità astronomica internazionale.
              GIUSEPPE SPERLINGA

Aggiornamento di Giorgio Siringo (8 maggio 2020):

“Secondo il sito web astronomynow.com, a partire dal prossimo gruppo di satelliti Starlink, altri 60 satelliti che il prossimo 18 maggio andranno ad aggiungersi ai 420 già presenti in orbita bassa, SpaceX prova a mitigare il problema delle superfici riflettenti ricoprendole con una schiuma, detta “VisorSat”, che dovrebbe attenuare la riflessione della luce permettendo però la trasmissione dei segnali radio. Lo scorso gennaio, avevano già fatto un test con un satellite ricoperto di vernice nera, soprannominato “DarkSat”. Il test non aveva dato buoni risultati: l’attenuazione di luminosità risulta essere insufficiente (appena 1 magnitudine) e il surriscaldamento dovuto ad assorbimento di calore in eccesso da parte delle superfici nere rischia di danneggiare l’elettronica. Pertanto hanno trovato una soluzione differente. Quindi qualcosa si sta muovendo, grazie all’allarme dato dalla comunità. Staremo a vedere! “

https://astronomynow.com/2020/05/05/spacex-to-debut-satellite-dimming-sunshade-on-next-starlink-launch/

 

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CIELO DI MAGGIO 2020

LA COMETA CIGNO E I PIANETI MARTE, GIOVE E SATURNO DOMINATORI DEL CIELO MATTUTINO DI MAGGIO

Con l’arrivo del mese di maggio, ci salutano – a occidente – le costellazioni che hanno dominato i freddi cieli invernali: i Gemelli con i Dioscuri Castore e Polluce, l’Auriga con la luminosa Capella (la capretta che allattò Zeus), il Cane Minore con Procione, che presto saranno seguite dal Leone con Regolo (questa stella è detta “il piccolo Re”, perché è spesso occultata dalla Luna e, talvolta, dai pianeti, quasi a volergli rendere omaggio), che imponente si staglia nell’orizzonte occidentale. Il cielo meridionale ci offre la visione delle costellazioni tipicamente primaverili: la Vergine con la brillante Spica e il Boote (Bovaro, Bifolco) con la celebre Arturo (guardiano delle due Orse). Scomparso ormai, a ovest, il gigante Orione, ecco apparire dalla parte opposta il suo uccisore, lo Scorpione con il suo cuore rosso Antares, vera e propria testa di ponte che precede l’apparizione delle costellazioni che domineranno il cielo della prossima estate, tra cui Ercole con il suo celebre ammasso globulare M13 visibile a occhio nudo e l’Aquila con Altair. A Nord-Est, fanno capolino la Lira con Vega, che tra tredici mila anni sarà la nostra Stella Polare, il Cigno con Deneb, che insieme alle citate Vega e Altair formano i vertici dell’asterismo del “Triangolo estivo”. Tra le costellazioni circumpolari che non tramontano mai, vale la pena segnalare l’Orsa Maggiore, che si trova praticamente sopra le nostre teste, allo zenit, utile per l’individuazione della Polare nell’Orsa Minore, la stella che attualmente ci indica la direzione del Nord.

Cominciamo il consueto excursus all’interno del nostro sistema planetario con la nostra stella diurna, il Sole, che attraverserà la costellazione dell’Ariete fino al 18, per poi transitare nella costellazione del Toro e rimanervi fino al 19 giugno. Ma, in pieno XXI secolo c’è chi continua a lasciarsi suggestionare dal ciarpame ammannito da coloro che confezionano gli oroscopi e, se è nato dal 21 aprile al 20 maggio, crederà di subìre gli assai presunti influssi delle stelle della costellazione del Toro. Intanto, le giornate continuano ad allungarsi e la massima durata del dì l’avremo il 20 giugno, giorno del solstizio estivo, di conseguenza ci sarà la notte più breve dell’anno. La Luna sarà al plenilunio il 7, all’ultimo quarto il 14, novilunio il 22 e, infine, al primo quarto il 30. Uno sguardo ai pianeti. Mercurio sarà osservabile a partire dalla metà del mese; l’ultimo giorno di maggio, sarà abbastanza alto nel cielo occidentale e tramonterà quasi due ore dopo il Sole, occasione da non perdere se si vuole osservare questo minuscolo pianeta. Venere continuerà a mostrarsi in tutto il suo splendore luminoso per tutto il mese, all’imbrunire, anch’esso nell’orizzonte occidentale, dove tramonta tre ore e mezza dopo il Sole e il 22 maggio sarà in congiunzione con Mercurio, costituendo così un ottimo punto di riferimento in cielo per rintracciare l’elusivo pianeta. La triade planetaria formata da Marte, Giove e Saturno continua a dominare il cielo orientale e sarà visibile e fotografabile nella seconda parte della notte: il pianeta rosso sarà osservabile nelle ore che precedono l’alba, mentre il gigantesco Giove continuerà a danzare strettamente (saranno distanti appena 5°) con il pianeta degli anelli, Saturno. Concludiamo il nostro tour planetario con gli ultimi due giganti gassosi: Urano continua a essere inosservabile e Nettuno sarà molto basso sull’orizzonte a Est-Sud-Est poco prima del sorgere del Sole come il trio di pianeti di tipo terrestre, ma sarà difficile da individuare e, in ogni caso, occorre utilizzare un telescopio.

Pure in maggio, nelle ore che precedono il sorgere del Sole, il cielo continuerà a proporre le spettacolari congiunzioni del mese precedente. Il 12 avremo l’incontro tra la Luna calante e Giove, seguiti da Saturno. Seguirà, il 15, quello tra Marte e l’argenteo satellite della Terra. Il 22, come già detto, avremo l’incontro ravvicinato tra Venere e Mercurio. Infine, il 24, un bellissimo tramonto offerto dal trio Luna-Mercurio-Venere.

Per finire, segnaliamo l’arrivo della cometa Swan, che in inglese significa “cigno”, ma che in realtà è l’acronimo di “Solar Wind ANisotropies”, uno strumento che si trova a bordo della “Soho” (altro acronimo di “Solar and Heliospheric Observatory), la sonda della Nasa e dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) che orbita attorno al Sole per la misurazione del vento solare. “Se nei prossimi giorni non si frantumerà, come è accaduto alla cometa Atlas che doveva essere già visibile in questi giorni – dice il dott. Piero Massimino dell’Inaf Osservatorio astrofisico di Catania – la cometa Swan potrebbe raggiungere la magnitudine di 3.5, che la renderebbe osservabile anche a occhio nudo. Il 12 maggio si troverà a 84 milioni di km da noi e, per un osservatore posto a Catania, dovrebbe sorgere nel cuore della notte, alle 4.11, per poi raggiungere l’altezza di 17 gradi circa al sorgere del Sole. Ammesso che sia osservabile, sarà molto bassa sull’orizzonte orientale”.

GIUSEPPE SPERLINGA

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ARRIVA LA COMETA SWAN

È IN ARRIVO LA COMETA CIGNO

IL 12 MAGGIO DOVREBBE ESSERE VISIBILE DA CATANIA. SI DISINTEGRERÀ COME LA ATLAS?

Bizzarrie del cielo. Tutti aspettavano di vedere il cielo notturno solcato dalla cometa Atlas, invece, ecco in arrivo la cometa Swan. Atlas, infatti, non la vedremo mai, perché si è disintegrata, come ha accertato pure il telescopio spaziale “Hubble” che ne ha fotografato i frammenti.
Il nome della nuova cometa, Swan, in inglese significa “cigno”, ma in realtà è l’acronimo di “Solar Wind ANisotropies”, che è lo strumento che si trova a bordo della “Soho”, altro acronimo di “Solar and Heliospheric Observatory, la sonda della Nasa e dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), che orbita attorno al Sole per la misurazione del vento solare, la cui distribuzione non è uguale in tutte le direzioni, ma è anisotropa, come dicono gli studiosi. Ecco, il compito di Swan è quello di misurare l’anisotropia del vento solare, cioè il flusso di particelle cariche emesso dall’alta atmosfera del Sole composto in gran parte da elettroni e protoni e, in minima parte, da particelle alfa, che sono nuclei di elio formati da due protoni e due neutroni.
Come spesso accade in campo scientifico, mentre si sta studiando una cosa, se ne scopre un’altra, in maniera fortuita. È accaduto che lo scorso 11 aprile, l’astronomo non professionista australiano Michael Mattiazzo (il cognome tradisce le sue origini italiane: i genitori, infatti, sono veneti emigrati anni fa nella terra dei canguri) stava analizzando i dati della Soho raccolti attraverso lo strumento Swan, quando si è accorto che la sofisticata apparecchiatura era riuscita a scorgere una nuova cometa, probabilmente perché l’astro chiomato è in grado di liberare una significativa quantità di idrogeno. Mattiazzo non poteva essersi sbagliato: nelle immagini scattate il 25 marzo precedente era stata immortalata una cometa, che prese il nome dal dispositivo montato a bordo della Soho, cioè Swan. Nello stesso tempo, in Italia, la nuova cometa era stata ripresa e fotografata pure dall’astronomo italiano Ernesto Guido utilizzando un telescopio australiano da remoto, dato che ancora non era visibile dal nostro emisfero. In questi casi, le regole dell’Unione astronomica internazionale (Iau) impongono che la nuova cometa dev’essere chiamata col nome dello scopritore, che in questo caso era lo strumento Swan e così il nuovo astro chiomato è stato battezzato “Swan C/2020 F8”. Cosa significa questa sigla è presto detto: “Swan” è il nome dello scopritore (lo strumento a bordo della Soho); la lettera “C” vuol dire che è una cometa non periodica o a lungo periodo, cioè ha un’orbita iperbolica o parabolica; “2020” è l’anno della scoperta; la lettera “F” indica che è stata scoperta nella seconda metà del mese di marzo; il numero “8” significa che è l’ottava cometa scoperta in questo caso dallo strumento Swan.
La cometa, nelle foto scattate sia da Mattiazzo, sia da Guido e altri, appare con una chioma verdastra che avvolge il nucleo cometario, cui segue una lunghissima coda azzurrina ricca di idrogeno. Attualmente è visibile nei cieli dell’emisfero australe, ma a maggio, secondo gli esperti, dovrebbe essere visibile a occhio nudo anche dal nostro emisfero.
“Se tutto va bene – dice il dott. Piero Massimino, dell’Inaf Osservatorio astrofisico di Catania -, cioè se si evolve come si spera, potrebbe raggiungere la magnitudine di 3.5, quindi, essere osservabile anche a occhio nudo. È anche probabile, però, che possa disintegrarsi come la cometa Atlas. In ogni caso, il 12 maggio sarà distante 84 milioni di km da noi e dovrebbe sorgere, per un osservatore posto a Catania, alle ore 4.11, per poi raggiungere l’altezza di 17 gradi circa al sorgere del Sole. Quindi, ammesso sia osservabile, resterà comunque molto bassa sull’orizzonte, guardando verso oriente.” Sarebbe la seconda atroce delusione in pochi giorni per gli astronomi professionisti e amatoriali del mondo intero se pure la Swan subisse la stessa sorte capitata alla cometa Atlas in fase di avvicinamento al nostro Sole, che si è letteralmente frantumata, privandoci della fantastica visione celeste di un astro chiomato che viene a farci visita dai lontani spazi siderali. Delusione, stavolta, ancora più amara dai tempi bui che stiamo vivendo per la pandemia del malefico Covid-19. Swan, in questo periodo, ha aumentato la sua luminosità ancora di più, la sua magnitudine è passata da 6.7 a 6.1, il che significa che è visibile a occhio nudo. Al momento, si trova a circa 116 milioni di chilometri dalla Terra, sta transitando nella costellazione dell’Acquario, quindi è visibile dall’emisfero australe. Gli osservatori del nostro emisfero per vedere brillare questo gigantesco iceberg planetario al massimo della sua luminosità dovranno attendere quando raggiungerà il suo punto più vicino alla Terra (12-13 maggio) e il suo punto più vicino al Sole (27 maggio). Purtroppo, come spiegava il dott. Massimino, la cometa sarà molto bassa sull’orizzonte orientale e sarà osservabile prima dell’alba e dopo il tramonto, che non sono i momenti migliori per le osservazioni di oggetti celesti perché la luce crepuscolare schiarisce il fondo scuro del cielo. In questi casi, si suggerisce l’uso di un buon binocolo ed effettuare le osservazioni da siti ubicati ad alta quota in modo da attenuare gli effetti di assorbimento da parte dell’atmosfera. Nell’attesa di poterla rintracciare pure nei cieli boreali, accontentiamoci di ammirare l’astro chiomato “Cigno” immortalato nelle belle foto riprese dall’emisfero australe.
                                                                              GIUSEPPE SPERLINGA

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COME HO SCOPERTO LA COMETA “C/2020 SWAN”
di Michael Mattiazzo
(Traduzione dall’inglese di Giulia Sperlinga)
Lavoro nel dipartimento di Patologia e, con la sorpresa di molti, ho avuto una significativa flessione del carico di lavoro ambulatoriale a causa della crisi sanitaria del Covid-19. Come risultato, ho avuto l’opportunità di avere più tempo lontano dal mio lavoro, perché la quarantena mi ha consentito di concentrarmi sul mio hobby, l’astronomia. Ho scoperto questa cometa cercando i dati della sonda solare Soho in un sito web pubblico. Lo strumento Swan è una videocamera ultravioletta a bordo della Soho, che è operativa dal 1996 e il suo scopo è quello di studiare il Sole, ma è pure eccezionale nel rilevare comete che brillano intensamente ai raggi ultravioletti a causa della sublimazione del ghiaccio d’acqua vicino al Sole, attraverso la linea di emissione di ultravioletti Lyman Alpha dell’idrogeno ionizzato.
Il 9 aprile scorso, ho scaricato l’ultima mappa animata del tracker della cometa Swan e ho notato un oggetto luminoso in costante movimento che non corrispondeva a un oggetto conosciuto. C’erano altre cinque comete conosciute e rilevate nei dati. Ci vuole molta pazienza ed esperienza nell’analizzare i dati, perché ci sono molti falsi positivi dovuti alla bassa risoluzione e ai rumori di fondo, soprattutto nella regione della Via Lattea. Quando pensi di aver trovato un possibile candidato, la seconda sfida è quella di trovare la cometa nel cielo. I dati Swan, di solito, sono pubblicati almeno con 3 giorni in ritardo, quindi è necessario predire dove si trova in quel momento la cometa nel cielo. Inoltre, essi sono forniti in coordinate eclittiche, ma è semplice convertirle in coordinate equatoriali utilizzando un software planetario. Una volta che si individua un’area di ricerca, è meglio utilizzare una fotocamera e un teleobiettivo per fotografare un’ampia area del cielo. Maggiore è l’area coperta, maggiori sono le possibilità di rilevarla. Normalmente, io utilizzo una fotocamera Canon 60DA e un teleobiettivo con lenti da 200 mm. In questo caso, le condizioni meteorologiche non erano ottimali, quindi ho chiesto aiuto alla comunità delle comete. Il mio amico astrofilo Martin Masek, della Repubblica Ceca, è stato in grado di utilizzare un telescopio remoto situato in Argentina per confermare la cometa. Una volta rilevata, le misure vengono pubblicate sulla pagina di conferma della cometa per un controllo immediato (follow-up) da parte degli astronomi di tutto il mondo. I telescopi da remoto sono diventati degli strumenti molto utili per la comunità astronomica. Dopo qualche giorno di dati astrometrici, è possibile stabilire un’orbita ragionevole. La cometa sarà più vicina alla Terra (perigeo) il 13 maggio, quando passerà a 0.55 Unità Astronomiche (U.A.) da noi, pari a 82.500.000 km, mentre sarà al perielio il 27 maggio, a 0.43 U.A., vale a dire a 64.500.000 km di distanza dal Sole.
Queste condizioni sono favorevoli per una cometa luminosa, possibilmente visibile a occhio nudo, ma la massima luminosità è piuttosto incerta poiché la cometa sarà probabilmente in piena esplosione e può frantumarsi mentre si avvicina al Sole. Le comete sono molto imprevedibili, come abbiamo imparato con la cometa “Atlas C/2019 Y4”, che avrebbe dovuto raggiungere la visibilità a occhio nudo questo mese, ma adesso si è disintegrata mentre si avvicinava al Sole. Nella metà di aprile scorso, il telescopio spaziale “Hubble” ha ripreso diversi frammenti di questa cometa.
Dal 2004 a oggi, questo è il mio ottavo credito di scoperta per le comete Swan, che sono ben 17, anche per i recuperi di molte altre, il più recente delle quali è stato quello di “58P Jackson-Neujmin”, nell’aprile scorso, che non era stata più vista dal 1996.
La cometa non è stata denominata col mio nome, perché per la sua scoperta non ho utilizzato la mia personale attrezzatura, secondo le linee guida di denominazione dell’Unione astronomica internazionale.
Il mio interesse per le comete è stato stimolato dall’arrivo della cometa Halley, nel 1986. Poi, nel 1987, una cometa dal nome “Bradfield” si rese visibile e, nel 1995, ho avuto il privilegio di incontrare Bill Bradfield dopo un incontro alla Società Astronomica dell’Australia del Sud (Assa), dopo la sua scoperta di una cometa avvenuta proprio quell’anno. Nel complesso, è riuscito a scoprire visivamente un totale di 18 comete come dilettante, tra il 1972 e il 2004, che non sarà probabilmente ripetibile data la tecnologia odierna. Fu molto entusiasta di passarmi la sua conoscenza ed esperienza. Bill fu un membro a vita della ASSA e fu introdotto nella ASSA Hall of Fame del 2013, descritto come un gentiluomo, uno studioso e un mentore.
Ho iniziato la caccia alle comete nel 1997, quando mi sono trasferito a Wallaroo, nel Sud Australia, dove il mio più grande successo è stato fare una scoperta visiva indipendente della cometa “C/2000 W1 Utsunomiya-Jones”, ma ero in ritardo di 24 ore e ho perso il taglio. Nel 2002, lo strumento “Swan” a bordo della “Soho” divenne una minaccia per il cacciatore di comete visive quando raccolse i dati “C/2002 O6”. Proprio in quel periodo, “Swan” stava diventando pubblicamente disponibile su Internet sotto le mappe del tracker delle comete. Da quel momento, mi sono concentrato sulla caccia Swan e ho credito alla scoperta per C/2004 H6, C/2004 V13, C/2005 P3, P/2005 T4, C/2006 M4, C/2015 C2, C/2015 P3 e C/2020 F8.

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ASTEROIDE 1998 OR2, UN SASSO SPAZIALE GRANDE COME L’ETNA SFIORERÀ LA TERRA SENZA COLLIDERE CON ESSA.

Nei tempi bui del Covid-19, quali sono quelli che stiamo vivendo, penso di fare cosa gradita agli amici reali e virtuali di FB proponendo la lettura dell’articolo, a firma di chi scrive, sull’asteroide “1998 CO2”, cui oggi, giovedì 16 aprile 2020, il quotidiano La Sicilia dedica l’intera pagina 14, mirabilmente curata e impostata dall’ottimo amico Leonardo Lodato, che ringrazio.
Buona lettura!
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ASTEROIDE 1998 OR2, UN SASSO SPAZIALE GRANDE COME L’ETNA SFIORERÀ LA TERRA SENZA COLLIDERE CON ESSA.
Sono sempre più insistenti le voci, nella maggior parte dei casi infondate o addirittura false, che, il 29 aprile, l’asteroide “1998 OR2” colpirà o potrebbe colpire il nostro pianeta. Diciamolo subito per tranquillizzare chi legge: l’asteroide in questione non è in rotta di collisione con la Terra, non cadrà sul nostro pianeta né potrà minacciare l’esistenza della nostra specie, basta e avanza, di questi tempi, la minaccia di un invisibile virus, infinitamente più piccolo di questo sasso spaziale. Pur essendo catalogato dal Minor Planet Center (Mpc) come uno dei circa duemila asteroidi potenzialmente pericolosi, non corriamo alcun rischio d’impatto, perché la sua orbita non interseca quella terrestre e, ancora una volta, passerà a una distanza considerevole da noi. La fonte è attendibile e autorevole in campo astronomico, perché l’Mpc, che opera nell’istituto di ricerca americano Smithsonian Astrophysical Observatory di Harvard, è l’ente incaricato dall’Unione Astronomica Internazionale (Uai) di raccogliere e conservare i dati osservativi sui corpi minori del Sistema solare, quali sono gli asteroidi e le comete, calcolare le loro orbite e pubblicare tutte le informazioni utili per conoscerne le caratteristiche e gli eventuali pericoli per la Terra. È vero che la Nasa, l’agenzia spaziale americana, lo ha inserito nella lista dei Near-Earth Objects (Neo) e che è ritenuto un oggetto di classe “Amor”, che sono quegli asteroidi che hanno un’orbita con distanza minima dal Sole superiore a una Unità Astronomica (U.A., pari a 150 milioni di chilometri), ma è altrettanto incontrovertibile il fatto che questi corpi non potranno mai intersecare la nostra orbita e, di conseguenza, non potranno mai collidere con la Terra, a differenza dei suoi temutissimi confratelli della classe “Aten” o, peggio ancora, “Apollo”. Per questi ultimi, la Nasa e l’agenzia spaziale europea, l’Esa, hanno elaborato progetti finalizzati alla protezione del nostro pianeta. Uno di questi è la missione “Double Asteroid Redirection Test” (Dart), che ha l’ambizione di mirare a deviare l’orbita di un corpo celeste e che sarà lanciata nel 2021. “Dart” (dardo, in inglese) si schianterà contro “Didymoon”, un piccolo satellite naturale dell’asteroide “Didymos” (che in greco significa “gemello”, “doppio”), di dimensioni paragonabili a un asteroide che potrebbe costituire una minaccia per la Terra: sarà una sorta di proiettile che colpirà il piccolo asteroide alla velocità di 23mila km/h! La missione complementare dell’Esa, “Hera” (la divinità greca del matrimonio), misurerà con precisione la deviazione che subirà l’asteroide più grande e studierà il cratere creato dall’impatto di Dart sull’asteroide gemello. Se tutto andrà a buon fine, i primi risultati dovrebbero arrivare l’anno successivo. Al momento, dunque, dovremo accontentarci di questo progetto, relegando nella fantascienza altre soluzioni, come quelle viste, nel 1998, nel celebre film “Armageddon” con Bruce Willis e Ben Affleck.
L’asteroide “1998 OR2”, roccioso vagabondo nello spazio, è stato scoperto il 24 luglio del 1998 e ha un diametro stimato tra i 1.200-3.700 metri. Per avere un’idea, immaginate un sasso grande come l’Etna (alcuni lo paragonano al monte Bianco o alle Dolomiti, altri ancora all’Everest) che viaggia nello spazio alla velocità di una decina di chilometri al secondo, raggiungerà la minima distanza dalla Terra alle 10.56 del prossimo 29 aprile, sarà a circa 6 milioni e trecentomila chilometri da noi, pari a più o meno sedici volte la distanza media Terra-Luna. La sua luminosità è molto bassa (sarà di magnitudine 10.9) e, quindi, non sarà facile individuarlo anche perché sarà basso sull’orizzonte, ma con un po’ di fortuna e abilità potrà essere visibile con piccoli telescopi amatoriali o un binocolone, naturalmente scegliendo luoghi di osservazione bui e lontani da lampioni o dal riverbero dei centri abitati. Dopo il flyby del 29 mattina, sarà osservabile in prima serata, mentre si allontana sempre di più dalla Terra e sempre più basso sull’orizzonte. L’asteroide, che potrà essere seguito fino ai primi giorni di maggio, tornerà a farci visita tra circa quattro anni, in attesa che torni ad avvicinarsi, nell’aprile del 2029, il temutissimo “99942 Apophis”, dal nome greco del dio egizio Apopi, il distruttore, ma che osservazioni effettuate dagli astronomi hanno portato a escludere la possibilità di un impatto con la Terra.
Coraggio, dunque, non allarmiamoci per un pericolo inesistente, non faremo la fine dei dinosauri, i quali, come scrisse il famoso scrittore di fantascienza Larry Niven, “si sono estinti perché non avevano un programma spaziale”.
                                        GIUSEPPE SPERLINGA

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SUPERLUNA, DANZA PLANETARIA E PASSAGGIO DI ASTEROIDE NEL CIELO DI APRILE

SUPERLUNA, DANZA PLANETARIA E PASSAGGIO DI ASTEROIDE NEL CIELO DI APRILE

Il malefico virus coronato Covid-19, dall’inizio dello scorso mese di marzo, continua a privarci di molte libertà, costringendoci al confinamento casalingo per contenere la diffusione dei contagi. Ma, il letale microrganismo non ci potrà privare della libertà di osservare il cielo dai nostri balconi, terrazze, cortili.

Ecco, dunque, cosa ci riserva il cielo di questo mese di aprile 2020.

Buona lettura!

G.S.

Per maggiori approfondimenti, si rimanda alla consultazione del sito dell’Unione Astrofili Italiani (www.uai.it) e del numero 243 di aprile 2020 della bella rivista di divulgazione astronomica “Coelum Astronomia” scaricabile dal sito www.coelum.com.

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La Superluna prima di Pasqua, la danza planetaria di Marte, Giove e Saturno con la Luna calante prima dell’alba e il transito di un asteroide alla fine del mese: sono tra i più importanti fenomeni celesti del cielo di aprile.

Le giornate continueranno ad allungarsi e, alla latitudine di Catania, la durata del dì aumenta di circa un’ora. Il Sole sarà proiettato tra le stelle della costellazione dei Pesci fino a sabato 18, dopo transiterà tra quelle dell’Ariete. La Luna sarà al Primo Quarto l’1, plenilunio l’8, Ultimo Quarto il 15, novilunio il 23. La Luna piena di mercoledì 8 sarà una Superluna, perché alle 19.10 del giorno precedente, l’argenteo satellite naturale terrestre si troverà al perigeo, cioè alla minima distanza dalla Terra, pari a 356.908 km. Si badi, però, di tener conto di un piccolo dettaglio: se si vuole osservare e fotografare la Luna piena bisogna sacrificarsi a una levataccia notturna, alle 4.35 della notte tra il 7 e l’8 aprile, quando si verificherà il plenilunio e il nostro satellite ha superato da poche ore il perigeo. Con buona pace dei “catastrofisti della Luna piena”, i quali profetizzano ogni tipo di sciagura sugli umani, dall’aumento dei ricoveri in ospedale e del tasso di criminalità alle eruzioni vulcaniche e ai terremoti e altre amenità dello stesso stampo. In realtà, l’unico effetto che può produrre la Luna piena quando si trova al perigeo è un aumento di appena una dozzina di centimetri del dislivello tra la bassa e l’alta marea, che non ha mai ucciso alcun essere umano.

Come di consueto, la nostra carrellata planetaria s’inizia dal minuscolo Mercurio, che è visibile con difficoltà prima del sorgere del Sole, perché molto basso sull’orizzonte orientale. Venere sarà ancora “Vespero”, perché continua a risplendere, a ovest, nel cielo della sera. All’inizio del mese, il pianeta di Citera tramonta quattro ore dopo il Sole, ma col passare dei giorni si avvicina sempre di più al Sole, si abbassa progressivamente sull’orizzonte e, alla fine del mese, la sua visibilità si riduce di quasi tre quarti d’ora. Imperdibile la rara stretta congiunzione con le Pleiadi (‘a Puddara, di verghiana memoria ne “I Malavoglia”), un suggestivo incontro (prospettico) ravvicinato che si verifica ogni otto anni alla stessa data (la prossima volta si verificherà il 3 aprile del 2028). Marte, Giove e Saturno: il balletto del trio planetario è osservabile nell’orizzonte di Sud-Est, al mattino prima che sorga il Sole, con il pianeta rosso che sorge per ultimo (il primo a sorgere è Giove). Urano è inosservabile, mentre Nettuno è visibile nell’orizzonte orientale, nelle ultime ore della notte, ma con difficoltà, perché molto basso. Pure in aprile continueranno, prima dell’alba nel cielo orientale, gli spettacolari balletti della falce di Luna calante con il trio planetario formato da Giove, Saturno e Marte. Da non perdere la congiunzione Luna-Giove-Saturno di mercoledì 15 e quella del giorno dopo tra la Luna e Marte. Davvero spettacolare il bellissimo quadro astrale che, dopo il tramonto di giorno 26, si presenterà ai nostri occhi volgendo lo sguardo a occidente per ammirare l’ammasso stellare delle Pleiadi, la stella gigante rossa Aldebaran, la falce di Luna crescente e il pianeta Venere.

Con l’arrivo di aprile, lo scenario celeste tende a mutare. Il cielo invernale, infatti, cede la scena a quello estivo. A occidente, possiamo ancora un ultimo sguardo alle costellazioni che hanno dominato il cielo invernale: il Toro con il suo “occhio rosso” Aldebaran, il gigante Orione, i Gemelli Castore e Polluce e l’Auriga con la gialla Capella (la capretta che allattò Zeus sul monte cretese di Ida). Quest’ultima, è la sesta stella più luminosa del cielo notturno, la terza più brillante dell’emisfero boreale dopo Arturo di Boote e Vega della Lira, ma in realtà è un sistema stellare multiplo formato da quattro astri che formano due coppie. Volgendo lo sguardo dalla parte opposta, a oriente, fanno capolino le costellazioni che domineranno il cielo estivo, con la Lira e la luminosa Vega, futura stella polare tra tredicimila anni. A Nord-Est, subito sotto l’Orsa Maggiore, sarà facilmente distinguibile Bootes per la caratterizzata forma ad aquilone con al vertice la luminosa Arturo (il guardiano dell’Orsa). Alla sinistra del Bovaro è riconoscibile la Corona Boreale, piccola costellazione a forma di semicerchio. Tra quest’ultima e la Lira sarà possibile rintracciare la costellazione di Ercole, contenente il famoso ammasso globulare M13, che contiene trecentomila stelle ed è il più luminoso del cielo boreale e il terzo dell’intera volta celeste. Essa è costituita da un ampio quadrilatero di stelle (il corpo del mitologico semidio ed eroe), da cui si dipartono le stelle che formano gli arti. Ercole (Eracle, per i Greci) era figlio di Zeus e di Alcmena. Famose le sue mitiche dodici fatiche, in una di esse strangolò con le proprie mani il Leone di Nemea e uccise l’Idra di Lerna, in aiuto della quale intervenne il granchio (Ercole lo schiacciò col piede, è rappresentato in cielo dalla costellazione del Cancro). Il crostaceo fu inviato dalla vendicativa Era, perché Ercole era il frutto dell’ennesimo tradimento del marito. Nel cielo meridionale, oltre al già citato Cancro, sfileranno le costellazioni zodiacali del Leone con la brillante Regolo (Piccolo Re) e della Vergine con la luminosa Spica. A notte fonda, a Sud-Est, vedremo spuntare la Bilancia e lo Scorpione. Il nostro excursus si conclude con le costellazioni circumpolari, che non sorgono e non tramontano: le due Orse, con l’Orsa Maggiore molto alta sull’orizzonte e, dalla parte opposta, l’inconfondibile “W” della vanitosa regina Cassiopea e la “casetta” del suo regale sposo Cefeo, re di Etiopia, che non corrisponde all’attuale Stato africano, ma era un territorio tra la Palestina e il Mar Rosso.

Per finire, avremo un incontro ravvicinato con l’asteroide “1998 OR2”, che raggiungerà la minima distanza dalla Terra il 29 aprile prossimo, avrà una luminosità di 10,9 magnitudine e, dalle 19 alle 23, sarà visibile pure con piccoli telescopi, anche se non sarà facile osservarlo perché si troverà molto basso sull’orizzonte. L’asteroide è stato scoperto nel luglio del 1998 dai telescopi professionali americani del programma Near Earth Asteroid Tracking (Neat) della Nasa e del Jet Propulsion Laboratory per la scoperta di oggetti near-Earth, gli asteroidi la cui orbita è vicina a quella della Terra e alcuni di essi costituiscono un pericolo perché le loro orbite intersecano quella del nostro pianeta. OR2 dovrebbe avere un diametro tra 1,2-3,7 km e il 29 aprile si troverà a una distanza di 6.290.440 km dalla Terra, vale a dire a circa 16 volte e mezzo la distanza Terra-Luna. Questo macigno spaziale, pur passando “vicino” alla Terra, è classificato come un oggetto di classe “Amor”, che sono quegli asteroidi che hanno un’orbita con distanza minima dal Sole superiore a una Unità Astronomica (150 milioni di chilometri). Per tranquillizzare coloro che temono collisioni catastrofiche tra questo proiettile cosmico con il nostro pianeta diremo che esso non si avvicinerà mai tanto da intersecare la nostra orbita, di conseguenza non potrà mai essere in rotta di collisione con la Terra, al contrario di quanto potrebbe accadere, invece, con i temuti asteroidi di classe “Aten” e “Apollo”.

                                                                                   GIUSEPPE SPERLINGA

 

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Hercules slaying the Hydra. Scene from the Greek mythology. Wood engraving, published in 1880.

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CIELO DI MARZO 2020

ALLINEAMENTI PLANETARI NEL CIELO DELL’EQUINOZIO PRIMAVERILE

Il Sole continua ad attraversare le stelline della costellazione dell’Acquario fino al 12 marzo, giorno in cui passa nella costellazione dei Pesci. Gli astrologi, però, che continuano a “leggere” il cielo ormai fossile di duemila anni, seguitano a scrivere le loro amenità negli oroscopi dicendo che la nostra stella diurna si troverebbe già nella costellazione dei Pesci e vi transiterebbe fino al 20 marzo per poi passare in quella dell’Ariete. La gente abbocca all’amo e continua leggere l’oroscopo che non gli appartiene, ammesso che vi sia una corrispondenza con la realtà. Le giornate continueranno ad allungarsi e nel giorno dell’equinozio primaverile, che quest’anno cade il 20, la durata dei periodi di illuminazione (il dì) e di oscurità (la notte) sarà uguale ovunque di dodici ore ciascuno, senza contare la luce crepuscolare. Quel giorno, il Sole sorge e tramonta rispettivamente a Est e a Ovest, passa per il punto gamma o d’Ariete, che è l’intersezione tra il piano dell’equatore celeste e l’eclittica, a mezzogiorno è allo zenit sull’equatore, ha inizio la primavera nell’emisfero boreale e l’autunno in quello australe, al polo Sud comincia la notte polare e al polo Nord il giorno polare, i Poli terrestri sono tagliati in due parti uguali dal circolo d’illuminazione. Per i Cristiani, la data dell’equinozio primaverile è importante ai fini del calcolo della data della Pasqua, che cade la prima domenica (12 aprile) successiva al plenilunio (8 aprile) che segue l’equinozio di primavera.

Il cielo di marzo è ancora dominato dalle grandi costellazioni invernali, che sono più spostate verso sud-ovest, mentre, nelle prime ore della notte, nel cielo orientale, fanno capolino le costellazioni zodiacali del Leone con Regolo (Piccolo Re) e della Vergine con Spica. Percorrendo lo zodiaco verso Sud troviamo la debole costellazione del Cancro a separare i Gemelli dal Leone. Sempre a Sud, continua a dominare la scena celeste l’inconfondibile Orione e, nella stessa plaga di cielo ma verso occidente, troviamo le costellazioni del Toro con Aldebaran, dell’Auriga a forma pentagonale e con la luminosa Capella (Amaltea, la capra con il cui latte fu nutrito Zeus) e dei Gemelli con i Dioscuri Castore e Polluce. A sinistra di Orione, nella costellazione del Cane Maggiore, risplende Sirio, la stella più luminosa del cielo. Più in alto sull’orizzonte rispetto a Sirio, brilla Procione del Cane Minore. A Nord-Ovest, troviamo la doppia “W” di Cassiopea e, tra essa e il Toro, si staglia la costellazione del Perseo. A Nord-Est, sotto l’Orsa Maggiore e a sinistra della Vergine, vedremo sorgere la costellazione del Bootes (Bovaro o Bifolco che dir si voglia), caratterizzata dalla forma ad aquilone con al vertice la luminosa Arturo. Volgendo lo sguardo verso Nord, attorno alla Stella Polare nell‘Orsa Minore, si riconoscono, procedendo in senso antiorario dopo Cassiopea, la “casetta” di Cefeo, il sinuoso Dragone e l‘Orsa Maggiore. Per gli antichi Romani, le sette stelle del Gran Carro dell’Orsa Maggiore erano i “septem triones” (i sette buoi), da cui deriva il termine “settentrione”. Nella mitologia classica, l’Orsa Maggiore è Callisto, una ninfa di Artemide, dea della caccia, cui aveva fatto voto di castità. Un giorno, la scorse Zeus e, prima che la ragazza potesse reagire, il dio la possedette. E la mise nei guai, perché qualche mese dopo il gruppo di cacciatrici nei pressi di un fiume decise di fare il bagno. La riluttante Callisto fu costretta a spogliarsi, rivelando così il suo stato di gravidanza. Artemide la scacciò. Quando Callisto diede alla luce il figlio Arcade, la gelosa e vendicativa Giunone la trasformò in orsa. Un giorno si trovò faccia a faccia con suo figlio Arcade. Lei lo riconobbe e cercò di avvicinarsi, ma lui, terrorizzato, l’avrebbe trafitta con una lancia se Zeus non fosse intervenuto mandando una tromba d’aria che li trasportò entrambi in cielo, dove il dio tramutò Callisto nella costellazione dell’Orsa Maggiore e Arcade in quella dell’Orsa Minore.

La Luna Piena del 9 marzo sarà una quasi Superluna, perché l’argenteo satellite terrestre sarà al plenilunio, ma non al perigeo, che raggiungerà il giorno dopo. Cominciamo il consueto excursus sui pianeti col piccolo Mercurio, che riappare, molto basso, nel cielo orientale prima del sorgere del Sole. Venere continuerà a risplendere nel cielo occidentale, tramontando quattro ore dopo il Sole. Marte sarà ancora visibile prima del sorgere del Sole e lo scorgeremo sull’orizzonte sud-orientale, dove darà luogo a una serie di spettacolari congiunzioni con Giove, Saturno e la Luna. Urano sarà basso sull’orizzonte occidentale nelle prime ore della sera. Nettuno, infine, sarà inosservabile per tutto il mese. Per finire, a coloro che amano alzarsi prima dell’alba, segnaliamo una serie di allineamenti di Marte, Giove e Saturno con la Luna dal 18 al 20 marzo.

GIUSEPPE SPERLINGA

 

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I PIANETI MARTE, GIOVE E SATURNO BRILLANO NEL CIELO MATTUTINO DEL BISESTILE FEBBRAIO 2020

Il quotidiano La Sicilia di oggi, 5 febbraio 2020, festa di S. Agata, Celeste Patrona di Catania, pubblica la consueta rubrica mensile dedicata alla divulgazione astronomica sul cielo di febbraio 2020. Oggi, in pagina, siamo in compagnia col nostro conterraneo AstroLuca Luca Parmitano, ex allievo del Liceo scientifico statale “Galileo Galilei” di Catania e e del prof. Salvatore Arcidiacono, vice presidente di Stelle e Ambiente.
La rubrica del cielo del mese fu ideata e curata per oltre mezzo secolo dal grande e indimenticato giornalista-astrofilo Luigi Prestinenza, primo presidente dell’associazione Stelle e Ambiente. Poco prima della sua dipartita, avvenuta il 4 settembre 2012, Prestinenza ha passato idealmente il testimone a chi scrive, che da allora fa il possibile per onorarne la memoria e, nello stesso tempo, mantenere in vita un appuntamento mensile con la Scienza del cielo, cui ormai pochissimi giornali italiani lasciano spazio.
Buona lettura!
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I PIANETI MARTE, GIOVE E SATURNO BRILLANO NEL CIELO MATTUTINO DEL BISESTILE FEBBRAIO
Le ultime due cifre del 2020 sono divisibili per quattro: l’anno è bisestile e dura 366 giorni anziché 365, nel calendario si aggiunge un giorno in più al mese di febbraio, che – ogni quattro anni – dura 29 giorni anziché 28. Questo artificio si rese necessario perché l’anno civile (365 giorni) non è uguale all’anno solare, che equivale al tempo intercorso tra due solstizi, vale a dire a 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. Il calendario introdotto da Giulio Cesare, nel 45 a.C., considerava l’anno di 365 giorni e 6 ore, ma fissava l’anno civile di 365 giorni. Le sei ore scartate erano recuperate aggiungendo, ogni quattro anni, un giorno in più dopo il 24 febbraio (”Sexto die ante Calendas Martias”= “Sei giorni prima delle calende di marzo”). Il giorno in più fu detto “bis sexto die”, cioè “per la seconda volta il sesto giorno”, da cui prese origine la parola “bisestile”. In realtà, l’anno solare del calendario giuliano era superiore al vero di 11 minuti e 14 secondi, i quali nel corso dei secoli si accumularono e, nel Cinquecento, l’equinozio di primavera cadeva l’11 marzo anziché il 21. Per rimettere in linea il computo del tempo fu necessario “rubare” dieci giorni al 1582, anno in cui entrò in vigore la riforma voluta da Papa Gregorio XIII. Più precisamente, accadde che la sera del 4 ottobre di quell’anno, la gente andò a dormire e, la mattina seguente, si risvegliò che era il 15: i giorni compresi tra il 5 e il 14 non furono mai vissuti. Per evitare il ripetersi dell’errore, si stabilì di considerare bisestili soltanto gli anni secolari multipli di 400: lo è stato il 2000, il prossimo sarà il 2400.
Il cielo di febbraio sarà caratterizzato ancora dalle costellazioni invernali, tra le quali, nell’orizzonte meridionale, spiccano l’imponente Orione in compagnia di Sirio del Cane Maggiore e Procione del Cane Minore e, più in alto, il Toro con la rossa Aldebaran. Allo zenit, sono riconoscibili la luminosa Capella dell’Auriga e i Gemelli con Castore e Polluce. Nell’orizzonte occidentale, continuano a tramontare il cavallo alato Pegaso e la Balena, mentre, a oriente, cominciano a far capolino le prime costellazioni primaverili, come il Leone e la Vergine. Come sempre, nel cielo settentrionale, saranno riconoscibili le costellazioni circumpolari, cioè che non tramontano mai, come il Gran Carro dell’Orsa Maggiore a nord-est, il Piccolo Carro dell’Orsa Minore con la Polare. A nord-ovest, è facilmente riconoscibile la doppia “W” di Cassiopea e, tra questa e il Toro, si individua il Perseo.
Uno sguardo ai pianeti. Il minuscolo Mercurio è visibile a occidente immerso nelle luci del crepuscolo. Il periodo migliore per osservare l’elusivo pianeta sono i giorni che precedono e seguono il 10 febbraio, perché tramonterà un’ora e mezza dopo il Sole. Venere continuerà a brillare nel cielo occidentale come un faro, nelle prime ore serali. Marte è osservabile nella seconda parte della notte, poco dopo le 4. Pure Giove è visibile nel cielo del mattino, alle luci dell’alba, imitato da Saturno, che sarà osservabile alla fine del mese dalle 5 del mattino fino a quando sarà fagocitato dai bagliori del Sole. Urano, invece, sarà rintracciabile con l’ausilio di un telescopio nella prima parte della notte alto sull’orizzonte meridionale. Nettuno, al contrario, sarà osservabile con difficoltà, basso sull’orizzonte occidentale, prima delle 20.30 a inizio del mese, non oltre le 19 negli ultimi giorni di febbraio.
Concludiamo segnalando le belle congiunzioni mattutine che si verificheranno nei giorni 18, 19 e 20 febbraio, prima del sorgere del Sole, tra la Luna e i pianeti Marte, Giove e Saturno, nel cielo di sud-est, incontri astrali che avranno come sfondo le stelline della costellazione del Sagittario, nell’ambito delle quali i tre corpi planetari si disporranno allineati. S’inizia, alle 6.10 del 18, con l’incontro tra la Luna e il pianeta rosso; la mattina del 19, sarà la volta di Giove a essere accanto all’argenteo satellite terrestre, la mattina del 20 ci sarà l’incontro tra la Luna e Saturno.
GIUSEPPE SPERLINGA

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IL CIELO DEL 2020 E DI GENNAIO

IL CIELO DEL 2020 E DI GENNAIO

Non occorre la sfera di cristallo o dare credito alle farneticazioni ammannite dagli astrologi per conoscere cosa ci riserva il cielo del 2020. Chi ci permette di “leggere” correttamente il cielo che verrà è la Meccanica celeste, la branca della Fisica che studia il moto dei corpi celesti. Sappiamo, infatti, che il nuovo anno non ha in serbo fenomeni clamorosi, ma non mancheranno eventi astronomici meritevoli di essere seguiti, come l’opposizione di Marte del prossimo 13 ottobre. Iniziamo il nostro excursus nel Sistema solare con l’elusivo Mercurio, che avremo la possibilità di scorgere, alto una quindicina di gradi sull’orizzonte occidentale, sotto il luminoso Venere, tra le luci del crepuscolo serale, nei primi giorni di febbraio e alla fine di maggio. Il minuscolo pianeta lo vedremo all’alba nella seconda metà di luglio e a metà novembre, sempre posto al di sotto di Venere, con il pianeta di Citera che sarà Vespero (“stella della sera”) fino a maggio e Lucifero (“stella del mattino”) da fine giugno fino a settembre. Marte tornerà a essere visibile e, alla fine di marzo, prima dell’alba, sarà in congiunzione con Giove e Saturno, brillando come un rubino tra i due giganti gassosi del nostro sistema planetario. Giove tornerà a splendere nel cielo del mattino a cavallo tra gennaio e febbraio e si avvicinerà al pianeta degli anelli sempre più nel corso dell’anno. Urano e Nettuno, infine, saranno osservabili con crescente difficoltà la sera per riapparire in primavera nel cielo del mattino. Gli sciami meteorici: nella notte fra il 3 e il 4 gennaio, il cielo sarà solcato dalle Quadrantidi (fino a un centinaio di meteore all’ora), la cui osservazione, nella prima parte della notte, sarà disturbata dal chiarore della Luna crescente. Andrà meglio la notte del 12-13 agosto con le più note Perseidi (60 meteore all’ora), perché la Luna sarà all’ultimo quarto e sorgerà dopo la mezzanotte. Ancora migliore sarà l’osservazione delle Geminidi (13-14 dicembre), il cui picco si verificherà durante il novilunio. Altri sciami di meteore da non perdere sono le Liridi (22-23 aprile) con 20 meteore all’ora e senza disturbo lunare; le Eta Aquaridi (6-7 maggio) con una trentina di “stelle cadenti” all’ora; le Orionidi (21-22 ottobre) con 20 meteore all’ora; le Leonidi (17-18 novembre) con una quindicina di meteore all’ora. L’anno nuovo, purtroppo, sarà povero di comete apprezzabili a occhio nudo. Ci dovremo accontentare della “C/2017 T2” (PanSTARRS), che sarà visibile al telescopio fino ad agosto. Ma se lo spettacolo delle comete langue, ancor meno invitante è quello delle eclissi. Si verificheranno soltanto quattro eclissi di Luna e tutte di penombra (nessuna parziale o totale), tre delle quali saranno visibili dall’Italia, il 10 gennaio, il 5 giugno e il 5 luglio, mentre quella del 30 novembre sarà inosservabile dal nostro Paese. Saranno soltanto due le eclissi di Sole: la prima, il 21 giugno, sarà anulare e la vedranno dall’Africa, penisola arabica, Pakistan, India, Cina e Taiwan, mentre dall’Italia centro-meridionale riusciremo a vedere soltanto una piccola parte del Sole coperta dal cono d’ombra della Luna. La seconda, quella del 14 dicembre, sarà totale e non sarà visibile dall’Italia.

Nel cielo di gennaio, a est, cominciano ad apparire le costellazioni zodiacali del Cancro e del Leone. Dalla parte opposta, si avviano al tramonto l’Ariete e i Pesci, al di sopra delle quali, procedendo verso est si notano Pegaso, Andromeda, Perseo e l’Auriga con la luminosa Capella, la mitologica capretta Amaltea con il latte della quale fu nutrito Zeus. Nel cielo meridionale continua a giganteggiare il grande cacciatore Orione, vero protagonista del cielo invernale, come sempre in compagnia dei suoi due cani: Sirio del Cane Maggiore e Procione del Cane Minore.

GIUSEPPE SPERLINGA

ALIENI DI MONDI LONTANI NEL SISTEMA SOLARE

Alieni di mondi lontani vengono farci visita, sono stati avvistati al telescopio e fotografati dallo spazio e da Terra. Tutti i particolari sull’asteroide e la cometa interstellari, cioè provenienti dall’esterno del Sistema solare, li potrete leggere nell’articolo a firma di scrive pubblicato sul quotidiano La Sicilia di oggi, sabato 28 dicembre 2019, a pagina 16.
Per agevolarne la lettura, trascrivo qui di segui il testo del pezzo e della scheda sull’autore della scoperta della cometa aliena che domani transita nel punto più vicino alla Terra.
Buona lettura e buon anno!!!
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ALIENI SPAZIALI SOLCANO I CIELI DEL SISTEMA SOLARE
A differenza di quelli partoriti dalle fantasie di Peter Kolosimo e degli ufologi, gli alieni esistono davvero e sono stati pure individuati e osservati al telescopio. Non si tratta, però, di astronavi con omini verdi a bordo pronti a invadere il nostro pianeta. I visitatori provenienti dall’ignoto spazio profondo, infatti, sono due oggetti interstellari estranei al nostro sistema planetario: si tratta dell’asteroide “1I/’Oumuamua” e della cometa “2I/Borisov”.
“1I/’Oumuamua” (con l’apostrofo davanti alla O, in lingua hawaiiana significa “messaggero che arriva per primo da lontano”, il numero 1 indica che si tratta del primo oggetto di questo tipo catalogato, la I sta per “Interstellare”) è il primo asteroide interstellare conosciuto e ha un’orbita iperbolica, che, a differenza delle traiettorie ellittiche chiuse e tipiche dei corpi celesti che orbitano intorno al Sole, è tipica di oggetti provenienti dall’esterno che attraversano il Sistema solare, proprio come Oumuamua. Il 9 settembre del 2017, l’asteroide ha raggiunto il punto di massima vicinanza al Sole (38 milioni di km) e, il 14 ottobre, ha “sfiorato” il nostro pianeta passando a 24 milioni di km di distanza. Quattro giorni dopo è stato scoperto da Rob Weryk. Se malauguratamente fosse entrato in collisione con la Terra, questo micidiale proiettile cosmico avrebbe sprigionato un’energia dell’ordine dei 300 megatoni (la bomba atomica sganciata dagli americani su Nagasaki, nel 1945, rilasciò “appena” 23 kilotoni). Da dove proviene “1I/’Oumuamua” non è ancora dato sapere, qualcuno ipotizza possa arrivare da una coppia di stelle orbitante intorno a un comune baricentro. Finora è stato accertato che questo corpo celeste dalla forma allungata come un sigaro sia entrato nel Sistema solare proveniente dalla direzione della costellazione della Lira e sembra proseguire verso quella di Pegaso.
L’altro intruso spaziale è la cometa “2I/Borisov”, il secondo oggetto interstellare che è stato avvistato nel nostro sistema planetario. Questa cometa aliena, lo scorso 8 dicembre, è transitata alla minima distanza dal Sole, a circa 300 milioni di chilometri, due volte la distanza Terra-Sole. Da allora, la sua luminosità è aumentata progressivamente e sarà massima il 29 dicembre, quando passerà vicina al nostro pianeta, a 285 milioni di chilometri. Purtroppo, non sarà visibile a occhio nudo, ma per poterla ammirare occorrerà utilizzare un buon telescopio amatoriale, perché l’astro chiomato avrà una magnitudine +15 e i nostri occhi rilevano oggetti luminosi entro la magnitudine +6. La cometa di Borisov proviene da molto lontano, non è una normale cometa proveniente dalla Nube di Oort, la regione che avviluppa il Sistema solare ricca di nuclei cometari. Vi sono valide ragioni per ipotizzare che provenga da “Kruger 60”, un sistema solare formato da due stelle nane rosse che orbitano attorno al comune baricentro, a oltre 13 anni luce (un anno luce equivale a circa nove mila miliardi e mezzo di chilometri) di distanza da noi. È stata scoperta la notte del 30 agosto di quest’anno dall’astrofilo ucraino Gennadiy Borisov dal suo osservatorio personale ed è stata fotografata pure dal Telescopio Spaziale Hubble, che orbita attorno al nostro pianeta. Ma lasciamo che sia il suo scopritore a raccontarci come sono andate le cose quella notte: «L’ho scoperto il 29 agosto (ora locale), ma era il 30 agosto secondo il GMT (Tempo Medio di Greenwich, ndr). Ho visto un oggetto in movimento nell’inquadratura, che si muoveva in una direzione leggermente differente rispetto a quella degli asteroidi della fascia principale. Ho rilevato le sue coordinate e consultato la banca dati del Minor Planet Center. È risultato che fosse un nuovo oggetto. Ho misurato allora il “NEO Rating” (valutazione del rischio di un oggetto vicino alla Terra, ndr), che è risultato del 100%, ovvero, pericoloso. In tal caso, si richiede di comunicare immediatamente i parametri in una pagina web per asteroidi pericolosi che devono essere confermati. Inoltrai la comunicazione e scrissi che l’oggetto aveva aspetto diffuso e che non era un asteroide, ma una cometa». Tredici giorni dopo la scoperta, la cometa fu denominata “C/2019 Q4 (Borisov)” dal Minor Planet Center, il quale l’ha rinominò “2I/Borisov” quando fu accertato che l’orbita percorsa dalla cometa era così eccentrica che non lasciava dubbi sulla sua origine interstellare.
“2/I Borisov” è, dunque, una cometa e come tale possiede un nucleo con un diametro stimato tra 2-16 km, una chioma e una coda lunga quasi 160mila chilometri, pari a 12 volte il diametro terrestre. Gli astronomi, naturalmente, non si sono lasciati sfuggire l’occasione per studiare la chioma della prima cometa interstellare. Un gruppo di studiosi della Queen’s University di Belfast, infatti, ha puntato sul visitatore alieno i potenti telescopi dell’Osservatorio astronomico di La Palma, nelle Isole Canarie, e con lo spettrografo è stata individuata la presenza di carbonio biatomico, acqua e cianogeno, un gas tossico se inalato formato da atomi di carbonio e azoto, assai comune pure nelle comete del nostro sistema planetario. È importante saperne di più sulla natura di questo ospite spaziale proveniente da altri mondi, perché potrebbe fornirci preziose informazioni sugli elementi costitutivi dei pianeti in sistemi planetari diversi dal nostro.
Ma, cosa ha spinto la cometa di Borisov a lasciare il suo sistema stellare di origine? Gli astronomi ipotizzano che l’oggetto avrebbe sfiorato un pianeta coinquilino, che con un effetto fionda gravitazionale l’avrebbe lanciato nello spazio interstellare, dove ha viaggiato in solitudine percorrendo chissà quanti anni luce prima di arrivare dalle nostre parti. In questo momento, la cometa è accelerata sempre di più dalla forte gravità del nostro Sole, tanto viaggia a circa 150mila km/h. Superata la Terra, si dirigerà verso Giove, che lascerà a metà del 2020, per continuare il suo viaggio nello spazio interstellare.
È proprio vero, dunque, che periodicamente gli alieni solcano gli spazi interplanetari del nostro Sistema solare, si avvicinano alla Terra, ma non si fermano (per nostra fortuna…), dopo averci fatto visita vanno via per non tornare mai più. Tutto il resto è fantasia, anzi fantascienza.
GIUSEPPE SPERLINGA
CHI È GENNADIY BORISOV
Gennadiy Borisov è un astronomo non professionista e ingegnere ucraino, noto per aver scoperto vari asteroidi e comete. Lavora alla Stazione astronomica di Crimea dell’Istituto astronomico Sternberg dell’Università statale di Mosca, dove si occupa della manutenzione dei telescopi, ma non ha incarichi osservativi. Nel tempo libero, Borisov effettua osservazioni dal suo osservatorio personale denominato “Margo” (Mobile astronomical robotics genon observatory), dotato di strumenti di sua costruzione. In particolare, possiede un telescopio riflettore con uno specchio di 65 cm di diametro, da lui progettato e costruito. Tra il 2013 e il 2017 ha scoperto sette comete, cui si aggiunge la cometa 2I/Borisov scoperta nell’agosto scorso. Nel 2013, ha scoperto l’asteroide “2013 TV135”, un Neo (Near-Earth Object), cioè un oggetto del Sistema solare la cui orbita può intersecare quella della Terra, che sul momento presentò una concreta possibilità d’impatto con la Terra. L’anno dopo ha ricevuto il premio Edgar Wilson, assegnato dal Central Bureau for Astronomical Telegrams dell’Unione Astronomica Internazionale e dallo Smithsonian Astrophysical Observatory che lo ospita, per la scoperta delle comete “C/2013 N4” e “C/2013 V2”. Per la prima di esse, ha ricevuto una menzione speciale per le elevate capacità professionali richieste per la sua scoperta.

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ORIONE E LE GEMINIDI DOMINANO IL CIELO DEL SOLSTIZIO INVERNALE

ORIONE E LE GEMINIDI DOMINANO IL CIELO DEL SOLSTIZIO INVERNALE
“Quando Orïon dal cielo/declinando imperversa;/e pioggia e nevi e gelo/sopra la terra ottenebrata versa”: è l’incipit dell’ode “La Caduta” di Giuseppe Parini. La stagione cui fa riferimento il poeta milanese è l’inverno e cita Orione perché è la costellazione invernale per antonomasia. Nel cielo meridionale di dicembre, infatti, si staglia la maestosa costellazione di Orione, facilmente riconoscibile per la sua inconfondibile forma a clessidra con le tre stelle allineate (Alnitak, Alnilam e Mintaka) nella parte mediana che formano la Cintura, nota pure come “Re Magi” o “Tre Bastoni” di verghiana memoria ne “I Malavoglia”, quando il tempo era scandito dalla posizione degli astri nel cielo: “… la stella della sera (il pianeta Venere, n.d.r.) era già bella e lucente… il Tre Bastoni era ancora verso l’Ognina colle gambe in aria, la Puddara (l’ammasso aperto delle Pleiadi, n.d.r.) luccicava dall’altra parte). Qualcuno favoleggia ancora che le tre piramidi dei faraoni Cheope, Chefren e Micerino formerebbero un allineamento simile a quello delle tre stelle della Cintura di Orione. Ebbene, tale correlazione in cielo attualmente non sussiste né sussisteva all’epoca della costruzione delle piramidi, avvenuta nel 2.450 a.C. L‘esatta corrispondenza, invece, si sarebbe verificata nel 12.000 a.C. Con lo sguardo, prolungando verso il basso la linea che unisce le tre stelle della Cintura, s’incontra la stella più luminosa del cielo notturno: è Sirio della costellazione del Cane Maggiore. In realtà, si tratta di un sistema formato da due stelle bianche, la maggiore delle quali, Sirio A, dista da noi 8,6 anni luce e ha una massa doppia rispetto a quella del nostro Sole. Sirio con Procione del Cane Minore e Betelgeuse di Orione formano i vertici dell’asterismo del “Triangolo invernale”.
“Santa Lucia, giorno più corto che ci sia”. Il 13 dicembre, però, non è il dì più corto dell’anno. È vero che quel giorno il Sole tramonta più presto (sorge alle 6.59 e tramonta alle 16.49, alla latitudine di Catania), ma è altrettanto vero che il dì più breve dell’anno è il giorno del solstizio d’inverno, che quest’anno cade il 22 dicembre, giorno in cui il Sole tramonta un po’ più tardi (alle 16.52), ma sorge pure qualche minuto dopo (alle 7.04), risultando così più breve di due minuti rispetto al giorno di S. Lucia.
Mercurio sorge un’ora e mezza prima del Sole ed è osservabile nel cielo orientale, poco più in basso rispetto a Marte. Venere brilla nel cielo sud-occidentale subito dopo il tramonto e sarà in congiunzione con Saturno la sera dell’11. Marte sorge prima di Mercurio ed è visibile sull’orizzonte orientale. Giove è ormai inosservabile, tornerà a essere visibile, nelle prime ore del mattino, in gennaio inoltrato. Saturno anticipa sempre più l’ora del tramonto nel cielo occidentale fino a diventare inosservabile. Urano è osservabile per tutta la notte, inizialmente a sud e poi a sud-ovest. Nettuno è ancora visibile a sud-ovest solo nelle prime ore della notte. Plutone, invece, è inosservabile
Nuvole permettendo, infine, tutti col naso all’insù, tra la notte del 13 e 14 dicembre, per seguire le scie luminose (e, perché no, esprimere qualche desiderio) lasciate dalle Geminidi, le stelle cadenti prodotte dall’asteroide “3200 Phaethon”. Per vederle, è necessario volgere lo sguardo verso est e cercare il radiante nella costellazione dei Gemelli. Purtroppo, la loro osservazione sarà disturbata dal chiarore della Luna piena.
                                                                        GIUSEPPE SPERLINGA
Maggiori approfondimenti nel sito dell’Unione Astrofili Italiani www.uai.it

 

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