Stelle e Ambiente

Il Cielo

ARRIVA LA COMETA SWAN

È IN ARRIVO LA COMETA CIGNO

IL 12 MAGGIO DOVREBBE ESSERE VISIBILE DA CATANIA. SI DISINTEGRERÀ COME LA ATLAS?

Bizzarrie del cielo. Tutti aspettavano di vedere il cielo notturno solcato dalla cometa Atlas, invece, ecco in arrivo la cometa Swan. Atlas, infatti, non la vedremo mai, perché si è disintegrata, come ha accertato pure il telescopio spaziale “Hubble” che ne ha fotografato i frammenti.
Il nome della nuova cometa, Swan, in inglese significa “cigno”, ma in realtà è l’acronimo di “Solar Wind ANisotropies”, che è lo strumento che si trova a bordo della “Soho”, altro acronimo di “Solar and Heliospheric Observatory, la sonda della Nasa e dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), che orbita attorno al Sole per la misurazione del vento solare, la cui distribuzione non è uguale in tutte le direzioni, ma è anisotropa, come dicono gli studiosi. Ecco, il compito di Swan è quello di misurare l’anisotropia del vento solare, cioè il flusso di particelle cariche emesso dall’alta atmosfera del Sole composto in gran parte da elettroni e protoni e, in minima parte, da particelle alfa, che sono nuclei di elio formati da due protoni e due neutroni.
Come spesso accade in campo scientifico, mentre si sta studiando una cosa, se ne scopre un’altra, in maniera fortuita. È accaduto che lo scorso 11 aprile, l’astronomo non professionista australiano Michael Mattiazzo (il cognome tradisce le sue origini italiane: i genitori, infatti, sono veneti emigrati anni fa nella terra dei canguri) stava analizzando i dati della Soho raccolti attraverso lo strumento Swan, quando si è accorto che la sofisticata apparecchiatura era riuscita a scorgere una nuova cometa, probabilmente perché l’astro chiomato è in grado di liberare una significativa quantità di idrogeno. Mattiazzo non poteva essersi sbagliato: nelle immagini scattate il 25 marzo precedente era stata immortalata una cometa, che prese il nome dal dispositivo montato a bordo della Soho, cioè Swan. Nello stesso tempo, in Italia, la nuova cometa era stata ripresa e fotografata pure dall’astronomo italiano Ernesto Guido utilizzando un telescopio australiano da remoto, dato che ancora non era visibile dal nostro emisfero. In questi casi, le regole dell’Unione astronomica internazionale (Iau) impongono che la nuova cometa dev’essere chiamata col nome dello scopritore, che in questo caso era lo strumento Swan e così il nuovo astro chiomato è stato battezzato “Swan C/2020 F8”. Cosa significa questa sigla è presto detto: “Swan” è il nome dello scopritore (lo strumento a bordo della Soho); la lettera “C” vuol dire che è una cometa non periodica o a lungo periodo, cioè ha un’orbita iperbolica o parabolica; “2020” è l’anno della scoperta; la lettera “F” indica che è stata scoperta nella seconda metà del mese di marzo; il numero “8” significa che è l’ottava cometa scoperta in questo caso dallo strumento Swan.
La cometa, nelle foto scattate sia da Mattiazzo, sia da Guido e altri, appare con una chioma verdastra che avvolge il nucleo cometario, cui segue una lunghissima coda azzurrina ricca di idrogeno. Attualmente è visibile nei cieli dell’emisfero australe, ma a maggio, secondo gli esperti, dovrebbe essere visibile a occhio nudo anche dal nostro emisfero.
“Se tutto va bene – dice il dott. Piero Massimino, dell’Inaf Osservatorio astrofisico di Catania -, cioè se si evolve come si spera, potrebbe raggiungere la magnitudine di 3.5, quindi, essere osservabile anche a occhio nudo. È anche probabile, però, che possa disintegrarsi come la cometa Atlas. In ogni caso, il 12 maggio sarà distante 84 milioni di km da noi e dovrebbe sorgere, per un osservatore posto a Catania, alle ore 4.11, per poi raggiungere l’altezza di 17 gradi circa al sorgere del Sole. Quindi, ammesso sia osservabile, resterà comunque molto bassa sull’orizzonte, guardando verso oriente.” Sarebbe la seconda atroce delusione in pochi giorni per gli astronomi professionisti e amatoriali del mondo intero se pure la Swan subisse la stessa sorte capitata alla cometa Atlas in fase di avvicinamento al nostro Sole, che si è letteralmente frantumata, privandoci della fantastica visione celeste di un astro chiomato che viene a farci visita dai lontani spazi siderali. Delusione, stavolta, ancora più amara dai tempi bui che stiamo vivendo per la pandemia del malefico Covid-19. Swan, in questo periodo, ha aumentato la sua luminosità ancora di più, la sua magnitudine è passata da 6.7 a 6.1, il che significa che è visibile a occhio nudo. Al momento, si trova a circa 116 milioni di chilometri dalla Terra, sta transitando nella costellazione dell’Acquario, quindi è visibile dall’emisfero australe. Gli osservatori del nostro emisfero per vedere brillare questo gigantesco iceberg planetario al massimo della sua luminosità dovranno attendere quando raggiungerà il suo punto più vicino alla Terra (12-13 maggio) e il suo punto più vicino al Sole (27 maggio). Purtroppo, come spiegava il dott. Massimino, la cometa sarà molto bassa sull’orizzonte orientale e sarà osservabile prima dell’alba e dopo il tramonto, che non sono i momenti migliori per le osservazioni di oggetti celesti perché la luce crepuscolare schiarisce il fondo scuro del cielo. In questi casi, si suggerisce l’uso di un buon binocolo ed effettuare le osservazioni da siti ubicati ad alta quota in modo da attenuare gli effetti di assorbimento da parte dell’atmosfera. Nell’attesa di poterla rintracciare pure nei cieli boreali, accontentiamoci di ammirare l’astro chiomato “Cigno” immortalato nelle belle foto riprese dall’emisfero australe.
                                                                              GIUSEPPE SPERLINGA

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COME HO SCOPERTO LA COMETA “C/2020 SWAN”
di Michael Mattiazzo
(Traduzione dall’inglese di Giulia Sperlinga)
Lavoro nel dipartimento di Patologia e, con la sorpresa di molti, ho avuto una significativa flessione del carico di lavoro ambulatoriale a causa della crisi sanitaria del Covid-19. Come risultato, ho avuto l’opportunità di avere più tempo lontano dal mio lavoro, perché la quarantena mi ha consentito di concentrarmi sul mio hobby, l’astronomia. Ho scoperto questa cometa cercando i dati della sonda solare Soho in un sito web pubblico. Lo strumento Swan è una videocamera ultravioletta a bordo della Soho, che è operativa dal 1996 e il suo scopo è quello di studiare il Sole, ma è pure eccezionale nel rilevare comete che brillano intensamente ai raggi ultravioletti a causa della sublimazione del ghiaccio d’acqua vicino al Sole, attraverso la linea di emissione di ultravioletti Lyman Alpha dell’idrogeno ionizzato.
Il 9 aprile scorso, ho scaricato l’ultima mappa animata del tracker della cometa Swan e ho notato un oggetto luminoso in costante movimento che non corrispondeva a un oggetto conosciuto. C’erano altre cinque comete conosciute e rilevate nei dati. Ci vuole molta pazienza ed esperienza nell’analizzare i dati, perché ci sono molti falsi positivi dovuti alla bassa risoluzione e ai rumori di fondo, soprattutto nella regione della Via Lattea. Quando pensi di aver trovato un possibile candidato, la seconda sfida è quella di trovare la cometa nel cielo. I dati Swan, di solito, sono pubblicati almeno con 3 giorni in ritardo, quindi è necessario predire dove si trova in quel momento la cometa nel cielo. Inoltre, essi sono forniti in coordinate eclittiche, ma è semplice convertirle in coordinate equatoriali utilizzando un software planetario. Una volta che si individua un’area di ricerca, è meglio utilizzare una fotocamera e un teleobiettivo per fotografare un’ampia area del cielo. Maggiore è l’area coperta, maggiori sono le possibilità di rilevarla. Normalmente, io utilizzo una fotocamera Canon 60DA e un teleobiettivo con lenti da 200 mm. In questo caso, le condizioni meteorologiche non erano ottimali, quindi ho chiesto aiuto alla comunità delle comete. Il mio amico astrofilo Martin Masek, della Repubblica Ceca, è stato in grado di utilizzare un telescopio remoto situato in Argentina per confermare la cometa. Una volta rilevata, le misure vengono pubblicate sulla pagina di conferma della cometa per un controllo immediato (follow-up) da parte degli astronomi di tutto il mondo. I telescopi da remoto sono diventati degli strumenti molto utili per la comunità astronomica. Dopo qualche giorno di dati astrometrici, è possibile stabilire un’orbita ragionevole. La cometa sarà più vicina alla Terra (perigeo) il 13 maggio, quando passerà a 0.55 Unità Astronomiche (U.A.) da noi, pari a 82.500.000 km, mentre sarà al perielio il 27 maggio, a 0.43 U.A., vale a dire a 64.500.000 km di distanza dal Sole.
Queste condizioni sono favorevoli per una cometa luminosa, possibilmente visibile a occhio nudo, ma la massima luminosità è piuttosto incerta poiché la cometa sarà probabilmente in piena esplosione e può frantumarsi mentre si avvicina al Sole. Le comete sono molto imprevedibili, come abbiamo imparato con la cometa “Atlas C/2019 Y4”, che avrebbe dovuto raggiungere la visibilità a occhio nudo questo mese, ma adesso si è disintegrata mentre si avvicinava al Sole. Nella metà di aprile scorso, il telescopio spaziale “Hubble” ha ripreso diversi frammenti di questa cometa.
Dal 2004 a oggi, questo è il mio ottavo credito di scoperta per le comete Swan, che sono ben 17, anche per i recuperi di molte altre, il più recente delle quali è stato quello di “58P Jackson-Neujmin”, nell’aprile scorso, che non era stata più vista dal 1996.
La cometa non è stata denominata col mio nome, perché per la sua scoperta non ho utilizzato la mia personale attrezzatura, secondo le linee guida di denominazione dell’Unione astronomica internazionale.
Il mio interesse per le comete è stato stimolato dall’arrivo della cometa Halley, nel 1986. Poi, nel 1987, una cometa dal nome “Bradfield” si rese visibile e, nel 1995, ho avuto il privilegio di incontrare Bill Bradfield dopo un incontro alla Società Astronomica dell’Australia del Sud (Assa), dopo la sua scoperta di una cometa avvenuta proprio quell’anno. Nel complesso, è riuscito a scoprire visivamente un totale di 18 comete come dilettante, tra il 1972 e il 2004, che non sarà probabilmente ripetibile data la tecnologia odierna. Fu molto entusiasta di passarmi la sua conoscenza ed esperienza. Bill fu un membro a vita della ASSA e fu introdotto nella ASSA Hall of Fame del 2013, descritto come un gentiluomo, uno studioso e un mentore.
Ho iniziato la caccia alle comete nel 1997, quando mi sono trasferito a Wallaroo, nel Sud Australia, dove il mio più grande successo è stato fare una scoperta visiva indipendente della cometa “C/2000 W1 Utsunomiya-Jones”, ma ero in ritardo di 24 ore e ho perso il taglio. Nel 2002, lo strumento “Swan” a bordo della “Soho” divenne una minaccia per il cacciatore di comete visive quando raccolse i dati “C/2002 O6”. Proprio in quel periodo, “Swan” stava diventando pubblicamente disponibile su Internet sotto le mappe del tracker delle comete. Da quel momento, mi sono concentrato sulla caccia Swan e ho credito alla scoperta per C/2004 H6, C/2004 V13, C/2005 P3, P/2005 T4, C/2006 M4, C/2015 C2, C/2015 P3 e C/2020 F8.

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ASTEROIDE 1998 OR2, UN SASSO SPAZIALE GRANDE COME L’ETNA SFIORERÀ LA TERRA SENZA COLLIDERE CON ESSA.

Nei tempi bui del Covid-19, quali sono quelli che stiamo vivendo, penso di fare cosa gradita agli amici reali e virtuali di FB proponendo la lettura dell’articolo, a firma di chi scrive, sull’asteroide “1998 CO2”, cui oggi, giovedì 16 aprile 2020, il quotidiano La Sicilia dedica l’intera pagina 14, mirabilmente curata e impostata dall’ottimo amico Leonardo Lodato, che ringrazio.
Buona lettura!
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ASTEROIDE 1998 OR2, UN SASSO SPAZIALE GRANDE COME L’ETNA SFIORERÀ LA TERRA SENZA COLLIDERE CON ESSA.
Sono sempre più insistenti le voci, nella maggior parte dei casi infondate o addirittura false, che, il 29 aprile, l’asteroide “1998 OR2” colpirà o potrebbe colpire il nostro pianeta. Diciamolo subito per tranquillizzare chi legge: l’asteroide in questione non è in rotta di collisione con la Terra, non cadrà sul nostro pianeta né potrà minacciare l’esistenza della nostra specie, basta e avanza, di questi tempi, la minaccia di un invisibile virus, infinitamente più piccolo di questo sasso spaziale. Pur essendo catalogato dal Minor Planet Center (Mpc) come uno dei circa duemila asteroidi potenzialmente pericolosi, non corriamo alcun rischio d’impatto, perché la sua orbita non interseca quella terrestre e, ancora una volta, passerà a una distanza considerevole da noi. La fonte è attendibile e autorevole in campo astronomico, perché l’Mpc, che opera nell’istituto di ricerca americano Smithsonian Astrophysical Observatory di Harvard, è l’ente incaricato dall’Unione Astronomica Internazionale (Uai) di raccogliere e conservare i dati osservativi sui corpi minori del Sistema solare, quali sono gli asteroidi e le comete, calcolare le loro orbite e pubblicare tutte le informazioni utili per conoscerne le caratteristiche e gli eventuali pericoli per la Terra. È vero che la Nasa, l’agenzia spaziale americana, lo ha inserito nella lista dei Near-Earth Objects (Neo) e che è ritenuto un oggetto di classe “Amor”, che sono quegli asteroidi che hanno un’orbita con distanza minima dal Sole superiore a una Unità Astronomica (U.A., pari a 150 milioni di chilometri), ma è altrettanto incontrovertibile il fatto che questi corpi non potranno mai intersecare la nostra orbita e, di conseguenza, non potranno mai collidere con la Terra, a differenza dei suoi temutissimi confratelli della classe “Aten” o, peggio ancora, “Apollo”. Per questi ultimi, la Nasa e l’agenzia spaziale europea, l’Esa, hanno elaborato progetti finalizzati alla protezione del nostro pianeta. Uno di questi è la missione “Double Asteroid Redirection Test” (Dart), che ha l’ambizione di mirare a deviare l’orbita di un corpo celeste e che sarà lanciata nel 2021. “Dart” (dardo, in inglese) si schianterà contro “Didymoon”, un piccolo satellite naturale dell’asteroide “Didymos” (che in greco significa “gemello”, “doppio”), di dimensioni paragonabili a un asteroide che potrebbe costituire una minaccia per la Terra: sarà una sorta di proiettile che colpirà il piccolo asteroide alla velocità di 23mila km/h! La missione complementare dell’Esa, “Hera” (la divinità greca del matrimonio), misurerà con precisione la deviazione che subirà l’asteroide più grande e studierà il cratere creato dall’impatto di Dart sull’asteroide gemello. Se tutto andrà a buon fine, i primi risultati dovrebbero arrivare l’anno successivo. Al momento, dunque, dovremo accontentarci di questo progetto, relegando nella fantascienza altre soluzioni, come quelle viste, nel 1998, nel celebre film “Armageddon” con Bruce Willis e Ben Affleck.
L’asteroide “1998 OR2”, roccioso vagabondo nello spazio, è stato scoperto il 24 luglio del 1998 e ha un diametro stimato tra i 1.200-3.700 metri. Per avere un’idea, immaginate un sasso grande come l’Etna (alcuni lo paragonano al monte Bianco o alle Dolomiti, altri ancora all’Everest) che viaggia nello spazio alla velocità di una decina di chilometri al secondo, raggiungerà la minima distanza dalla Terra alle 10.56 del prossimo 29 aprile, sarà a circa 6 milioni e trecentomila chilometri da noi, pari a più o meno sedici volte la distanza media Terra-Luna. La sua luminosità è molto bassa (sarà di magnitudine 10.9) e, quindi, non sarà facile individuarlo anche perché sarà basso sull’orizzonte, ma con un po’ di fortuna e abilità potrà essere visibile con piccoli telescopi amatoriali o un binocolone, naturalmente scegliendo luoghi di osservazione bui e lontani da lampioni o dal riverbero dei centri abitati. Dopo il flyby del 29 mattina, sarà osservabile in prima serata, mentre si allontana sempre di più dalla Terra e sempre più basso sull’orizzonte. L’asteroide, che potrà essere seguito fino ai primi giorni di maggio, tornerà a farci visita tra circa quattro anni, in attesa che torni ad avvicinarsi, nell’aprile del 2029, il temutissimo “99942 Apophis”, dal nome greco del dio egizio Apopi, il distruttore, ma che osservazioni effettuate dagli astronomi hanno portato a escludere la possibilità di un impatto con la Terra.
Coraggio, dunque, non allarmiamoci per un pericolo inesistente, non faremo la fine dei dinosauri, i quali, come scrisse il famoso scrittore di fantascienza Larry Niven, “si sono estinti perché non avevano un programma spaziale”.
                                        GIUSEPPE SPERLINGA

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SUPERLUNA, DANZA PLANETARIA E PASSAGGIO DI ASTEROIDE NEL CIELO DI APRILE

SUPERLUNA, DANZA PLANETARIA E PASSAGGIO DI ASTEROIDE NEL CIELO DI APRILE

Il malefico virus coronato Covid-19, dall’inizio dello scorso mese di marzo, continua a privarci di molte libertà, costringendoci al confinamento casalingo per contenere la diffusione dei contagi. Ma, il letale microrganismo non ci potrà privare della libertà di osservare il cielo dai nostri balconi, terrazze, cortili.

Ecco, dunque, cosa ci riserva il cielo di questo mese di aprile 2020.

Buona lettura!

G.S.

Per maggiori approfondimenti, si rimanda alla consultazione del sito dell’Unione Astrofili Italiani (www.uai.it) e del numero 243 di aprile 2020 della bella rivista di divulgazione astronomica “Coelum Astronomia” scaricabile dal sito www.coelum.com.

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La Superluna prima di Pasqua, la danza planetaria di Marte, Giove e Saturno con la Luna calante prima dell’alba e il transito di un asteroide alla fine del mese: sono tra i più importanti fenomeni celesti del cielo di aprile.

Le giornate continueranno ad allungarsi e, alla latitudine di Catania, la durata del dì aumenta di circa un’ora. Il Sole sarà proiettato tra le stelle della costellazione dei Pesci fino a sabato 18, dopo transiterà tra quelle dell’Ariete. La Luna sarà al Primo Quarto l’1, plenilunio l’8, Ultimo Quarto il 15, novilunio il 23. La Luna piena di mercoledì 8 sarà una Superluna, perché alle 19.10 del giorno precedente, l’argenteo satellite naturale terrestre si troverà al perigeo, cioè alla minima distanza dalla Terra, pari a 356.908 km. Si badi, però, di tener conto di un piccolo dettaglio: se si vuole osservare e fotografare la Luna piena bisogna sacrificarsi a una levataccia notturna, alle 4.35 della notte tra il 7 e l’8 aprile, quando si verificherà il plenilunio e il nostro satellite ha superato da poche ore il perigeo. Con buona pace dei “catastrofisti della Luna piena”, i quali profetizzano ogni tipo di sciagura sugli umani, dall’aumento dei ricoveri in ospedale e del tasso di criminalità alle eruzioni vulcaniche e ai terremoti e altre amenità dello stesso stampo. In realtà, l’unico effetto che può produrre la Luna piena quando si trova al perigeo è un aumento di appena una dozzina di centimetri del dislivello tra la bassa e l’alta marea, che non ha mai ucciso alcun essere umano.

Come di consueto, la nostra carrellata planetaria s’inizia dal minuscolo Mercurio, che è visibile con difficoltà prima del sorgere del Sole, perché molto basso sull’orizzonte orientale. Venere sarà ancora “Vespero”, perché continua a risplendere, a ovest, nel cielo della sera. All’inizio del mese, il pianeta di Citera tramonta quattro ore dopo il Sole, ma col passare dei giorni si avvicina sempre di più al Sole, si abbassa progressivamente sull’orizzonte e, alla fine del mese, la sua visibilità si riduce di quasi tre quarti d’ora. Imperdibile la rara stretta congiunzione con le Pleiadi (‘a Puddara, di verghiana memoria ne “I Malavoglia”), un suggestivo incontro (prospettico) ravvicinato che si verifica ogni otto anni alla stessa data (la prossima volta si verificherà il 3 aprile del 2028). Marte, Giove e Saturno: il balletto del trio planetario è osservabile nell’orizzonte di Sud-Est, al mattino prima che sorga il Sole, con il pianeta rosso che sorge per ultimo (il primo a sorgere è Giove). Urano è inosservabile, mentre Nettuno è visibile nell’orizzonte orientale, nelle ultime ore della notte, ma con difficoltà, perché molto basso. Pure in aprile continueranno, prima dell’alba nel cielo orientale, gli spettacolari balletti della falce di Luna calante con il trio planetario formato da Giove, Saturno e Marte. Da non perdere la congiunzione Luna-Giove-Saturno di mercoledì 15 e quella del giorno dopo tra la Luna e Marte. Davvero spettacolare il bellissimo quadro astrale che, dopo il tramonto di giorno 26, si presenterà ai nostri occhi volgendo lo sguardo a occidente per ammirare l’ammasso stellare delle Pleiadi, la stella gigante rossa Aldebaran, la falce di Luna crescente e il pianeta Venere.

Con l’arrivo di aprile, lo scenario celeste tende a mutare. Il cielo invernale, infatti, cede la scena a quello estivo. A occidente, possiamo ancora un ultimo sguardo alle costellazioni che hanno dominato il cielo invernale: il Toro con il suo “occhio rosso” Aldebaran, il gigante Orione, i Gemelli Castore e Polluce e l’Auriga con la gialla Capella (la capretta che allattò Zeus sul monte cretese di Ida). Quest’ultima, è la sesta stella più luminosa del cielo notturno, la terza più brillante dell’emisfero boreale dopo Arturo di Boote e Vega della Lira, ma in realtà è un sistema stellare multiplo formato da quattro astri che formano due coppie. Volgendo lo sguardo dalla parte opposta, a oriente, fanno capolino le costellazioni che domineranno il cielo estivo, con la Lira e la luminosa Vega, futura stella polare tra tredicimila anni. A Nord-Est, subito sotto l’Orsa Maggiore, sarà facilmente distinguibile Bootes per la caratterizzata forma ad aquilone con al vertice la luminosa Arturo (il guardiano dell’Orsa). Alla sinistra del Bovaro è riconoscibile la Corona Boreale, piccola costellazione a forma di semicerchio. Tra quest’ultima e la Lira sarà possibile rintracciare la costellazione di Ercole, contenente il famoso ammasso globulare M13, che contiene trecentomila stelle ed è il più luminoso del cielo boreale e il terzo dell’intera volta celeste. Essa è costituita da un ampio quadrilatero di stelle (il corpo del mitologico semidio ed eroe), da cui si dipartono le stelle che formano gli arti. Ercole (Eracle, per i Greci) era figlio di Zeus e di Alcmena. Famose le sue mitiche dodici fatiche, in una di esse strangolò con le proprie mani il Leone di Nemea e uccise l’Idra di Lerna, in aiuto della quale intervenne il granchio (Ercole lo schiacciò col piede, è rappresentato in cielo dalla costellazione del Cancro). Il crostaceo fu inviato dalla vendicativa Era, perché Ercole era il frutto dell’ennesimo tradimento del marito. Nel cielo meridionale, oltre al già citato Cancro, sfileranno le costellazioni zodiacali del Leone con la brillante Regolo (Piccolo Re) e della Vergine con la luminosa Spica. A notte fonda, a Sud-Est, vedremo spuntare la Bilancia e lo Scorpione. Il nostro excursus si conclude con le costellazioni circumpolari, che non sorgono e non tramontano: le due Orse, con l’Orsa Maggiore molto alta sull’orizzonte e, dalla parte opposta, l’inconfondibile “W” della vanitosa regina Cassiopea e la “casetta” del suo regale sposo Cefeo, re di Etiopia, che non corrisponde all’attuale Stato africano, ma era un territorio tra la Palestina e il Mar Rosso.

Per finire, avremo un incontro ravvicinato con l’asteroide “1998 OR2”, che raggiungerà la minima distanza dalla Terra il 29 aprile prossimo, avrà una luminosità di 10,9 magnitudine e, dalle 19 alle 23, sarà visibile pure con piccoli telescopi, anche se non sarà facile osservarlo perché si troverà molto basso sull’orizzonte. L’asteroide è stato scoperto nel luglio del 1998 dai telescopi professionali americani del programma Near Earth Asteroid Tracking (Neat) della Nasa e del Jet Propulsion Laboratory per la scoperta di oggetti near-Earth, gli asteroidi la cui orbita è vicina a quella della Terra e alcuni di essi costituiscono un pericolo perché le loro orbite intersecano quella del nostro pianeta. OR2 dovrebbe avere un diametro tra 1,2-3,7 km e il 29 aprile si troverà a una distanza di 6.290.440 km dalla Terra, vale a dire a circa 16 volte e mezzo la distanza Terra-Luna. Questo macigno spaziale, pur passando “vicino” alla Terra, è classificato come un oggetto di classe “Amor”, che sono quegli asteroidi che hanno un’orbita con distanza minima dal Sole superiore a una Unità Astronomica (150 milioni di chilometri). Per tranquillizzare coloro che temono collisioni catastrofiche tra questo proiettile cosmico con il nostro pianeta diremo che esso non si avvicinerà mai tanto da intersecare la nostra orbita, di conseguenza non potrà mai essere in rotta di collisione con la Terra, al contrario di quanto potrebbe accadere, invece, con i temuti asteroidi di classe “Aten” e “Apollo”.

                                                                                   GIUSEPPE SPERLINGA

 

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Hercules slaying the Hydra. Scene from the Greek mythology. Wood engraving, published in 1880.

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CIELO DI MARZO 2020

ALLINEAMENTI PLANETARI NEL CIELO DELL’EQUINOZIO PRIMAVERILE

Il Sole continua ad attraversare le stelline della costellazione dell’Acquario fino al 12 marzo, giorno in cui passa nella costellazione dei Pesci. Gli astrologi, però, che continuano a “leggere” il cielo ormai fossile di duemila anni, seguitano a scrivere le loro amenità negli oroscopi dicendo che la nostra stella diurna si troverebbe già nella costellazione dei Pesci e vi transiterebbe fino al 20 marzo per poi passare in quella dell’Ariete. La gente abbocca all’amo e continua leggere l’oroscopo che non gli appartiene, ammesso che vi sia una corrispondenza con la realtà. Le giornate continueranno ad allungarsi e nel giorno dell’equinozio primaverile, che quest’anno cade il 20, la durata dei periodi di illuminazione (il dì) e di oscurità (la notte) sarà uguale ovunque di dodici ore ciascuno, senza contare la luce crepuscolare. Quel giorno, il Sole sorge e tramonta rispettivamente a Est e a Ovest, passa per il punto gamma o d’Ariete, che è l’intersezione tra il piano dell’equatore celeste e l’eclittica, a mezzogiorno è allo zenit sull’equatore, ha inizio la primavera nell’emisfero boreale e l’autunno in quello australe, al polo Sud comincia la notte polare e al polo Nord il giorno polare, i Poli terrestri sono tagliati in due parti uguali dal circolo d’illuminazione. Per i Cristiani, la data dell’equinozio primaverile è importante ai fini del calcolo della data della Pasqua, che cade la prima domenica (12 aprile) successiva al plenilunio (8 aprile) che segue l’equinozio di primavera.

Il cielo di marzo è ancora dominato dalle grandi costellazioni invernali, che sono più spostate verso sud-ovest, mentre, nelle prime ore della notte, nel cielo orientale, fanno capolino le costellazioni zodiacali del Leone con Regolo (Piccolo Re) e della Vergine con Spica. Percorrendo lo zodiaco verso Sud troviamo la debole costellazione del Cancro a separare i Gemelli dal Leone. Sempre a Sud, continua a dominare la scena celeste l’inconfondibile Orione e, nella stessa plaga di cielo ma verso occidente, troviamo le costellazioni del Toro con Aldebaran, dell’Auriga a forma pentagonale e con la luminosa Capella (Amaltea, la capra con il cui latte fu nutrito Zeus) e dei Gemelli con i Dioscuri Castore e Polluce. A sinistra di Orione, nella costellazione del Cane Maggiore, risplende Sirio, la stella più luminosa del cielo. Più in alto sull’orizzonte rispetto a Sirio, brilla Procione del Cane Minore. A Nord-Ovest, troviamo la doppia “W” di Cassiopea e, tra essa e il Toro, si staglia la costellazione del Perseo. A Nord-Est, sotto l’Orsa Maggiore e a sinistra della Vergine, vedremo sorgere la costellazione del Bootes (Bovaro o Bifolco che dir si voglia), caratterizzata dalla forma ad aquilone con al vertice la luminosa Arturo. Volgendo lo sguardo verso Nord, attorno alla Stella Polare nell‘Orsa Minore, si riconoscono, procedendo in senso antiorario dopo Cassiopea, la “casetta” di Cefeo, il sinuoso Dragone e l‘Orsa Maggiore. Per gli antichi Romani, le sette stelle del Gran Carro dell’Orsa Maggiore erano i “septem triones” (i sette buoi), da cui deriva il termine “settentrione”. Nella mitologia classica, l’Orsa Maggiore è Callisto, una ninfa di Artemide, dea della caccia, cui aveva fatto voto di castità. Un giorno, la scorse Zeus e, prima che la ragazza potesse reagire, il dio la possedette. E la mise nei guai, perché qualche mese dopo il gruppo di cacciatrici nei pressi di un fiume decise di fare il bagno. La riluttante Callisto fu costretta a spogliarsi, rivelando così il suo stato di gravidanza. Artemide la scacciò. Quando Callisto diede alla luce il figlio Arcade, la gelosa e vendicativa Giunone la trasformò in orsa. Un giorno si trovò faccia a faccia con suo figlio Arcade. Lei lo riconobbe e cercò di avvicinarsi, ma lui, terrorizzato, l’avrebbe trafitta con una lancia se Zeus non fosse intervenuto mandando una tromba d’aria che li trasportò entrambi in cielo, dove il dio tramutò Callisto nella costellazione dell’Orsa Maggiore e Arcade in quella dell’Orsa Minore.

La Luna Piena del 9 marzo sarà una quasi Superluna, perché l’argenteo satellite terrestre sarà al plenilunio, ma non al perigeo, che raggiungerà il giorno dopo. Cominciamo il consueto excursus sui pianeti col piccolo Mercurio, che riappare, molto basso, nel cielo orientale prima del sorgere del Sole. Venere continuerà a risplendere nel cielo occidentale, tramontando quattro ore dopo il Sole. Marte sarà ancora visibile prima del sorgere del Sole e lo scorgeremo sull’orizzonte sud-orientale, dove darà luogo a una serie di spettacolari congiunzioni con Giove, Saturno e la Luna. Urano sarà basso sull’orizzonte occidentale nelle prime ore della sera. Nettuno, infine, sarà inosservabile per tutto il mese. Per finire, a coloro che amano alzarsi prima dell’alba, segnaliamo una serie di allineamenti di Marte, Giove e Saturno con la Luna dal 18 al 20 marzo.

GIUSEPPE SPERLINGA

 

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I PIANETI MARTE, GIOVE E SATURNO BRILLANO NEL CIELO MATTUTINO DEL BISESTILE FEBBRAIO 2020

Il quotidiano La Sicilia di oggi, 5 febbraio 2020, festa di S. Agata, Celeste Patrona di Catania, pubblica la consueta rubrica mensile dedicata alla divulgazione astronomica sul cielo di febbraio 2020. Oggi, in pagina, siamo in compagnia col nostro conterraneo AstroLuca Luca Parmitano, ex allievo del Liceo scientifico statale “Galileo Galilei” di Catania e e del prof. Salvatore Arcidiacono, vice presidente di Stelle e Ambiente.
La rubrica del cielo del mese fu ideata e curata per oltre mezzo secolo dal grande e indimenticato giornalista-astrofilo Luigi Prestinenza, primo presidente dell’associazione Stelle e Ambiente. Poco prima della sua dipartita, avvenuta il 4 settembre 2012, Prestinenza ha passato idealmente il testimone a chi scrive, che da allora fa il possibile per onorarne la memoria e, nello stesso tempo, mantenere in vita un appuntamento mensile con la Scienza del cielo, cui ormai pochissimi giornali italiani lasciano spazio.
Buona lettura!
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I PIANETI MARTE, GIOVE E SATURNO BRILLANO NEL CIELO MATTUTINO DEL BISESTILE FEBBRAIO
Le ultime due cifre del 2020 sono divisibili per quattro: l’anno è bisestile e dura 366 giorni anziché 365, nel calendario si aggiunge un giorno in più al mese di febbraio, che – ogni quattro anni – dura 29 giorni anziché 28. Questo artificio si rese necessario perché l’anno civile (365 giorni) non è uguale all’anno solare, che equivale al tempo intercorso tra due solstizi, vale a dire a 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. Il calendario introdotto da Giulio Cesare, nel 45 a.C., considerava l’anno di 365 giorni e 6 ore, ma fissava l’anno civile di 365 giorni. Le sei ore scartate erano recuperate aggiungendo, ogni quattro anni, un giorno in più dopo il 24 febbraio (”Sexto die ante Calendas Martias”= “Sei giorni prima delle calende di marzo”). Il giorno in più fu detto “bis sexto die”, cioè “per la seconda volta il sesto giorno”, da cui prese origine la parola “bisestile”. In realtà, l’anno solare del calendario giuliano era superiore al vero di 11 minuti e 14 secondi, i quali nel corso dei secoli si accumularono e, nel Cinquecento, l’equinozio di primavera cadeva l’11 marzo anziché il 21. Per rimettere in linea il computo del tempo fu necessario “rubare” dieci giorni al 1582, anno in cui entrò in vigore la riforma voluta da Papa Gregorio XIII. Più precisamente, accadde che la sera del 4 ottobre di quell’anno, la gente andò a dormire e, la mattina seguente, si risvegliò che era il 15: i giorni compresi tra il 5 e il 14 non furono mai vissuti. Per evitare il ripetersi dell’errore, si stabilì di considerare bisestili soltanto gli anni secolari multipli di 400: lo è stato il 2000, il prossimo sarà il 2400.
Il cielo di febbraio sarà caratterizzato ancora dalle costellazioni invernali, tra le quali, nell’orizzonte meridionale, spiccano l’imponente Orione in compagnia di Sirio del Cane Maggiore e Procione del Cane Minore e, più in alto, il Toro con la rossa Aldebaran. Allo zenit, sono riconoscibili la luminosa Capella dell’Auriga e i Gemelli con Castore e Polluce. Nell’orizzonte occidentale, continuano a tramontare il cavallo alato Pegaso e la Balena, mentre, a oriente, cominciano a far capolino le prime costellazioni primaverili, come il Leone e la Vergine. Come sempre, nel cielo settentrionale, saranno riconoscibili le costellazioni circumpolari, cioè che non tramontano mai, come il Gran Carro dell’Orsa Maggiore a nord-est, il Piccolo Carro dell’Orsa Minore con la Polare. A nord-ovest, è facilmente riconoscibile la doppia “W” di Cassiopea e, tra questa e il Toro, si individua il Perseo.
Uno sguardo ai pianeti. Il minuscolo Mercurio è visibile a occidente immerso nelle luci del crepuscolo. Il periodo migliore per osservare l’elusivo pianeta sono i giorni che precedono e seguono il 10 febbraio, perché tramonterà un’ora e mezza dopo il Sole. Venere continuerà a brillare nel cielo occidentale come un faro, nelle prime ore serali. Marte è osservabile nella seconda parte della notte, poco dopo le 4. Pure Giove è visibile nel cielo del mattino, alle luci dell’alba, imitato da Saturno, che sarà osservabile alla fine del mese dalle 5 del mattino fino a quando sarà fagocitato dai bagliori del Sole. Urano, invece, sarà rintracciabile con l’ausilio di un telescopio nella prima parte della notte alto sull’orizzonte meridionale. Nettuno, al contrario, sarà osservabile con difficoltà, basso sull’orizzonte occidentale, prima delle 20.30 a inizio del mese, non oltre le 19 negli ultimi giorni di febbraio.
Concludiamo segnalando le belle congiunzioni mattutine che si verificheranno nei giorni 18, 19 e 20 febbraio, prima del sorgere del Sole, tra la Luna e i pianeti Marte, Giove e Saturno, nel cielo di sud-est, incontri astrali che avranno come sfondo le stelline della costellazione del Sagittario, nell’ambito delle quali i tre corpi planetari si disporranno allineati. S’inizia, alle 6.10 del 18, con l’incontro tra la Luna e il pianeta rosso; la mattina del 19, sarà la volta di Giove a essere accanto all’argenteo satellite terrestre, la mattina del 20 ci sarà l’incontro tra la Luna e Saturno.
GIUSEPPE SPERLINGA

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IL CIELO DEL 2020 E DI GENNAIO

IL CIELO DEL 2020 E DI GENNAIO

Non occorre la sfera di cristallo o dare credito alle farneticazioni ammannite dagli astrologi per conoscere cosa ci riserva il cielo del 2020. Chi ci permette di “leggere” correttamente il cielo che verrà è la Meccanica celeste, la branca della Fisica che studia il moto dei corpi celesti. Sappiamo, infatti, che il nuovo anno non ha in serbo fenomeni clamorosi, ma non mancheranno eventi astronomici meritevoli di essere seguiti, come l’opposizione di Marte del prossimo 13 ottobre. Iniziamo il nostro excursus nel Sistema solare con l’elusivo Mercurio, che avremo la possibilità di scorgere, alto una quindicina di gradi sull’orizzonte occidentale, sotto il luminoso Venere, tra le luci del crepuscolo serale, nei primi giorni di febbraio e alla fine di maggio. Il minuscolo pianeta lo vedremo all’alba nella seconda metà di luglio e a metà novembre, sempre posto al di sotto di Venere, con il pianeta di Citera che sarà Vespero (“stella della sera”) fino a maggio e Lucifero (“stella del mattino”) da fine giugno fino a settembre. Marte tornerà a essere visibile e, alla fine di marzo, prima dell’alba, sarà in congiunzione con Giove e Saturno, brillando come un rubino tra i due giganti gassosi del nostro sistema planetario. Giove tornerà a splendere nel cielo del mattino a cavallo tra gennaio e febbraio e si avvicinerà al pianeta degli anelli sempre più nel corso dell’anno. Urano e Nettuno, infine, saranno osservabili con crescente difficoltà la sera per riapparire in primavera nel cielo del mattino. Gli sciami meteorici: nella notte fra il 3 e il 4 gennaio, il cielo sarà solcato dalle Quadrantidi (fino a un centinaio di meteore all’ora), la cui osservazione, nella prima parte della notte, sarà disturbata dal chiarore della Luna crescente. Andrà meglio la notte del 12-13 agosto con le più note Perseidi (60 meteore all’ora), perché la Luna sarà all’ultimo quarto e sorgerà dopo la mezzanotte. Ancora migliore sarà l’osservazione delle Geminidi (13-14 dicembre), il cui picco si verificherà durante il novilunio. Altri sciami di meteore da non perdere sono le Liridi (22-23 aprile) con 20 meteore all’ora e senza disturbo lunare; le Eta Aquaridi (6-7 maggio) con una trentina di “stelle cadenti” all’ora; le Orionidi (21-22 ottobre) con 20 meteore all’ora; le Leonidi (17-18 novembre) con una quindicina di meteore all’ora. L’anno nuovo, purtroppo, sarà povero di comete apprezzabili a occhio nudo. Ci dovremo accontentare della “C/2017 T2” (PanSTARRS), che sarà visibile al telescopio fino ad agosto. Ma se lo spettacolo delle comete langue, ancor meno invitante è quello delle eclissi. Si verificheranno soltanto quattro eclissi di Luna e tutte di penombra (nessuna parziale o totale), tre delle quali saranno visibili dall’Italia, il 10 gennaio, il 5 giugno e il 5 luglio, mentre quella del 30 novembre sarà inosservabile dal nostro Paese. Saranno soltanto due le eclissi di Sole: la prima, il 21 giugno, sarà anulare e la vedranno dall’Africa, penisola arabica, Pakistan, India, Cina e Taiwan, mentre dall’Italia centro-meridionale riusciremo a vedere soltanto una piccola parte del Sole coperta dal cono d’ombra della Luna. La seconda, quella del 14 dicembre, sarà totale e non sarà visibile dall’Italia.

Nel cielo di gennaio, a est, cominciano ad apparire le costellazioni zodiacali del Cancro e del Leone. Dalla parte opposta, si avviano al tramonto l’Ariete e i Pesci, al di sopra delle quali, procedendo verso est si notano Pegaso, Andromeda, Perseo e l’Auriga con la luminosa Capella, la mitologica capretta Amaltea con il latte della quale fu nutrito Zeus. Nel cielo meridionale continua a giganteggiare il grande cacciatore Orione, vero protagonista del cielo invernale, come sempre in compagnia dei suoi due cani: Sirio del Cane Maggiore e Procione del Cane Minore.

GIUSEPPE SPERLINGA

ALIENI DI MONDI LONTANI NEL SISTEMA SOLARE

Alieni di mondi lontani vengono farci visita, sono stati avvistati al telescopio e fotografati dallo spazio e da Terra. Tutti i particolari sull’asteroide e la cometa interstellari, cioè provenienti dall’esterno del Sistema solare, li potrete leggere nell’articolo a firma di scrive pubblicato sul quotidiano La Sicilia di oggi, sabato 28 dicembre 2019, a pagina 16.
Per agevolarne la lettura, trascrivo qui di segui il testo del pezzo e della scheda sull’autore della scoperta della cometa aliena che domani transita nel punto più vicino alla Terra.
Buona lettura e buon anno!!!
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ALIENI SPAZIALI SOLCANO I CIELI DEL SISTEMA SOLARE
A differenza di quelli partoriti dalle fantasie di Peter Kolosimo e degli ufologi, gli alieni esistono davvero e sono stati pure individuati e osservati al telescopio. Non si tratta, però, di astronavi con omini verdi a bordo pronti a invadere il nostro pianeta. I visitatori provenienti dall’ignoto spazio profondo, infatti, sono due oggetti interstellari estranei al nostro sistema planetario: si tratta dell’asteroide “1I/’Oumuamua” e della cometa “2I/Borisov”.
“1I/’Oumuamua” (con l’apostrofo davanti alla O, in lingua hawaiiana significa “messaggero che arriva per primo da lontano”, il numero 1 indica che si tratta del primo oggetto di questo tipo catalogato, la I sta per “Interstellare”) è il primo asteroide interstellare conosciuto e ha un’orbita iperbolica, che, a differenza delle traiettorie ellittiche chiuse e tipiche dei corpi celesti che orbitano intorno al Sole, è tipica di oggetti provenienti dall’esterno che attraversano il Sistema solare, proprio come Oumuamua. Il 9 settembre del 2017, l’asteroide ha raggiunto il punto di massima vicinanza al Sole (38 milioni di km) e, il 14 ottobre, ha “sfiorato” il nostro pianeta passando a 24 milioni di km di distanza. Quattro giorni dopo è stato scoperto da Rob Weryk. Se malauguratamente fosse entrato in collisione con la Terra, questo micidiale proiettile cosmico avrebbe sprigionato un’energia dell’ordine dei 300 megatoni (la bomba atomica sganciata dagli americani su Nagasaki, nel 1945, rilasciò “appena” 23 kilotoni). Da dove proviene “1I/’Oumuamua” non è ancora dato sapere, qualcuno ipotizza possa arrivare da una coppia di stelle orbitante intorno a un comune baricentro. Finora è stato accertato che questo corpo celeste dalla forma allungata come un sigaro sia entrato nel Sistema solare proveniente dalla direzione della costellazione della Lira e sembra proseguire verso quella di Pegaso.
L’altro intruso spaziale è la cometa “2I/Borisov”, il secondo oggetto interstellare che è stato avvistato nel nostro sistema planetario. Questa cometa aliena, lo scorso 8 dicembre, è transitata alla minima distanza dal Sole, a circa 300 milioni di chilometri, due volte la distanza Terra-Sole. Da allora, la sua luminosità è aumentata progressivamente e sarà massima il 29 dicembre, quando passerà vicina al nostro pianeta, a 285 milioni di chilometri. Purtroppo, non sarà visibile a occhio nudo, ma per poterla ammirare occorrerà utilizzare un buon telescopio amatoriale, perché l’astro chiomato avrà una magnitudine +15 e i nostri occhi rilevano oggetti luminosi entro la magnitudine +6. La cometa di Borisov proviene da molto lontano, non è una normale cometa proveniente dalla Nube di Oort, la regione che avviluppa il Sistema solare ricca di nuclei cometari. Vi sono valide ragioni per ipotizzare che provenga da “Kruger 60”, un sistema solare formato da due stelle nane rosse che orbitano attorno al comune baricentro, a oltre 13 anni luce (un anno luce equivale a circa nove mila miliardi e mezzo di chilometri) di distanza da noi. È stata scoperta la notte del 30 agosto di quest’anno dall’astrofilo ucraino Gennadiy Borisov dal suo osservatorio personale ed è stata fotografata pure dal Telescopio Spaziale Hubble, che orbita attorno al nostro pianeta. Ma lasciamo che sia il suo scopritore a raccontarci come sono andate le cose quella notte: «L’ho scoperto il 29 agosto (ora locale), ma era il 30 agosto secondo il GMT (Tempo Medio di Greenwich, ndr). Ho visto un oggetto in movimento nell’inquadratura, che si muoveva in una direzione leggermente differente rispetto a quella degli asteroidi della fascia principale. Ho rilevato le sue coordinate e consultato la banca dati del Minor Planet Center. È risultato che fosse un nuovo oggetto. Ho misurato allora il “NEO Rating” (valutazione del rischio di un oggetto vicino alla Terra, ndr), che è risultato del 100%, ovvero, pericoloso. In tal caso, si richiede di comunicare immediatamente i parametri in una pagina web per asteroidi pericolosi che devono essere confermati. Inoltrai la comunicazione e scrissi che l’oggetto aveva aspetto diffuso e che non era un asteroide, ma una cometa». Tredici giorni dopo la scoperta, la cometa fu denominata “C/2019 Q4 (Borisov)” dal Minor Planet Center, il quale l’ha rinominò “2I/Borisov” quando fu accertato che l’orbita percorsa dalla cometa era così eccentrica che non lasciava dubbi sulla sua origine interstellare.
“2/I Borisov” è, dunque, una cometa e come tale possiede un nucleo con un diametro stimato tra 2-16 km, una chioma e una coda lunga quasi 160mila chilometri, pari a 12 volte il diametro terrestre. Gli astronomi, naturalmente, non si sono lasciati sfuggire l’occasione per studiare la chioma della prima cometa interstellare. Un gruppo di studiosi della Queen’s University di Belfast, infatti, ha puntato sul visitatore alieno i potenti telescopi dell’Osservatorio astronomico di La Palma, nelle Isole Canarie, e con lo spettrografo è stata individuata la presenza di carbonio biatomico, acqua e cianogeno, un gas tossico se inalato formato da atomi di carbonio e azoto, assai comune pure nelle comete del nostro sistema planetario. È importante saperne di più sulla natura di questo ospite spaziale proveniente da altri mondi, perché potrebbe fornirci preziose informazioni sugli elementi costitutivi dei pianeti in sistemi planetari diversi dal nostro.
Ma, cosa ha spinto la cometa di Borisov a lasciare il suo sistema stellare di origine? Gli astronomi ipotizzano che l’oggetto avrebbe sfiorato un pianeta coinquilino, che con un effetto fionda gravitazionale l’avrebbe lanciato nello spazio interstellare, dove ha viaggiato in solitudine percorrendo chissà quanti anni luce prima di arrivare dalle nostre parti. In questo momento, la cometa è accelerata sempre di più dalla forte gravità del nostro Sole, tanto viaggia a circa 150mila km/h. Superata la Terra, si dirigerà verso Giove, che lascerà a metà del 2020, per continuare il suo viaggio nello spazio interstellare.
È proprio vero, dunque, che periodicamente gli alieni solcano gli spazi interplanetari del nostro Sistema solare, si avvicinano alla Terra, ma non si fermano (per nostra fortuna…), dopo averci fatto visita vanno via per non tornare mai più. Tutto il resto è fantasia, anzi fantascienza.
GIUSEPPE SPERLINGA
CHI È GENNADIY BORISOV
Gennadiy Borisov è un astronomo non professionista e ingegnere ucraino, noto per aver scoperto vari asteroidi e comete. Lavora alla Stazione astronomica di Crimea dell’Istituto astronomico Sternberg dell’Università statale di Mosca, dove si occupa della manutenzione dei telescopi, ma non ha incarichi osservativi. Nel tempo libero, Borisov effettua osservazioni dal suo osservatorio personale denominato “Margo” (Mobile astronomical robotics genon observatory), dotato di strumenti di sua costruzione. In particolare, possiede un telescopio riflettore con uno specchio di 65 cm di diametro, da lui progettato e costruito. Tra il 2013 e il 2017 ha scoperto sette comete, cui si aggiunge la cometa 2I/Borisov scoperta nell’agosto scorso. Nel 2013, ha scoperto l’asteroide “2013 TV135”, un Neo (Near-Earth Object), cioè un oggetto del Sistema solare la cui orbita può intersecare quella della Terra, che sul momento presentò una concreta possibilità d’impatto con la Terra. L’anno dopo ha ricevuto il premio Edgar Wilson, assegnato dal Central Bureau for Astronomical Telegrams dell’Unione Astronomica Internazionale e dallo Smithsonian Astrophysical Observatory che lo ospita, per la scoperta delle comete “C/2013 N4” e “C/2013 V2”. Per la prima di esse, ha ricevuto una menzione speciale per le elevate capacità professionali richieste per la sua scoperta.

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ORIONE E LE GEMINIDI DOMINANO IL CIELO DEL SOLSTIZIO INVERNALE

ORIONE E LE GEMINIDI DOMINANO IL CIELO DEL SOLSTIZIO INVERNALE
“Quando Orïon dal cielo/declinando imperversa;/e pioggia e nevi e gelo/sopra la terra ottenebrata versa”: è l’incipit dell’ode “La Caduta” di Giuseppe Parini. La stagione cui fa riferimento il poeta milanese è l’inverno e cita Orione perché è la costellazione invernale per antonomasia. Nel cielo meridionale di dicembre, infatti, si staglia la maestosa costellazione di Orione, facilmente riconoscibile per la sua inconfondibile forma a clessidra con le tre stelle allineate (Alnitak, Alnilam e Mintaka) nella parte mediana che formano la Cintura, nota pure come “Re Magi” o “Tre Bastoni” di verghiana memoria ne “I Malavoglia”, quando il tempo era scandito dalla posizione degli astri nel cielo: “… la stella della sera (il pianeta Venere, n.d.r.) era già bella e lucente… il Tre Bastoni era ancora verso l’Ognina colle gambe in aria, la Puddara (l’ammasso aperto delle Pleiadi, n.d.r.) luccicava dall’altra parte). Qualcuno favoleggia ancora che le tre piramidi dei faraoni Cheope, Chefren e Micerino formerebbero un allineamento simile a quello delle tre stelle della Cintura di Orione. Ebbene, tale correlazione in cielo attualmente non sussiste né sussisteva all’epoca della costruzione delle piramidi, avvenuta nel 2.450 a.C. L‘esatta corrispondenza, invece, si sarebbe verificata nel 12.000 a.C. Con lo sguardo, prolungando verso il basso la linea che unisce le tre stelle della Cintura, s’incontra la stella più luminosa del cielo notturno: è Sirio della costellazione del Cane Maggiore. In realtà, si tratta di un sistema formato da due stelle bianche, la maggiore delle quali, Sirio A, dista da noi 8,6 anni luce e ha una massa doppia rispetto a quella del nostro Sole. Sirio con Procione del Cane Minore e Betelgeuse di Orione formano i vertici dell’asterismo del “Triangolo invernale”.
“Santa Lucia, giorno più corto che ci sia”. Il 13 dicembre, però, non è il dì più corto dell’anno. È vero che quel giorno il Sole tramonta più presto (sorge alle 6.59 e tramonta alle 16.49, alla latitudine di Catania), ma è altrettanto vero che il dì più breve dell’anno è il giorno del solstizio d’inverno, che quest’anno cade il 22 dicembre, giorno in cui il Sole tramonta un po’ più tardi (alle 16.52), ma sorge pure qualche minuto dopo (alle 7.04), risultando così più breve di due minuti rispetto al giorno di S. Lucia.
Mercurio sorge un’ora e mezza prima del Sole ed è osservabile nel cielo orientale, poco più in basso rispetto a Marte. Venere brilla nel cielo sud-occidentale subito dopo il tramonto e sarà in congiunzione con Saturno la sera dell’11. Marte sorge prima di Mercurio ed è visibile sull’orizzonte orientale. Giove è ormai inosservabile, tornerà a essere visibile, nelle prime ore del mattino, in gennaio inoltrato. Saturno anticipa sempre più l’ora del tramonto nel cielo occidentale fino a diventare inosservabile. Urano è osservabile per tutta la notte, inizialmente a sud e poi a sud-ovest. Nettuno è ancora visibile a sud-ovest solo nelle prime ore della notte. Plutone, invece, è inosservabile
Nuvole permettendo, infine, tutti col naso all’insù, tra la notte del 13 e 14 dicembre, per seguire le scie luminose (e, perché no, esprimere qualche desiderio) lasciate dalle Geminidi, le stelle cadenti prodotte dall’asteroide “3200 Phaethon”. Per vederle, è necessario volgere lo sguardo verso est e cercare il radiante nella costellazione dei Gemelli. Purtroppo, la loro osservazione sarà disturbata dal chiarore della Luna piena.
                                                                        GIUSEPPE SPERLINGA
Maggiori approfondimenti nel sito dell’Unione Astrofili Italiani www.uai.it

 

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CIELO DI NOVEMBRE 2019: TRANSITO DI MERCURIO

MERCURIO PASSEGGIA DAVANTI AL SOLE

Per dirla con Ercole Patti, sarà un bellissimo novembre per gli appassionati del cielo, un mese ricco di eventi astronomici che avrà come protagonista il minuscolo pianeta Mercurio che, lunedì 11, transiterà davanti al Sole. Coprotagonisti celesti saranno il fantasmagorico passaggio degli sciami meteorici delle Leonidi (visibili il 17, con la Luna quasi all’ultimo quarto) e delle Tauridi (notti del 3 e del 12, quest’ultima disturbata dal chiarore della Luna piena) e la spettacolare congiunzione dei due pianeti più luminosi, Giove e Venere, con un sottilissimo falcetto lunare (alle 17.30 del 28) cui in serata si aggiungerà il vero Signore degli anelli, Saturno.

È, però, il transito di Mercurio davanti al disco solare l’evento astronomico più atteso dell’anno, un evento raro che è possibile osservare 13 volte in un secolo. L’ultima volta si è verificato il 13 maggio 2016, ma se le nuvole dovessero mettersi di traverso dovremo attendere il 13 novembre del 2032 per poter rivedere il piccolo puntino planetario attraversare prospetticamente il disco della nostra stella diurna. Con un telescopio o un binocolo opportunamente schermati da adeguati filtri solari potremo vedere un piccolo puntolino scuro transitare attraverso la superficie del Sole. La “passeggiata” di Mercurio davanti al Sole avrà inizio alle 13.35, momento in cui ci sarà il primo contatto esterno. Alle 13.37, ci sarà il secondo contatto interno, cioè il dischetto del minuscolo pianeta sarà all’interno del disco solare. Alle 16.19, si avrà la centralità: il piccolo disco di Mercurio si troverà quasi al centro geometrico del Sole. Purtroppo, per coloro che osservano dall’Italia, ciò coincide pure con il Sole quasi al tramonto, con la nostra stella diurna molto bassa sull’orizzonte. Ciò vuol dire che non potremo vedere terzo e il quarto contatto, vale a dire i momenti in cui Mercurio lascerà il disco solare e, quindi, la fine del transito, che avverrà alle 19.05, quando il Sole sarà tramontato da un’ora.

I transiti di Mercurio davanti al Sole sono rari perché l’orbita di Mercurio è inclinata di 7° rispetto all’orbita della Terra e occorre che Terra, Mercurio e Sole siano allineati. Ciò si verifica nei punti di intersezione delle orbite dei due pianeti e questo avviene nei mesi di maggio e novembre. Dalla Terra, gli unici pianeti che possiamo osservare transitare davanti al Sole sono Mercurio e Venere, perché descrivono orbite comprese tra quella terrestre e il Sole. Si potrebbe verificare il transito simultaneo di Mercurio e Venere, ma l’evento è rarissimo. Gli astronomi sono riusciti a scoprire molti pianeti extrasolari grazie proprio al loro transito davanti alla loro stella madre. Nuvole permettendo, prepariamo gli strumenti ottici di cui siamo in possesso, ma prudenza nel puntarli verso il Sole, perché osservare questo fenomeno è molto pericoloso e potrebbe causare danni permanenti alla vista se non si applicano ai binocoli e ai telescopi appositi filtri solari (consigliabile “astrosolar”, facilmente reperibile nei negozi specializzati e in rete).

GIUSEPPE SPERLINGA

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UN CORTEO PLANETARIO E LE ORIONIDI NEL CIELO DI OTTOBRE 2019

UN CORTEO PLANETARIO E LE ORIONIDI NEL CIELO DI OTTOBRE 2019

Tranne Marte, che è visibile al mattino presto sull’orizzonte orientale prima del sorgere del Sole, nel cielo serale di ottobre brillano nell’orizzonte occidentale quattro dei cinque pianeti visibili a occhio nudo noti sin dall’antichità. Sono Mercurio, molto basso e difficile da rintracciare. Il minuscolo pianeta si potrebbe tentare di rintracciarlo la sera del 20 ottobre, quando sarà alla massima distanza angolare di 24° 38’ dalla nostra stella diurna e, ancor meglio, la sera del 22 perché tramonta 49 minuti dopo il Sole. L’altro pianeta è Venere, il secondo in ordine di distanza dal Sole e terzo oggetto più luminoso del cielo dopo il Sole e la Luna, anch’esso molto basso sull’orizzonte occidentale, ma facilmente rintracciabile per la sua grande luminosità. Il pianeta di Citera è molto simile al nostro pianeta per massa e dimensioni, impiega 224,7 giorni per compiere la sua rivoluzione intorno al Sole e ben 243 per ruotare attorno al suo asse in senso contrario rispetto alla Terra (rotazione retrograda), ma essendo un pianeta interno all’orbita terrestre non lo vediamo mai allontanarsi più di 47° dal Sole (massima elongazione). In cielo, ci sarà pure Giove nelle prime ore della sera, a Sud-Ovest, ormai molto basso sull’orizzonte a formare un corteo planetario insieme con Venere e Saturno, che è ancora osservabile ma un po’ più alto sull’orizzonte e visibile più a lungo dopo il tramonto del Sole. Per osservare, invece, Urano e Nettuno occorre utilizzare un telescopio. Il primo, a fine mese, sarà all’opposizione rispetto al Sole e, perciò, sarà il periodo di migliore per poterlo osservare per l’intera notte. Potremo, infatti, seguirlo, dal suo sorgere sull’orizzonte orientale, poco dopo il tramonto del Sole, fino al tramonto a occidente poco prima dell’alba. Nettuno è osservabile per quasi tutta la notte, da dopo il tramonto del Sole, in direzione Sud-Est.

In ottobre, le giornate continuano ad accorciarsi. Dopo l’equinozio autunnale dello scorso 23 settembre, la durata della notte (il periodo di oscurità) prevale sulla quella del dì (il periodo d’illuminazione, che alla fine del mese sarà più corto mediamente di un’ora e venti minuti, a seconda della latitudine della località italiana. Ricordiamo che la notte del 26 e 27 ottobre torna in vigore l’ora solare e bisogna portare indietro di un’ora le lancette dell’orologio. La Luna sarà al primo quarto il 5, piena il 13, all’ultimo quarto il 21 e nuova il 28. In occasione del primo quarto di Luna, si terrà in tutto il mondo la “Notte della Luna” o International Observe the Moon Night, iniziativa dedicata alla scoperta e all’osservazione dell’argenteo satellite naturale terrestre. A promuovere l’iniziativa della InOMN sono l’ente spaziale americano (Nasa) e altre importanti istituzioni scientifiche, tra le quali l’Astronomical Society of the Pacific & the Nasa Night Sky Network, l’Eu-Universe Awareness, il Lunar and Planetary Institute, il Nasa Lunar Science Institute. In Italia, l’evento è promosso dall’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e dall’Unione Astrofili Italiani (Uai).

Rapido excursus delle costellazioni autunnali. Dopo il tramonto del Sole, sarà possibile notare ancora, nel cielo occidentale, alcune delle costellazioni che hanno dominato il cielo estivo, quali il Bovaro (Bootes o Bifolco) con la brillante stella Arturo, seguito dall’Ofiuco (la tredicesima costellazione zodiacale pervicacemente ignorata dagli astrologi), da Ercole, dal Sagittario, dal Capricorno e dall’Aquario, nonché dall’asterismo del “Triangolo Estivo”, i cui vertici sono formati dalle stelle Altair dell’Aquila, Vega della Lira e Deneb del Cigno. Nel cielo di ottobre, quasi allo zenit, spicca il “Quadrato di Pegaso”, ai vertici del quale vi sono tre stelle della costellazione del cavallo alato e una di Andromeda. Tra Pegaso e la Polare, sono facilmente riconoscibili la “W” della vanitosa regina Cassiopea, la “casetta” del suo regale sposo, Cefeo, e la ipsilon rovesciata dell’audace Perseo che salvò la bella Andromeda dal vorace mostro marino Cetus (la Balena).
A oriente, sorgeranno prima il Toro e poi i Gemelli, l’Ariete, cui fanno capolino le Pleiadi (le Sette Sorelle, ‘a Puddara di verghiana memoria nei Malavoglia), che brilleranno in tutte le notti autunnali, invernali, fino a inizio primavera. A nord-est, brilla la stella Capella (la Capretta Amaltea che allattò Zeus), la più luminosa della costellazione dell’Auriga (il Cocchiere) e sesta stella più brillante del cielo notturno.

Pure l’autunno, infine, ci regalerà la sua pioggia di “stelle cadenti”. Sono le Orionidi, così chiamate perché hanno il radiante nella costellazione di Orione e, come le Eta Acquaridi, sono frammenti persi dalla cometa di Halley (tornerà a essere visibile nel 2061) nella sua orbita intorno al Sole. Quest’anno, nella notte del 21 e il 22 ottobre, con la Luna che non arrecherà alcun disturbo perché all’ultimo quarto, si prevede che saranno visibili 15-20 meteore all’ora, che entrano nell’atmosfera terrestre a una velocità di circa 60 chilometri al secondo, lasciandosi dietro una scia giallo-verde. Per godersi lo spettacolo, occorre recarsi in luoghi lontani dalle luci cittadine e guardare a oriente, dopo la mezzanotte, in direzione a nord della stella Betelgeuse della costellazione di Orione.
Giuseppe Sperlinga

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