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CATANIA: OSCENA CAPITOZZATURA DEGLI OLEANDRI DELLA ROTATORIA DI VIALE TIRRENO

OSCENA CAPITOZZATURA DEGLI OLEANDRI DELLA ROTATORIA DI VIALE TIRRENO

Dopo l’incomprensibile drastico taglio di una parte degli oleandri di via Puglia, effettuato lo scorso luglio, una sorte ancora peggiore è toccata ai cespugli della stessa pianta che bordano la rotatoria di viale Tirreno, all’altezza del parcheggio “S. Sofia” dell’Università. Guardando l’orribile decapitazione cui sono stati sottoposti gli arbusti, si ha l’impressione che il verde cittadino sia affidato a persone con scarsa familiarità con il mondo vegetale. Le motoseghe degli operai della Catania Multiservizi, infatti, pure stavolta sono andate giù pesanti, eliminando di fatto tutte le parti verdi delle piante, lasciando moncherini di rami rivolti verso l’alto, quasi a voler gridare vendetta al cielo e agli uomini, un massacro che ha causato la distruzione di chissà quanti nidi di uccelli (ne abbiamo individuati quattro intatti), i resti vegetali lasciati per terra, all’interno e all’esterno della bordura, rimossi solo qualche giorno, invece di conferirli subito nell’isola ecologica che dista appena un centinaio di metri dal… luogo del delitto.

Ma gli operai della Multiservizi, è giusto riconoscerlo, sono semplicemente degli esecutori di ordini impartiti dai responsabili del Servizio gestione e manutenzione del Verde del Comune di Catania, i quali continuano a portare avanti la loro discutibile e personalistica manutenzione del verde pubblico, spesso in palese violazione dell’articolo 18 del vigente Regolamento del Verde pubblico e privato, approvato dal Consiglio Comunale il 6 agosto del 2019. Si automulterà il Comune? Saranno presi provvedimenti disciplinari e sanzioni pecuniarie nei confronti degli agronomi comunali che ne hanno ordinato l’ennesima oscena capitozzatura?

Si deve comprendere una volta per tutte che gli oleandri non si capitozzano, ma si potano all’inizio dell’autunno per eliminare i rami secchi, per sfoltire la chioma e si tagliano soltanto i rami dell’anno precedente. Inoltre, non va dimenticata la velenosità di tutte le parti dell’oleandro, che sono tossiche per il contenuto di oleandrina, un pericoloso alcaloide che altera il ritmo cardiaco con rallentamento del battito, nausea e vomito, una intossicazione che richiede il ricorso alle cure ospedaliere. Proprio per la loro tossicità, non bisogna mai bruciare rami di oleandri per cucinare alimenti alla brace o utilizzare per qualsiasi motivo i fiori, le foglie, i frutti, i rametti, i tronchi, né va piantato in cortili e giardini di edifici scolastici. Ai giardinieri professionisti e amatoriali, infatti, è consigliato indossare guanti robusti e impermeabili e non lasciare gli sfalci della potatura in giro.

GIUSEPPE SPERLINGA

 

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CATANIA: BRUTALE CAPITOZZATURA DEI FICUS MICROCARPA DI LARGO BORDIGHERA

CAPITOZZATI PURE I FICUS DI LARGO BORDIGHERA

Fanno una pena indicibile, i Ficus microcarpa di largo Bordighera capitozzati e ridotti a scheletrici pali ramificati spogli di foglie, protesi verso il cielo quasi a voler chiedere aiuto. Fino a qualche giorno fa, erano alberi frondosi che davano ombra e frescura, le loro foglie rilasciavano ossigeno e rimuovevano cospicue quantità di anidride carbonica (un albero può azzerare quasi quattro tonnellate di anidride carbonica in vent’anni di vita) e trattenevano anche le pericolose polveri sottili oltre a fissare sostanze come benzene, ossidi di azoto, diossina e molte altre. Eppure, ciò nonostante, il Servizio tutela e gestione del Verde pubblico ha ordinato la loro capitozzatura agli operai della Catania Multiservizi, che a colpi di motosega hanno rimosso interamente o quasi le chiome, potando drasticamente pure quelle di alcuni oleandri con portamento arboreo.

Assessori e dirigenti comunali, spesso assaliti dal timor panico più che spinti dalla reale necessità di salvaguardare l’incolumità pubblica, scrivono ordinanze e ordinano esecuzioni di lavori convinti di mantenere gli alberi sani e sicuri. La città di Catania, dall’agosto 2019, si è dotata di un Regolamento del verde pubblico e privato che impone precise raccomandazioni e linee guida per ciò che riguarda la gestione del patrimonio arboreo cittadino. Ciò nonostante, gli scempi sono all’ordine del giorno: i platani di via VI Aprile, le siepi di oleandri di strade e rotatorie, i Ficus della circonvallazione.  Si vedono ovunque tagli indiscriminati che non rispettano la fisionomia naturale delle piante, interventi scriteriati eseguiti da operai che eseguono ordini per “mettere in sicurezza gli alberi”, ignorando persino che è in vigore un Regolamento da rispettare che li obbliga a limitare la riduzione della chioma entro il 25%.

Non si protesta sull’onda emotiva suscitata dalla visione dei poveri alberelli capitozzati ridotti a scheletrici pali, ma perché numerose ricerche scientifiche effettuate studiosi agronomi arboricoltori (figura professionale che il Comune di Catania non ha in organico) sui danni riportati dagli alberi una volta privati della loro chioma sconsigliano questa barbara pratica che, nel tempo, indebolisce le piante e le rende vulnerabili alle patologie causate da germi che riescono a penetrarvi attraverso le lacerazioni dei tessuti delle superfici di taglio, peraltro mai coperte da sostanze cicatrizzanti. Ebbene, nonostante sia in vigore dall’agosto dello scorso anno il Regolamento sul Verde pubblico e privato, che all’articolo 18 vieta espressamente le capitozzature pena sanzione pecuniaria, si continua immotivatamente e impunemente a capitozzare. Quali pericoli, per i cittadini, costituivano i Ficus microcarpa di largo Bordighera tali da giustificare la eliminazione delle loro chiome? Perché privare della loro chioma alberi sempreverdi? Perché non limitarsi al taglio del seccume, dei rami bassi e sporgenti sulla sede stradale o protesi verso balconi e finestre dei palazzi vicini? Chi di dovere dovrà prima o poi dare una convincente e scientificamente valida risposta a tali interrogativi.

GIUSEPPE SPERLINGA

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E’ MORTO FRANCO ANDRONICO.

ADDIO, CARISSIMO FRANCO ANDRONICO
All’alba di stamattina, 4 novembre 2020, ci ha lasciato Francesco Andronico, socio fondatore e già consigliere di “Stelle e Ambiente”. Per gli amici e i parenti era Franco, un uomo che tutti abbiamo apprezzato e voluto bene per la sua umiltà e il profondo amore per la sua città, Catania, che studiò in maniera approfondita e della quale conosceva basola per basola, per Franco non avevano segreti i monumenti, le strade, i vicoli, le chiese, gli altari votivi e le icone sacre, i fiumi sotterranei, tutto documentato nei suoi libri pubblicati nel corso degli anni.
Fu sempre presente alle nostre escursioni naturalistiche e guidò innumerevoli passeggiate cittadine alla scoperta della città di Catania. Su tutte, teneva particolarmente a guidare l’annuale “passeggiata agatina” che programmavamo per la fine di gennaio, una camminata che ci portava alla riscoperta dei luoghi di S. Agata, che per lui non avevano segreti.
Addio, carissimo Franco, riposa in pace. Noi ti ricorderemo sempre e sarai sempre vicino a noi.
L’associazione “Stelle e Ambiente” è vicina nel dolore alla famiglia di Franco e si unisce all’unanime cordoglio.
I funerali saranno celebrati domani, 5 novembre, alle 15.30, nella chiesa di San Luigi di viale Mario Rapisardi.
Giuseppe Sperlinga
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CAPITOZZATURE NO STOP A CATANIA E PROVINCIA: DECAPITATI I LIGUSTRI A FASANO DI GRAVINA

Bisognerebbe avere cento occhi come Argo per seguire le nequizie delle varie amministrazioni comunali nei confronti del patrimonio arbustivo e arboreo cittadino. La città capoluogo e i centri piccoli e grandi dell’hinterland sembra stiano facendo a gara a chi capitozza di più. Ecco un primo incompleto elenco dei Comuni etnei che, in tempi recenti, hanno mostrato una crudeltà inaudita contro le alberature di strade, piazze, parchi, rotatorie: Catania, Aci Bonaccorsi, Viagrande, San Gregorio, Gravina, San Giovanni la Punta, Milo.
Il quotidiano “La Sicilia” di oggi, domenica 1 novembre 2020, dedica ampio spazio al problema delle capitozzature sia a Catania sia nei paesi dell’area metropolitana con un articolo a firma di chi scrive e un intervento dell’ottimo amico ing. Giuseppe Rannisi della LIPU di Catania.
Mentre in città si mutilavano orribilmente i platani di via VI Aprile e i Ficus microcarpa di largo Bordighera, a Fasano le motoseghe del Comune di Gravina decapitavano i poveri Ligustri di via Vitaliano Brancati che avevano da poco formato una piccola chioma dopo l’ennesima capitozzatura cui erano stati sottoposti.
Vigilate e se vi accorgete che stanno asportando in tutto o in gran parte la chioma degli alberi, non esitate a chiedere l’intervento dei Vigili ambientali, un reparto dei Vigili Urbani di Catania che risponde allo 095 7424267.
Per facilitarne la lettura, trascrivo qui di seguito i testi del mio articolo e quello dell’ing. Rannisi:
FASANO – DECAPITATI GLI ALBERI DI LIGUSTRO IN VIA VITALIANO BRANCATI
Se Catania piange per gli alberi mutilati da orribili capitozzature, Gravina non ride. Dopo la città capoluogo, infatti, qualche giorno fa, le motoseghe selvagge sono entrate in azione pure a Gravina. È accaduto a Fasano, in via Vitaliano Brancati, dove una ventina di alberelli di Ligustro sono stati privati in tutto o in gran parte della loro chioma, la quale aveva ripreso forma dopo l’ennesima decapitazione operata negli anni passati.
Luca Tornatore, che abita in zona, l’altra mattina passava in auto quando si è accorto che erano sparite le chiome di quasi tutti gli alberi di entrambi i marciapiedi. “Qualche giorno fa – ci ha raccontato – sono apparsi dei cartelli in cui si avvisava che nei giorni 22 e 23 ottobre sarebbero stati effettuati dei lavori di potatura. Mai avrei immaginato che li avrebbero così orrendamente mutilati. Dopo aver lasciato mio figlio a scuola per recarmi al lavoro, ci ripenso, questa volta no, non starò zitto davanti a quanto sta accadendo, prendo un permesso e torno sul luogo del delitto. Era rimasto l’ultimo albero da portare, sarà l’unico a salvare la chioma, perché sono riuscito a fermare gli operai, contestando loro che capitozzare un albero significa indebolirlo, senza contare lo stress che la pianta subisce. Gli operai si sono giustificati dicendo che stavano eseguendo gli ordini impartiti dal loro superiore, che è un agronomo alle dipendenze del Comune. A questo punto, invio un messaggio al sindaco di Gravina, avv. Giammusso, e segnalo il fatto pure al presidente del Consiglio comunale, dott. Nicolosi, che, a sua volta, chiama il responsabile del Verde comunale, il quale risponde che quelle piante non soffrono quella potatura massiva”.
Capitozzare gli alberi è una pratica perversa che, purtroppo, ha assunto una diffusione allarmante nelle grandi come nelle piccole città. Per gli alberi è la principale minaccia, perché ne riduce la longevità e li trasforma in potenziali pericoli per i cittadini. Fermo restando che la lesione dei tessuti delle superfici di taglio dei rami sono autentiche vie d’ingresso spalancate alle spore fungine e batteriche che, trascinate dall’acqua piovana, penetrano nel tronco, lo faranno marcire lentamente facendolo diventare cavo e ne causeranno l’indebolimento (queste cose un agronomo dovrebbe conoscerle), esponendolo così al rischio di schianto al suolo. Oltre a essere dannosa, la capitozzatura rende brutto un albero, che assume un aspetto squallido, ed è pure un’operazione costosa per le casse comunali, perché la pianta reagirà col riscoppio disordinato di tutte le gemme, si riformerà una chioma più bassa, informe e innaturale, con numerosi rami sottili e deboli. Insomma, la capitozzatura è un intervento da censurare totalmente e quando ci libereremo da tali “gestori” del verde pubblico, non sarà mai troppo tardi.
Piuttosto, il Comune di Gravina dovrebbe piantare nuovi Ligustri nelle aiuole rimaste vuote che invece sono state riempite di cemento e tutelare il verde pubblico e privato sia dotandosi di un regolamento e, dopo averlo fatto approvare dal Consiglio comunale, osservarlo scrupolosamente (senza imitare il Comune di Catania che predica bene, ma razzola male), sia inserendo nel personale in organico le figure professionali dell’agronomo arboricoltore e, perché no, pure del botanico, finanze comunali permettendo, ovviamente.
GIUSEPPE SPERLINGA
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Sul problema delle potature occorre che le amministrazioni comunali e le ditte che si occupano di gestione del verde mettano a punto delle metodologie che possano da una parte garantire la sicurezza dei cittadini dalla caduta di rami e dall’altra la salute dei cittadini e quella degli alberi.
Alberi più sicuri, con chioma ampia e ricca di foglie offrono quei servizi ecosistemici (miglioramento microclima estivo, ombra, ossigeno, riduzione CO2, miglioramento paesaggistico e altri ancora) verso cui le città del futuro debbono tendere anche in considerazione che nei prossimi anni nei centri abitati si concentrerà la maggior parte della popolazione mondiale e che si deve fare il conto con i cambiamenti climatici che possono rendere invivibili intere porzioni del territorio, le città in particolare. Contributi economici sono previsti per rendere le nostre città più resilienti, più verdi e più a misura di cittadino, e lo stesso Comune di Catania ha in corso il progetto 2.000 alberi per Catania.
Purtroppo, però, se da una parte si pianta dall’altro si taglia e si continua a capitozzare. Ci sono molti alberi che a causa delle capitozzature del passato presentano cavità e sono in classi critiche di propensione al cedimento: alcuni debbono certamente essere abbattuti (e sostituiti), sugli altri alberi che si intende mantenere occorre intervenire con delicatezza e competenza.
Il Decreto del Ministero dell’Ambiente del 10-03-2020 relativo ai Criteri Minimi Ambientali (GURI del 4-4-2020) indica (All.1 E, C) che “deve essere evitata la capitozzatura, la cimatura e la potatura drastica perché indeboliscono gli alberi e possono creare nel tempo situazioni di instabilità che generano altresì maggiori costi di gestione.” E, ancora, che la potatura deve essere eseguita da personale competente.
Ci viene difficile pensare pertanto che la capitozzatura si possa continuare a fare su piante già deboli per cattiva gestione pregressa come nel caso dei platani di via VI Aprile a Catania. Quando dovremo avviare una gestione corretta del nostro patrimonio arboreo? Ricordiamo che gli alberi sono un bene del Comune come un’auto o una scrivania: non possono essere rovinati o peggio buttati!
Questi problemi, inoltre, devono essere affrontati nell’ambito della Consulta del Verde di cui si è dotata la città con l’approvazione del Regolamento del Verde approvato dal Consiglio Comunale.
GIUSEPPE RANNISI
Lipu Catania
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CATANIA – CAPITOZZATI I PLATANI DI VIA VI APRILE

UNA LOTTA CONTINUA
Su direttive dell’Ufficio del Verde del Comune di Catania, gli operai della Catania Multiservizi stanno capitozzando tutta la vegetazione arbustiva e arborea di strade, piazze e rotatorie cittadine. La recentissima decapitazione della siepe della rotatoria di viale Tirreno fa il paio con lo scempio compiuto in questi giorni ai danni dei platani di via VI Aprile. Nell’un caso e nell’altro, si tratta di interventi scriteriati che violano palesemente le norme dettate dal Regolamento del Verde pubblico e privato. Si può giustificare il taglio di un platano ormai cariato e cavo all’interno che rischiava di schiantarsi al suolo, ma sfugge alla nostra comprensione il motivo per cui sia stato ordinato di capitozzare platani che, negli anni passati, sono stati ripetutamente sottoposti a drastiche potature. Cosa bisogna fare per convincere i responsabili che hanno in tutela il patrimonio verde cittadino che le capitozzature non giovano affatto alle piante, anzi le indeboliscono? La potatura è sempre un trauma per l’albero, che è tanto maggiore quanto maggiore è l’entità del taglio effettuato, al punto che potrebbe pregiudicare la salute e la stabilità della pianta, perché è fonte di violenti stress vegetativi che determina una diminuzione delle difese naturali con possibilità di aggressione degli agenti patogeni, invecchiamento precoce, riduzione delle capacità fotosintetiche e rischi di schianto a terra, mettendo a repentaglio l’incolumità dei cittadini. Le lacerazioni dei tessuti della superficie di taglio costituiscono una via di ingresso preferenziale per funghi, batteri e insetti. È acclarato che germi patogeni sono veicolati da potature condotte con tecniche non adeguate o effettuate nei periodi sbagliati dell’anno. L’emissione di composti volatili dalle ferite della potatura, infatti, attrae gli insetti, mentre il “cancro colorato” del platano è trasmesso da albero ad albero proprio tramite la potatura, se gli attrezzi utilizzati non vengono sterilizzati. Quest’ultima temibile malattia è causata da un fungo ascomicete, il Ceratocystis fimbriata, ed è una patologia particolarmente pericolosa per le piante delle alberature stradali, dei parchi e dei giardini cittadini che sono soggette a periodici tagli di potatura più o meno drastici. Secondo gli esperti, tutte le operazioni di potatura dovranno essere eseguite solamente nei casi indispensabili e, comunque, nei periodi freddi dell’anno (risulta all’Ufficio comunale del Verde che novembre sia un mese freddo?), disinfettando a mano a mano la superficie di taglio con prodotti appropriati e, da pianta a pianta, gli attrezzi utilizzati per la potatura. Viene da chiedersi e rimbalziamo la domanda a chi di dovere se in via VI Aprile è stata seguita questa prassi. Si ha l’impressione di essere di fronte all’ennesima mancanza di una seria programmazione, con interventi effettuati nei periodi sbagliati e senza rispetto alcuno del Verde pubblico, un modus operandi che continua a causare danni sia al patrimonio arboreo cittadino, sia ai contribuenti catanesi, anche in termini economici.
Per la moderna arboricoltura, gli alberi non devono mai essere drasticamente potati, bisogna rispettarne scrupolosamente la forma e le dimensioni per evitare danni biologici. Non è superfluo ricordare che la miglior potatura è quella che non si vede, che tende a eliminare il secco e i rami rovinati, permettendo il passaggio della luce in ogni punto della chioma. Infine, per non provocare danni all’albero non bisogna ridurre la chioma oltre il 25 percento (articolo 18 del Regolamento del Verde pubblico e privato della città di Catania approvato il 6 agosto 2019), soprattutto se si tratta di alberi monumentali ed esemplari di pregio storico e paesaggistico.
Un tempo bellissima strada alberata, ecco come si presenta, oggi, la via VI Aprile: le palme del marciapiede orientale, quello sottostante il “Passiatore”, sono state tagliate in maniera preventiva per motivi di sicurezza perché potevano essere affette da agenti patogeni e non ancora sostituite; i platani della aiuola spartitraffico che si prolunga fino a piazza dei Martiri sono stati ridotti a scheletrici pali con i rami tranciati protesi all’insù quasi a gridar vendetta a cielo; resistono (miracolosamente) le Sophore del marciapiede occidentale, una decina delle quali sono state tagliate probabilmente perché malate e mai sostituite, i bordi di quasi tutte le aiuole, colme di rifiuti, sollevate e deformate dalle radici degli alberi e che ormai stringono il colletto basale delle piante.
                                                                                             GIUSEPPE SPERLINGA
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RIAPRIRE LA GROTTA DI VIA CECCHI E OSSERVATORIO ASTRONOMICO “LUIGI PRESTINENZA” A VALVERDE

RIAPRIRE LA GROTTA DI VIA CECCHI E OSSERVATORIO ASTRONOMICO “LUIGI PRESTINENZA” A VALVERDE
Il quotidiano “La Sicilia” di oggi, domenica 25 ottobre 2020, pubblica due articoli che riguardano altrettanti progetti che l’associazione “Stelle e Ambiente” porta avanti sin dalla sua fondazione e da quando è scomparso l’indimenticabile Luigi Prestinenza, primo presidente e socio fondatore di “Stelle e Ambiente”: la riapertura della grotta preistorica di via Cecchi (articolo non firmato ma redatto da chi scrive) e la realizzazione di un Osservatorio astronomico popolare nel parco urbano di Valverde (firmato dall’amico Carmelo Di Mauro, corrispondente locale del giornale) dedicato alla memoria di Luigi Prestinenza che ospiterà i due telescopi da Egli utilizzati nel suo osservatorio privato di Pedara.

Purtroppo, la recrudescenza dei contagi del Covid-19 ci ha costretto a fermare sia l’intervento del restauro dell’ottocentesco orologio solare a ore italiche di Valverde, sia l’installazione del nuovo orologio solare sempre a ore italiche progettato dall’ottimo e fraterno amico geometra Michele Trobia, interventi che saranno ripresi appena la situazione tornerà quanto meno a quella dell’inizio dell’estate, insieme con la donazione dei libri che costituiscono la biblioteca Prestinenza per volontà della sorella, professoressa Marialuisa Prestinenza

Per ciò che riguarda la riapertura della grotta di via Cecchi, dopo la richiesta inoltrata lo scorso giugno, mi auguro che la Soprintendenza si metta in contatto con l’associazione “Stelle e Ambiente” al fine di procedere all’installazione del cancello in modo da consentire l’accesso alla cavità e poter portare a termine le ricerche che furono avviate e subito interrotte vent’anni fa.
Come si vede, il malefico virus coronato ha bloccato l’attività escursionistica di “Stelle e Ambiente”, ma non i progetti di ricerca scientifica e di divulgazione astronomica.
Non abbassiamo la guardia!
Giuseppe Sperlinga
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TORNERA’ A FUNZIONARE L’OTTOCENTESCO OROLOGIO SOLARE A ORE ITALICHE DI VALVERDE (CT)

 

Presto tornerà agli antichi splendori l’ottocentesco orologio solare a ore italiche di corso Vittorio Emanuele III di Valverde (CT). Il sindaco architetto Angelo Spina e l’assessora Maria Carmela Gammino, mostrando una straordinaria sensibilità culturale che raramente abbiamo constatato, in oltre 40 anni, nella stragrande maggioranza di amministratori comunali con i quali sono stato in contatto, hanno dato il via libera al progetto di restauro conservativo proposto dall’associazione Stelle e Ambiente ed elaborato dal geometra Michele Trobia, esperto di Gnomonica e progettista di quadranti solari. A eseguire il restauro conservativo sarà la ditta Calvagna di Aci S. Antonio.
Ne dà notizia il quotidiano “La Sicilia” di oggi, martedì 20 ottobre 2020, con un articolo a firma dell’amico e collega Carmelo Di Mauro, corrispondente da Valverde, che ringrazio per la collaborazione.
Qui di seguito, il testo della richiesta di intervento al sindaco Spina
per recuperare l’antico orologio solare che risale al 1854 inviata da chi scrive nella qualità di presidente di Stelle e Ambiente.
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Gentile Signor Sindaco,
come Le è noto, i quadranti solari, comunemente chiamati “orologi solari”, sono strumenti che fin dai tempi più antichi e fino alla metà del XIX secolo hanno consentito all’uomo di scandire il tempo per regolare le attività della propria vita quotidiana.
Anche se intorno al XV–XVI secolo cominciarono a fiorire i primi orologi meccanici da torre, l’uomo ebbe sempre bisogno di regolare i meccanismi degli ingranaggi con un Orologio solare. I Quadranti solari, dunque, sono dei reperti storici di altissimo valore storico-didattico che spiegano la storia della evoluzione del tempo, che è pure la storia dell’evoluzione del pensiero umano.
Spiegare alla gente, e soprattutto alle scolaresche, come funziona un quadrante solare con il movimento apparente del Sole attorno alla Terra significa spiegare loro come funziona l’universo che ci circonda. L’orologio solare contiene tutti gli elementi di base della Meccanica celeste e, soprattutto, del movimento del Sole nel segnare l’ora nei vari periodi e stagioni dell’anno. Tutte le Istituzioni civiche che hanno trovato e restaurato questi “strumenti” hanno voluto recuperare, per la comunità, uno strumento da leggere, capire e tornare indietro nel tempo per comprendere come si è arrivati a scandire il tempo oggi.
I primi quadranti furono quelli a “ore canoniche” e furono realizzati nei conventi a uso dei monaci per regolare la loro vita secondo la regola benedettina “Ora et labora”. Le ore canoniche sono un’antica suddivisione della giornata sviluppata nella Chiesa cattolica per la preghiera in comune. Più precisamente, le 6 corrispondevano l’Ora Prima; le 9 all’Ora Terza; le 12 all’Ora Sesta; le 15 all’Ora Nona; al tramonto, i Vespri.
Gli orologi solari a “ore italiche”, invece, segnavano le ore del giorno a partire dal tramonto del Sole del giorno precedente. Vale a dire, l’ora 24 coincidente con l’ora 0, e dunque l’inizio della giornata, era coincidente con il tramonto del Sole. Ciò perché a quei tempi, al tramonto del Sole, l’attività e la vita dell’uomo terminava per ricominciare al sorgere del Sole del giorno dopo. A differenza della suddivisione delle ore moderne, a partire dalla mezzanotte, le ore italiche erano differenti di 6 ore con le ore moderne. Per esempio, le ore 22 del quadrante italico corrispondono alle ore 16 del nostro orologio moderno, le ore 23 alle ore 17 e così via. Tali quadranti solari non sono molto diffusi nel territorio siciliano. Uno di essi, risalente al 1854, si trova collocato sul prospetto di un edificio privato di Corso Vittorio Emanuele III, nei pressi del civico 124, di Valverde (Ct). Esso, purtroppo, non è perfettamente funzionante, andrebbe restaurato e riportato all’antico splendore e restituito alla visibilità dei cittadini di Valverde, perché pur essendo situato sulla parete di una proprietà privata è pur sempre uno strumento di grande rilevanza culturale che utilizzarono i nostri avi per la misura del tempo con le ombre del Sole.
Esiste un Catalogo nazionale dove sono inseriti tutti gli orologi solari d’Italia. In Sicilia, sono stati censiti 73 Comuni per un totale di 196 Orologi solari. Nel Catanese sono stati censiti i Comuni di Catania, Aci Catena, Acireale, Gravina di Catania, Mineo, Pedara e Trecastagni. Si potrebbe, ora, aggiungere pure Valverde.
Al fine di preservare il quadrante solare a Ore italiche di Valverde dal degrado causato dalle intemperie e da altri fenomeni naturali, l’Associazione “Stelle e Ambiente” per la ricerca e la divulgazione astronomica e ambientale “Marcello La Greca” di Catania, che ho l’onore di presiedere, chiede all’Amministrazione Comunale di Valverde da Ella presieduta di autorizzare sia il restauro conservativo del prezioso manufatto sia la realizzazione di un nuovo quadrante a ore italiche da collocare nello spazio sottostante a quello ottocentesco, nonché di provvedere alla copertura degli oneri finanziari che l’intervento richiede.
In questa prospettiva, certi del benevolo accoglimento della presente richiesta, si trascrive qui di seguito il progetto per la realizzazione del secondo orologio solare a ore italiche di Corso Vittorio Emanuele III redatto dal geometra Michele Trobia, esperto di Gnomonica e progettista di quadranti solari, e si allega alla presente il relativo preventivo di spesa per il restauro conservativo a cura del Laboratorio Conservazione Beni Culturali “Calvagna Giovanni” di Aci Sant’Antonio (CT), precisando che nulla è dovuto all’associazione “Stelle e Ambiente” per la collaborazione scientifica prestata essendo un sodalizio culturale che non persegue fini di lucro.
Spese generali e opere necessarie per la progettazione e restauro del “quadrante solare” del 1854 e del nuovo “quadrante a ore Italiche” da collocare nella parte sottostante a quello restaurato e collocati in corso Vittorio Emanuele III presso il civico 124.
Il restauro è proposto dall’Associazione “Stelle e Ambiente” di Catania nella persona del suo Presidente Prof. Giuseppe Sperlinga, il progettista del nuovo orologio solare a ore italiche è il geometra Michele Trobia, la ditta che eseguirà il restauro conservativo dell’orologio solare a ore italiche del 1854 è il Laboratorio Conservazione Beni Culturali “Calvagna Giovanni” di Aci Sant’Antonio.
● Preventive misurazioni, diradate nel tempo, per la esatta determinazione della declinazione della parete secondo i punti cardinali.
● Rilievo dello stato attuale del quadrante inciso nel muro
● Calcolo della lunghezza dello stilo da applicare al quadrante restaurato per ripristinare, anche se approssimativamente, le rette orarie già incise.
● Progettazione, disegni e copie per il quadrante da restaurare
● Progettazione, disegni e copie per il nuovo “quadrante” solare a ore “italiche” con le “Tabelle” relative ai vari elementi identificativi geograficamente e gnomonicamente, riguardanti il quadrante stesso.
● Fornitura degli “stilo” per entrambi i quadranti
● Assistenza in loco ai restauratori durante tutto il periodo dei lavori di restauro.
● Assistenza in loco per la perfetta collocazione degli “stilo” e per la posizione del nuovo quadrante onde assicurare il suo perfetto funzionamento.
● Preparazione della bozza della brochure con riportate, sinteticamente, tutte le indicazioni e le caratteristiche principali riguardanti il “quadrante solare”.
Note
1) La brochure sarà consegnata al Comune di Valverde in bozza e sarà cura dello stesso provvedere, se lo ritiene opportuno, dopo avere inserito sulla stessa una sintetica recensione da parte delle autorità promotori culturali dell’opera, alla sua stampa in tipografia.
2) Durante la collocazione del nuovo quadrante e delle tabelle pertinenti sarà cura del Comune coadiuvare lo gnomonista fornendo la collaborazione di due o tre operai specializzati, con le attrezzature necessarie, per la loro perfetta collocazione che sarà sempre eseguita sotto la responsabilità dello gnomonista.
3) Sarà compito del Comune e sotto la sua completa responsabilità assicurare, con sistemi e mezzi propri, durante tutto il periodo del lavoro di restauro e di collocazione del nuovo quadrante, la sicurezza degli addetti ai lavori e dei cittadini che transitano nelle vicinanze.
4) Dopo l’approvazione del progetto di cui sopra e dello stanziamento delle somme necessarie sarà cura del Comune, attraverso un suo rappresentante, prendere contatti diretti sia con il Laboratorio di restauro sia con la ditta per la stampa dei nuovi quadranti, di cui al preventivo, per stabilire gli accordi economici direttamente fra Ente Committente e ditte esecutrici delle opere.
5) In seguito alla proposta avanzata al Comune dall’Associazione Stelle e Ambiente per il restauro del quadrante solare, si fa presente altresì che per il restauro e la collocazione del nuovo quadrante e delle Tabelle esplicative a esso allegate si procederà occupando parte del prospetto al di sotto del quadrante esistente. Per la collocazione delle Tabelle n° 3 della misura di cm.25 x cm. 35 si dovrà occupare una piccola parte del prospetto alla destra del quadrante esistente e precisamente in quel tratto subito dopo il balcone e dove verticalmente è collocato il pluviale per lo scolo delle acque piovane.
6) L’esigenza di realizzare in basso il secondo quadrante solare nasce dal fatto che il quadrante solare inciso sul muro, che porta la data del 1854, non è perfettamente funzionante perché, verosimilmente, è stato costruito da un appassionato amatore di astronomia e gnomonica, ma un po’ lontano dalle regole e dagli algoritmi elementari della Gnomonica. Di questi casi molti sono gli esempi in Italia, in Sicilia e soprattutto nelle nostre zone. Di tutto ciò se ne parlerà diffusamente nella relazione espositiva. Rimane, pertanto, il valore storico della costruzione, che risale al 1854 e che pone la città di Valverde tra quelle, in Italia, che hanno sentito culturalmente il bisogno di immortalare quel tipo di suddivisione delle ore giornaliere ancora in uso in molte parti d’Italia.
7) Sarà cura dello gnomonista preparare un “Power Point” con proiezioni di slides per commentare, in una sala proposta dal Comune, ovviamente subito dopo l’inaugurazione, il tipo di opera restaurata, quella di nuova costruzione, i motivi del restauro e il valore storico-didattico di esse opere nella Storia della evoluzione del tempo nel corso dei secoli.
In questa prospettiva, certi del benevolo accoglimento della presente richiesta, alleghiamo alla presente il preventivo di spesa per il restauro conservativo dell’orologio solare a ore italiche di Corso Vittorio Emanuele III, precisando che nulla è dovuto all’associazione “Stelle e Ambiente” per la collaborazione scientifica prestata essendo un sodalizio culturale che non persegue fini di lucro.
Con viva cordialità
 
Il Presidente
Prof. Giuseppe Sperlinga
 
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Prof. Giuseppe Sperlinga
Presidente associazione Stelle e Ambiente
Giornalista pubblicista scientifico collaboratore del quotidiano “La Sicilia” di Catania (Tessera Ordine Nazionale dei Giornalisti n. 61948)
Già Direttore delle Riserve Naturali Integrali “Grotta Monello” (Siracusa) e “Grotta Palombara” (Melilli) dell’Università di Catania
giuseppe.sperlinga@libero.it – giuseppesperlinga@pecgiornalisti.it
Cell. 3402161035 (WhatsApp)

 

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L’OPPOSIZIONE DI MARTE NEL CIELO DI OTTOBRE 2020

CIELO DI OTTOBRE CON MARTE IN OPPOSIZIONE E CINQUE FASI LUNARI

Sarà Marte il vero protagonista del cielo di ottobre. Il pianeta rosso, infatti, sarà osservabile per tutta la notte e la sera del 13 sarà in opposizione, vale a dire in direzione opposta al Sole. In altre parole, Sole, Terra e Marte saranno allineati e, avendo il pianeta rosso superato sette giorni prima il perielio (62 milioni di chilometri dalla nostra stella diurna), si mostrerà più grande del solito e brillerà come un grosso rubino, sarà talmente luminoso da superare persino Giove, entrambi superati soltanto da Venere, che sarà l’oggetto più brillante del cielo, a oriente, prima dell’alba. Marte raggiunge la minima distanza dal Sole (il perielio, appunto) ogni 26 mesi. Quella del 13 ottobre, però, non sarà una opposizione come le altre in passato, perché Marte avrà un diametro angolare di 22,4 secondi d’arco, cioè appena due in meno della grande opposizione del 27 luglio 2018, quando il pianeta si trovò a 57,6 milioni di chilometri dal Sole. Cosa fare per seguire l’evento marziano è presto detto: al tramonto del Sole, vedremo sorgere Marte dalla parte opposta, nel cielo orientale, durante la serata lo vedremo spostarsi per culminare a Sud nelle ore centrali della notte e tuffarsi a occidente prima dell’alba. Per poter apprezzare le principali caratteristiche del pianeta rosso con un certo dettaglio, il bravo Walter Ferreri consiglia l’uso di un ingrandimento di almeno 200x, che può essere fornito, mantenendo una buona nitidezza e luminosità, da telescopi a lenti (rifrattori) da almeno 10-12 cm di diametro o da quelli a specchio (riflettori) da almeno 15 cm. Gli appassionati del cielo non si lasceranno di sicuro sfuggire questa favorevole occasione per puntare verso Marte i loro telescopi e macchine fotografiche, perché la prossima volta un evento così favorevole capiterà nel 2035. Fosse ancora tra noi, il “marziano” Luigi Prestinenza (sempre attuale il suo volume “Marte tra storia e leggenda” con la prefazione della celebre astrofisica Margherita Hack edito nel 2004 dalla editrice Utet), la sera del 13, l’avremmo sicuramente trovato nel suo osservatorio privato di Pedara intento a scrutare il “suo” pianeta. Uno sguardo, adesso, agli altri pianeti e alla Luna. Mercurio sarà difficile da osservare, Saturno sarà visibile nella prima parte della notte, Urano e Nettuno sono osservabili per tutta la notte. In ottobre, si verificheranno cinque fasi lunari: due pleniluni l’1 e il 31, l’ultimo quarto il 10, il novilunio il 16 e il primo quarto il 23. La Luna del 31 ottobre, essendo la seconda Luna Piena del mese è detta “Luna blu”, la “Blue Moon” degli anglosassoni, i quali per indicare un evento raro popolarmente amano dire “once in a blu moon” (“una volta ogni luna blu”), quindi il nostro satellite naturale non muterà affatto il suo argenteo colore.

Nel cielo occidentale, sono ormai prossime al tramonto le costellazioni del Boote con la luminosa Arturo, l’Ofiuco (la tredicesima costellazione che non ha diritto di cittadinanza negli oroscopi) ed Ercole, nonché l’asterismo del Triangolo Estivo ai cui vertici vi sono Altair dell’Aquila, Vega della Lira e Deneb del Cigno. Dall’altra parte del cielo, a oriente, fa capolino il Toro con la rossa Aldebaran e le Pleiadi, teste di ponte delle costellazioni che domineranno il cielo invernale, mentre a sud spiccano i Pesci, l’Acquario, il Capricorno e il Sagittario che si avvia verso il tramonto. A nord, come di consueto, sono facilmente riconoscibili le costellazioni circumpolari che non sorgono e non tramontano: le due Orse, la “W” di Cassiopea, la “casetta” di Cefeo, il Grande Quadrato di Pegaso con accanto Andromeda con la celeberrima galassia spirale omonima M31, distante da noi 2,5 milioni di anni luce (un anno luce corrisponde a novemila miliardi e mezzo di chilometri), ha un diametro di circa 200.000 anni luce, contiene duecento miliardi di stelle, ed è l’unica visibile a occhio nudo, se osservata da località prive di inquinamento luminoso.

Concludiamo segnalando i due sciami meteorici che solcheranno il cielo di ottobre: sono le cosiddette “stelle cadenti” delle Draconidi, note anche come Giacobinidi, aventi il punto dal quale sembrano provenire tutte le scie (radiante) sito nella testa della costellazione del Dragone, visibili nelle ore serali tra l’8 e il 10 ottobre; le Orionidi, invece, sono visibili dal 2 ottobre al 7 novembre, ma il picco si verifica tra il 21 e il 22 ottobre. Lo sciame ha origine dal materiale lasciato dalla cometa di Halley e il suo radiante si trova nei pressi di Betelgeuse, la seconda stella più luminosa dopo Rigel della costellazione di Orione. Le meteore di questo sciame sfrecciano alla velocità di 250 mila chilometri orari con punte di 20 meteore all’ora durante il picco di attività.

GIUSEPPE SPERLINGA

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IN RICORDO DI LUIGI PRESTINENZA

IN RICORDO DI LUIGI PRESTINENZA

 Il quotidiano “La Sicilia” di oggi, venerdì 11 settembre 2020, pubblica la consueta rubrica mensile di divulgazione astronomica dedicata al cielo di settembre ideata e curata per oltre mezzo secolo dal giornalista-astrofilo Luigi Prestinenza, che firmava con lo pseudonimo “Scrutator”, moltissimi lettori del giornale lo ricordano ancora.

Prestinenza è scomparso il 4 settembre del 2012, all’età di 83 anni. Autentico maestro di giornalismo sportivo e scientifico, alla cui scuola si formarono bravi professionisti tuttora in attività, fu Caposervizio allo Sport del quotidiano “La Sicilia” di Catania, inviato speciale alle Olimpiadi e ai campionati europei e mondiali di calcio.

Ma Prestinenza fu, soprattutto, un uomo di Cultura, perché visse e si nutrì di Cultura che spaziava dal versante storico-artistico-letterario a quello scientifico e tecnologico, riconoscendo alla Scienza il ruolo di corrente di pensiero e polemizzando con coloro i quali sostenevano l’assurdo e insensato dualismo delle “due Culture”. Forte di una solida preparazione scientifica pur avendo seguito studi universitari storici e filosofici (superò tutte le materie con il massimo dei voti, tranne due con 29, ma non trovò mai il tempo di andare a discutere la tesi pronta!), divenne un brillante e preparatissimo giornalista scientifico, collaborò con l’inserto “Tuttoscienze” de “La Stampa” di Torino, le riviste di divulgazione astronomica “L’Astronomia” e “Le Stelle”, fondate dai suoi due carissimi amici Corrado Lamberti e la celebre astrofisica triestina Margherita Hack. Negli anni Novanta del secolo scorso ideò e curò la pagina di divulgazione scientifica a cadenza settimanale del quotidiano “La Sicilia”.

Prestinenza fu pure un fine scrittore, autore di due libri a carattere astronomico: “Marte tra storia e leggenda” (Utet) e “La scoperta dei pianeti” (Gremese), entrambi con la prefazione di Margherita Hack. Ne “La scoperta dei pianeti” mi ha coinvolto sia come critico revisore dei testi, sia come curatore di tre box specialistici e di approfondimento.

Fondò due associazioni aventi finalità divulgative in campo astronomico: il Gruppo astrofili catanesi (1977) e “Stelle e Ambiente” (2003). Divulgò l’Astronomia nelle scuole di ogni ordine e grado dell’intera Sicilia, andava ovunque l’invitassero presidi e professori, tenne migliaia di conferenze e seminari, partecipò a convegni in tutto il territorio nazionale, collaborò assiduamente con l’Osservatorio Astrofisico di Catania.

Fu nemico giurato di tutto ciò che è fondato su basi irrazionali e fantasiose, come l’Astrologia e l’Ufologia, che spacciano fandonie per verità rivelate.

Fu contrario alla politica culturale dell’effimero e si batté affinché la città di Catania si dotasse di due strutture culturali stabili fondamentali per la divulgazione scientifica: il Museo civico di Storia Naturale e il civico Planetario dotato di un Osservatorio astronomico. In questa dura lotta trentennale contro l’ignavia e l’incultura dei politici che hanno amministrato la città etnea, fu affiancato dagli indimenticabili professori Marcello La Greca e Salvatore Cucuzza Silvestri, oltre che da moltissimi altri docenti universitari e uomini di cultura, tra i quali chi scrive, ma i risultati, purtroppo, non giunsero mai e Catania, città capoluogo alle falde del maggior vulcano attivo europeo, l’Etna, continua a essere senza un museo vulcanologico, i pochi musei scientifici sono strutture universitarie sempre chiuse al pubblico e ai turisti nei giorni festivi e pressoché sconosciute.

Nonostante fosse impegnato su più fronti culturali, Prestinenza non smise mai di osservare il cielo sia dal suo piccolo osservatorio di Pedara (un casotto con tetto scorrevole all’interno del quale poteva disporre di due pregevoli telescopi con i quali non trascurava mai di osservare Marte, il pianeta rosso che albergò sempre nel suo cuore), sia – soprattutto negli ultimi tempi della sua vita – dal balcone di casa di via Eleonora d’Angiò.

Per il prezioso contributo alla crescita culturale di Catania, a Luigi Prestinenza andrebbero dedicate una strada o piazza cittadine e il riconoscimento della Laurea Honoris Causa alla memoria da parte dell’Università degli Studi di Catania.

Giuseppe Sperlinga

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LAZZARO SPALLANZANI, UNO SCIENZIATO PROTEIFORME

LAZZARO SPALLANZANI, UNO SCIENZIATO PROTEIFORME

L’emergenza sanitaria causata dal Coronavirus cinese ha fatto balzare prepotentemente alla ribalta il nome di Lazzaro Spallanzani. Nella durissima lotta contro il micidiale Covid-19, infatti, è impegnato in prima linea uno dei ventuno istituti pubblici italiani di ricovero e cura a carattere scientifico, che poi altro non sono che veri e propri ospedali nei quali si svolgono attività di ricerca clinica e di gestione dei servizi sanitari: l’Istituto nazionale per le malattie infettive intitolato alla memoria di Lazzaro Spallanzani, che ha sede a Roma. Tutte le città italiane gli hanno dedicato scuole, strade, viali, piazze, tranne la città di Catania, che gli ha intitolato un vicolo cieco lungo appena 25 metri, in via Nuovalucello. La sua città natale, Scandiano, in provincia di Reggio Emilia, lo ricorda con un monumento e un osservatorio astronomico con tre cupole. Sempre in campo astronomico, in suo onore sono stati denominati un asteroide, “10350 Spallanzani”, scoperto nel 1992 dall’astronomo belga Eric Walter Elst, un cratere sul pianeta Marte e uno sulla Luna. A lui, gli zoologi, hanno dedicato una specie di Anellide Polichete, l’elegante spirografo Sabella spallanzanii.

Ma chi era Lazzaro Spallanzani? Di quali glorie scientifiche si coprì? Certamente, non fu un Carneade qualsiasi, ma fu un grande scienziato vissuto nel secolo dei Lumi. Nacque nel 1729 e, a quindici anni, entrò nel collegio dei gesuiti di Reggio Emilia, dove seguì i corsi di Filosofia e di Retorica. Studiò all’Università di Bologna, dove, dopo aver abbandonato gli studi giuridici che aveva inizialmente intrapreso, si dedicò alla Filosofia naturale e, nel 1753 (o 1754), conseguì la laurea in Biologia. Nel 1762 prese gli ordini sacerdotali e, l’anno successivo, si trasferì a Modena, dove insegnò Filosofia e Retorica all’Università e Matematica e Greco nel Collegio San Carlo. Nel novembre del 1769 fu nominato professore di Storia Naturale all’Università di Pavia, città in cui visse e operò per trent’anni, fino al giorno della sua morte, avvenuta nella notte tra l’11 e il 12 febbraio del 1799.  A Pavia, la sua vita fu divisa fra la docenza, la direzione del Museo di Storia naturale e i viaggi scientifici, alcuni dei quali avventurosi, come quello che effettuò, tra il 1785 e il 1786, a Costantinopoli e, due anni dopo, nelle Due Sicilie, di cui scrisse il volumetto “Viaggi alle due Sicilie”, i primi due capitoli del quale sono dedicati alla “Visita al Vesuvio” e alla “Visita al Monte Etna” (soggiornerà per trentacinque giorni alle isole Eolie, come ricorda una epigrafe a Lipari, perché il bastimento francese diretto a Messina su cui era imbarcato doveva fare un carico di pomice eoliana). Spallanzani non può fare a meno di paragonare i due vulcani: “Quantunque il Vesuvio per se stesso considerato debba dirsi un insigne Vulcano (…), pur nondimanco ove vogliasi all’Etna paragonare, perde assaissimo (sic! n.d.r.) di sua fama, e si rimpicciolisce per guisa, che oserei quasi nomarlo un Vulcano da Gabinetto”. Dopo, non trascura di ricordare la devastante eruzione del 1669, la cui lava “(…) squarciato un fianco dell’Etna, inondò con infinita rovina uno spazio di quattordici miglia in lunghezza, sopra tre o quattro in larghezza, e soperchiate le mura di Catania, e coperta una parte di lei, andò in fine a precipitarsi nel mare (…). Esaminati per qualche tempo i contorni di Catania col Cavaliere Gioeni (…) mi avviai la mattina del 3 di  settembre al Monte Etna, accompagnato tra gli altri da Carmelo Pugliesi (o Puglisi? n.d.r.) e Domenico Mazzagaglia (o Mazzaglia? n.d.r.), due guide peritissime di quelle strade”. Dopo l’ascesa ai Monti Rossi (“e penai a salirlo, per il profondarsi in essa fino al ginocchio il piede”), Spallanzani esplora minutamente “questo Monte bivertice su la cima” e ne descrive le lave. “Prima che finisse il giorno – continua Spallanzani – giunsi alla Grotta delle Capre, tanto ricantata, quantunque non dia che un meschino alloggiamento di foglie, e di paglia per restarvi la notte, ma che nondimanco è il solo per chi desidera trovarsi di buon mattino alla cima dell’Etna, che ne è distante otto miglia”. La grotta delle Capre suscitò l’interesse di Spallanzani e, dopo aver precisato che, prima di lui, l’hanno “così chiamata per chiudervi dentro le Capre ne’ tempi piovosi (…), ma nessuno ha indicata la natura della lava formatrice di questa Spelonca (…) a base di roccia cornea, che ha grana terrosa, e che quantunque non iscarseggi di picciole vacuità, ha notabile durezza”, dà una  singolare spiegazione sull’origine della cavità, che “non è già lavorio delle acque piovane, ma sibbene un prodotto dei gas elastici delle lave quando eran liquide, i quali in esse cagionato hanno quel vuoto, siccome altrove per egual modo generato ne hanno altri assaissimi, di che forse parleremo a miglior luogo”. Lasciata la “Regione mezzana lussureggiante di vegetazione”, Spallanzani narra la prosecuzione del suo viaggio verso il cratere centrale dell’Etna: “(…) m’inoltrai nella Sublime, ignuda di piante, salvo diversi cespugli raramente seminati (…). Io era a quattro miglia dagli orli del gran cratere, quando cominciai a passare dalle tenebre della notte alla luce del giorno (…). Allora fu che cominciarono a cadermi sott’occhi gli effetti della eruzione dell’Etna, avvenuta nel Luglio del 1787, e accuratamente descritta dal Cavaliere Gioeni, voglio dire un velo di nere scorie sottili, ma che a poco a poco che mi accostava al sommo della Montagna si facevan più grosse, e componevano uno strato di molti palmi (…)”. Alla fine, Spallanzani, riesce a raggiungere il cratere centrale, la giornata è limpida “ridente era il cielo, liberato dalle nevi il Monte, non incomoda la temperatura dell’atmosfera, marcando il termometro gradi 7 sopra il gelo, quando colà giunsi (…)”.

Ma torniamo a Spallanzani ricercatore di laboratorio. Fu uno scienziato proteiforme. I suoi orizzonti scientifici furono molto vasti e abbracciarono la Biologia, Geologia, Mineralogia, Chimica, Fisica, Meteorologia, Climatologia, Idrologia e Paleontologia. Fu, insomma, un vero “filosofo della Natura”, come si diceva a quel tempo. Ma, per le sue importanti ricerche e scoperte, è unanimemente riconosciuto come il padre della Biologia moderna. Scoprì il succo gastrico e dimostrò come il processo digestivo non consista solo nella semplice triturazione meccanica del cibo, ma anche in un processo chimico che avviene nello stomaco, necessario per consentire l’assorbimento delle sostanze nutritive. Effettuò ricerche sulla fecondazione artificiale usando uova di rana e di rospo. Sperimentò la rigenerazione di organi tagliando lombrichi, idre, salamandre, girini e lumache. Studiò la criptobiosi, che è uno stato di vita con assenza di metabolismo nel quale entrano alcuni organismi (Tardigradi, per esempio) se si trovano in condizioni ambientali avverse. Dimostrò sperimentalmente l’esistenza dei capillari e degli scambi gassosi respiratori nel sangue. Si occupò del volo dei pipistrelli, i quali dopo averli accecati con una poltiglia di vischio vide che continuavano a volare al buio, ma non erano in grado di orientarsi se gli tappava le orecchie, facendogli ipotizzare che questi mammiferi volatori fossero dotati di “un nuovo senso”, supposizione che sarà smentita dalle ricerche del giovane naturalista svizzero Louis Jurine, il quale riuscì a dimostrare che era l’udito l’organo che consentiva la localizzazione di ostacoli da evitare, prede da catturare e predatori da cui sfuggire (saggiamente, Spallanzani ne prese atto “quantunque dapprima pensassi diversamente”).

Tra i numerosi esperimenti e scoperte di grande importanza scientifica sicuramente meritano un posto di primissimo piano quelli che consentirono a Spallanzani di sferrare un colpo mortale alla teoria della generazione spontanea o abiogenesi. Cominciò a occuparsene nel 1761 e, dopo quattro anni di ricerche, riuscì a determinarne l’assoluta infondatezza pubblicando i risultati nel “Saggio di osservazioni Microscopiche sul Sistema della Generazione dei Signori di Needham e Buffon”. Ma ricostruiamo i fatti sin dall’inizio. Fino al XVII secolo, era opinione diffusa che la vita potesse nascere spontaneamente dalla materia inanimata, vale a dire che gli esseri viventi potessero nascere dal fango o da materia organica in putrefazione: crini di cavallo che se cadevano in una pozzanghera si animavano tramutandosi in vermi, un pezzo di carne dimenticato sul davanzale di una finestra generava i vermi, e altre amenità simili discorrendo. Nel 1668, questa assurda teoria fu confutata da un altro gigante della Biologia: il medico e naturalista toscano Francesco Redi, che dimostrò sperimentalmente che i vermi altro non erano che larve di mosche. Argomentò, Redi, che le larve nascevano solo là dove le mosche avevano potuto depositare le uova. Chiudendo ermeticamente il recipiente con la carne, infatti, alle mosche veniva impedito di deporre le loro uova. La questione sembrava archiviata, nonostante le obiezioni dei detrattori di Redi, secondo i quali la carne sigillata nel contenitore non brulicava di vermi perché la chiusura ermetica aveva impedito l’accesso di un inafferrabile “spirito vitale”. Qualche anno dopo, però, la generazione spontanea tornò ancora in auge e balzò al centro delle discussioni filosofico-scientifiche. L’olandese Antoni van Leeuwenhoek, tra il 1673 e il 1677, con l’uso del microscopio autocostruito scopre gli “animalucci delle infusioni”, piccoli organismi (Protozoi, Rotiferi, Nematodi, Briozoi) che si sviluppano nelle infusioni vegetali. L’inglese John Needham, che era un convinto sostenitore della generazione spontanea, nel corso dei suoi esperimenti faceva bollire per breve tempo una miscela brodosa e, dopo averla raffreddata in un contenitore aperto a temperatura ambiente, sigillava le bottiglie. Dopo pochi giorni, si accorgeva che nei contenitori erano presenti dei microbi, a dimostrazione che esisteva una “forza vitale” che induceva una generazione spontanea. I suoi esperimenti non convinsero Lazzaro Spallanzani, che con una serie di esperimenti sottopose a una prolungata bollitura le infusioni vegetali e animali. Sigillando accuratamente i contenitori, in essi non era presente alcun microrganismo, dimostrando così l’inesistenza dello “spirito vitale”. Ciò nonostante, agli inizi dell’Ottocento, ancora una volta la teoria della generazione spontanea rialza la cresta. Tra i suoi più convinti sostenitori, i francesi Étienne Geoffroy Saint-Hilaire e Jean-Baptiste de Lamarck, entrambi convinti che le forme di vita più semplici potevano essere generati da materia inanimata. Il dibattito scientifico infuriò e quando divenne troppo vivace, l’Accademia delle Scienze di Parigi mise in palio un premio da assegnare allo scienziato che fosse stato in grado di scrivere la parola fine sull’argomento. Il premio fu vinto, nel 1864, dal grande biologo francese Louis Pasteur, che con un semplice esperimento riuscì a mettere tutti d’accordo sull’inesistenza della generazione spontanea. Per i suoi esperimenti, Pasteur utilizzò delle ampolle di vetro alcune col collo dritto, altre col collo forgiato a oca. Entrambe le ampolle erano lasciate aperte, in modo che sia l’aria sia il fantomatico “spirito vitale” potessero liberamente transitare. Poi, bollì a lungo il contenuto dei matracci in modo da sterilizzarne il contenuto e dimostrò che i microrganismi erano presenti soltanto nelle ampolle col collo dritto, che permetteva agli agenti contaminanti di depositarsi nel brodo di coltura, mentre in quelle col collo a “S” risultavano incontaminate perché le spore batteriche non superavano la curvatura. Il commento di Pasteur alla Sorbona di Parigi fu lapidario: “Mai la teoria della generazione spontanea potrà risollevarsi dal colpo mortale inflittole da questo semplice esperimento”.

GIUSEPPE SPERLINGA

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Lazzaro Spallanzani (ou Spalanzani, 1729-1799), biologiste italien, faisant des expŽriences sur la digestion chez les oiseaux. d'aprs "La Ciencia y sus Hombres par Louis Figuier" Barcelona 1881

Lazzaro Spallanzani (ou Spalanzani, 1729-1799), biologiste italien, faisant des expŽriences sur la digestion chez les oiseaux. d’aprs “La Ciencia y sus Hombres par Louis Figuier” Barcelona 1881

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http://home.tiscalinet.ch/biografien/biografien/spallanzani.htm

http://home.tiscalinet.ch/biografien/biografien/spallanzani.htm