Stelle e Ambiente

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TORNERA’ A FUNZIONARE L’OTTOCENTESCO OROLOGIO SOLARE A ORE ITALICHE DI VALVERDE (CT)

 

Presto tornerà agli antichi splendori l’ottocentesco orologio solare a ore italiche di corso Vittorio Emanuele III di Valverde (CT). Il sindaco architetto Angelo Spina e l’assessora Maria Carmela Gammino, mostrando una straordinaria sensibilità culturale che raramente abbiamo constatato, in oltre 40 anni, nella stragrande maggioranza di amministratori comunali con i quali sono stato in contatto, hanno dato il via libera al progetto di restauro conservativo proposto dall’associazione Stelle e Ambiente ed elaborato dal geometra Michele Trobia, esperto di Gnomonica e progettista di quadranti solari. A eseguire il restauro conservativo sarà la ditta Calvagna di Aci S. Antonio.
Ne dà notizia il quotidiano “La Sicilia” di oggi, martedì 20 ottobre 2020, con un articolo a firma dell’amico e collega Carmelo Di Mauro, corrispondente da Valverde, che ringrazio per la collaborazione.
Qui di seguito, il testo della richiesta di intervento al sindaco Spina
per recuperare l’antico orologio solare che risale al 1854 inviata da chi scrive nella qualità di presidente di Stelle e Ambiente.
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Gentile Signor Sindaco,
come Le è noto, i quadranti solari, comunemente chiamati “orologi solari”, sono strumenti che fin dai tempi più antichi e fino alla metà del XIX secolo hanno consentito all’uomo di scandire il tempo per regolare le attività della propria vita quotidiana.
Anche se intorno al XV–XVI secolo cominciarono a fiorire i primi orologi meccanici da torre, l’uomo ebbe sempre bisogno di regolare i meccanismi degli ingranaggi con un Orologio solare. I Quadranti solari, dunque, sono dei reperti storici di altissimo valore storico-didattico che spiegano la storia della evoluzione del tempo, che è pure la storia dell’evoluzione del pensiero umano.
Spiegare alla gente, e soprattutto alle scolaresche, come funziona un quadrante solare con il movimento apparente del Sole attorno alla Terra significa spiegare loro come funziona l’universo che ci circonda. L’orologio solare contiene tutti gli elementi di base della Meccanica celeste e, soprattutto, del movimento del Sole nel segnare l’ora nei vari periodi e stagioni dell’anno. Tutte le Istituzioni civiche che hanno trovato e restaurato questi “strumenti” hanno voluto recuperare, per la comunità, uno strumento da leggere, capire e tornare indietro nel tempo per comprendere come si è arrivati a scandire il tempo oggi.
I primi quadranti furono quelli a “ore canoniche” e furono realizzati nei conventi a uso dei monaci per regolare la loro vita secondo la regola benedettina “Ora et labora”. Le ore canoniche sono un’antica suddivisione della giornata sviluppata nella Chiesa cattolica per la preghiera in comune. Più precisamente, le 6 corrispondevano l’Ora Prima; le 9 all’Ora Terza; le 12 all’Ora Sesta; le 15 all’Ora Nona; al tramonto, i Vespri.
Gli orologi solari a “ore italiche”, invece, segnavano le ore del giorno a partire dal tramonto del Sole del giorno precedente. Vale a dire, l’ora 24 coincidente con l’ora 0, e dunque l’inizio della giornata, era coincidente con il tramonto del Sole. Ciò perché a quei tempi, al tramonto del Sole, l’attività e la vita dell’uomo terminava per ricominciare al sorgere del Sole del giorno dopo. A differenza della suddivisione delle ore moderne, a partire dalla mezzanotte, le ore italiche erano differenti di 6 ore con le ore moderne. Per esempio, le ore 22 del quadrante italico corrispondono alle ore 16 del nostro orologio moderno, le ore 23 alle ore 17 e così via. Tali quadranti solari non sono molto diffusi nel territorio siciliano. Uno di essi, risalente al 1854, si trova collocato sul prospetto di un edificio privato di Corso Vittorio Emanuele III, nei pressi del civico 124, di Valverde (Ct). Esso, purtroppo, non è perfettamente funzionante, andrebbe restaurato e riportato all’antico splendore e restituito alla visibilità dei cittadini di Valverde, perché pur essendo situato sulla parete di una proprietà privata è pur sempre uno strumento di grande rilevanza culturale che utilizzarono i nostri avi per la misura del tempo con le ombre del Sole.
Esiste un Catalogo nazionale dove sono inseriti tutti gli orologi solari d’Italia. In Sicilia, sono stati censiti 73 Comuni per un totale di 196 Orologi solari. Nel Catanese sono stati censiti i Comuni di Catania, Aci Catena, Acireale, Gravina di Catania, Mineo, Pedara e Trecastagni. Si potrebbe, ora, aggiungere pure Valverde.
Al fine di preservare il quadrante solare a Ore italiche di Valverde dal degrado causato dalle intemperie e da altri fenomeni naturali, l’Associazione “Stelle e Ambiente” per la ricerca e la divulgazione astronomica e ambientale “Marcello La Greca” di Catania, che ho l’onore di presiedere, chiede all’Amministrazione Comunale di Valverde da Ella presieduta di autorizzare sia il restauro conservativo del prezioso manufatto sia la realizzazione di un nuovo quadrante a ore italiche da collocare nello spazio sottostante a quello ottocentesco, nonché di provvedere alla copertura degli oneri finanziari che l’intervento richiede.
In questa prospettiva, certi del benevolo accoglimento della presente richiesta, si trascrive qui di seguito il progetto per la realizzazione del secondo orologio solare a ore italiche di Corso Vittorio Emanuele III redatto dal geometra Michele Trobia, esperto di Gnomonica e progettista di quadranti solari, e si allega alla presente il relativo preventivo di spesa per il restauro conservativo a cura del Laboratorio Conservazione Beni Culturali “Calvagna Giovanni” di Aci Sant’Antonio (CT), precisando che nulla è dovuto all’associazione “Stelle e Ambiente” per la collaborazione scientifica prestata essendo un sodalizio culturale che non persegue fini di lucro.
Spese generali e opere necessarie per la progettazione e restauro del “quadrante solare” del 1854 e del nuovo “quadrante a ore Italiche” da collocare nella parte sottostante a quello restaurato e collocati in corso Vittorio Emanuele III presso il civico 124.
Il restauro è proposto dall’Associazione “Stelle e Ambiente” di Catania nella persona del suo Presidente Prof. Giuseppe Sperlinga, il progettista del nuovo orologio solare a ore italiche è il geometra Michele Trobia, la ditta che eseguirà il restauro conservativo dell’orologio solare a ore italiche del 1854 è il Laboratorio Conservazione Beni Culturali “Calvagna Giovanni” di Aci Sant’Antonio.
● Preventive misurazioni, diradate nel tempo, per la esatta determinazione della declinazione della parete secondo i punti cardinali.
● Rilievo dello stato attuale del quadrante inciso nel muro
● Calcolo della lunghezza dello stilo da applicare al quadrante restaurato per ripristinare, anche se approssimativamente, le rette orarie già incise.
● Progettazione, disegni e copie per il quadrante da restaurare
● Progettazione, disegni e copie per il nuovo “quadrante” solare a ore “italiche” con le “Tabelle” relative ai vari elementi identificativi geograficamente e gnomonicamente, riguardanti il quadrante stesso.
● Fornitura degli “stilo” per entrambi i quadranti
● Assistenza in loco ai restauratori durante tutto il periodo dei lavori di restauro.
● Assistenza in loco per la perfetta collocazione degli “stilo” e per la posizione del nuovo quadrante onde assicurare il suo perfetto funzionamento.
● Preparazione della bozza della brochure con riportate, sinteticamente, tutte le indicazioni e le caratteristiche principali riguardanti il “quadrante solare”.
Note
1) La brochure sarà consegnata al Comune di Valverde in bozza e sarà cura dello stesso provvedere, se lo ritiene opportuno, dopo avere inserito sulla stessa una sintetica recensione da parte delle autorità promotori culturali dell’opera, alla sua stampa in tipografia.
2) Durante la collocazione del nuovo quadrante e delle tabelle pertinenti sarà cura del Comune coadiuvare lo gnomonista fornendo la collaborazione di due o tre operai specializzati, con le attrezzature necessarie, per la loro perfetta collocazione che sarà sempre eseguita sotto la responsabilità dello gnomonista.
3) Sarà compito del Comune e sotto la sua completa responsabilità assicurare, con sistemi e mezzi propri, durante tutto il periodo del lavoro di restauro e di collocazione del nuovo quadrante, la sicurezza degli addetti ai lavori e dei cittadini che transitano nelle vicinanze.
4) Dopo l’approvazione del progetto di cui sopra e dello stanziamento delle somme necessarie sarà cura del Comune, attraverso un suo rappresentante, prendere contatti diretti sia con il Laboratorio di restauro sia con la ditta per la stampa dei nuovi quadranti, di cui al preventivo, per stabilire gli accordi economici direttamente fra Ente Committente e ditte esecutrici delle opere.
5) In seguito alla proposta avanzata al Comune dall’Associazione Stelle e Ambiente per il restauro del quadrante solare, si fa presente altresì che per il restauro e la collocazione del nuovo quadrante e delle Tabelle esplicative a esso allegate si procederà occupando parte del prospetto al di sotto del quadrante esistente. Per la collocazione delle Tabelle n° 3 della misura di cm.25 x cm. 35 si dovrà occupare una piccola parte del prospetto alla destra del quadrante esistente e precisamente in quel tratto subito dopo il balcone e dove verticalmente è collocato il pluviale per lo scolo delle acque piovane.
6) L’esigenza di realizzare in basso il secondo quadrante solare nasce dal fatto che il quadrante solare inciso sul muro, che porta la data del 1854, non è perfettamente funzionante perché, verosimilmente, è stato costruito da un appassionato amatore di astronomia e gnomonica, ma un po’ lontano dalle regole e dagli algoritmi elementari della Gnomonica. Di questi casi molti sono gli esempi in Italia, in Sicilia e soprattutto nelle nostre zone. Di tutto ciò se ne parlerà diffusamente nella relazione espositiva. Rimane, pertanto, il valore storico della costruzione, che risale al 1854 e che pone la città di Valverde tra quelle, in Italia, che hanno sentito culturalmente il bisogno di immortalare quel tipo di suddivisione delle ore giornaliere ancora in uso in molte parti d’Italia.
7) Sarà cura dello gnomonista preparare un “Power Point” con proiezioni di slides per commentare, in una sala proposta dal Comune, ovviamente subito dopo l’inaugurazione, il tipo di opera restaurata, quella di nuova costruzione, i motivi del restauro e il valore storico-didattico di esse opere nella Storia della evoluzione del tempo nel corso dei secoli.
In questa prospettiva, certi del benevolo accoglimento della presente richiesta, alleghiamo alla presente il preventivo di spesa per il restauro conservativo dell’orologio solare a ore italiche di Corso Vittorio Emanuele III, precisando che nulla è dovuto all’associazione “Stelle e Ambiente” per la collaborazione scientifica prestata essendo un sodalizio culturale che non persegue fini di lucro.
Con viva cordialità
 
Il Presidente
Prof. Giuseppe Sperlinga
 
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Prof. Giuseppe Sperlinga
Presidente associazione Stelle e Ambiente
Giornalista pubblicista scientifico collaboratore del quotidiano “La Sicilia” di Catania (Tessera Ordine Nazionale dei Giornalisti n. 61948)
Già Direttore delle Riserve Naturali Integrali “Grotta Monello” (Siracusa) e “Grotta Palombara” (Melilli) dell’Università di Catania
giuseppe.sperlinga@libero.it – giuseppesperlinga@pecgiornalisti.it
Cell. 3402161035 (WhatsApp)

 

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L’OPPOSIZIONE DI MARTE NEL CIELO DI OTTOBRE 2020

CIELO DI OTTOBRE CON MARTE IN OPPOSIZIONE E CINQUE FASI LUNARI

Sarà Marte il vero protagonista del cielo di ottobre. Il pianeta rosso, infatti, sarà osservabile per tutta la notte e la sera del 13 sarà in opposizione, vale a dire in direzione opposta al Sole. In altre parole, Sole, Terra e Marte saranno allineati e, avendo il pianeta rosso superato sette giorni prima il perielio (62 milioni di chilometri dalla nostra stella diurna), si mostrerà più grande del solito e brillerà come un grosso rubino, sarà talmente luminoso da superare persino Giove, entrambi superati soltanto da Venere, che sarà l’oggetto più brillante del cielo, a oriente, prima dell’alba. Marte raggiunge la minima distanza dal Sole (il perielio, appunto) ogni 26 mesi. Quella del 13 ottobre, però, non sarà una opposizione come le altre in passato, perché Marte avrà un diametro angolare di 22,4 secondi d’arco, cioè appena due in meno della grande opposizione del 27 luglio 2018, quando il pianeta si trovò a 57,6 milioni di chilometri dal Sole. Cosa fare per seguire l’evento marziano è presto detto: al tramonto del Sole, vedremo sorgere Marte dalla parte opposta, nel cielo orientale, durante la serata lo vedremo spostarsi per culminare a Sud nelle ore centrali della notte e tuffarsi a occidente prima dell’alba. Per poter apprezzare le principali caratteristiche del pianeta rosso con un certo dettaglio, il bravo Walter Ferreri consiglia l’uso di un ingrandimento di almeno 200x, che può essere fornito, mantenendo una buona nitidezza e luminosità, da telescopi a lenti (rifrattori) da almeno 10-12 cm di diametro o da quelli a specchio (riflettori) da almeno 15 cm. Gli appassionati del cielo non si lasceranno di sicuro sfuggire questa favorevole occasione per puntare verso Marte i loro telescopi e macchine fotografiche, perché la prossima volta un evento così favorevole capiterà nel 2035. Fosse ancora tra noi, il “marziano” Luigi Prestinenza (sempre attuale il suo volume “Marte tra storia e leggenda” con la prefazione della celebre astrofisica Margherita Hack edito nel 2004 dalla editrice Utet), la sera del 13, l’avremmo sicuramente trovato nel suo osservatorio privato di Pedara intento a scrutare il “suo” pianeta. Uno sguardo, adesso, agli altri pianeti e alla Luna. Mercurio sarà difficile da osservare, Saturno sarà visibile nella prima parte della notte, Urano e Nettuno sono osservabili per tutta la notte. In ottobre, si verificheranno cinque fasi lunari: due pleniluni l’1 e il 31, l’ultimo quarto il 10, il novilunio il 16 e il primo quarto il 23. La Luna del 31 ottobre, essendo la seconda Luna Piena del mese è detta “Luna blu”, la “Blue Moon” degli anglosassoni, i quali per indicare un evento raro popolarmente amano dire “once in a blu moon” (“una volta ogni luna blu”), quindi il nostro satellite naturale non muterà affatto il suo argenteo colore.

Nel cielo occidentale, sono ormai prossime al tramonto le costellazioni del Boote con la luminosa Arturo, l’Ofiuco (la tredicesima costellazione che non ha diritto di cittadinanza negli oroscopi) ed Ercole, nonché l’asterismo del Triangolo Estivo ai cui vertici vi sono Altair dell’Aquila, Vega della Lira e Deneb del Cigno. Dall’altra parte del cielo, a oriente, fa capolino il Toro con la rossa Aldebaran e le Pleiadi, teste di ponte delle costellazioni che domineranno il cielo invernale, mentre a sud spiccano i Pesci, l’Acquario, il Capricorno e il Sagittario che si avvia verso il tramonto. A nord, come di consueto, sono facilmente riconoscibili le costellazioni circumpolari che non sorgono e non tramontano: le due Orse, la “W” di Cassiopea, la “casetta” di Cefeo, il Grande Quadrato di Pegaso con accanto Andromeda con la celeberrima galassia spirale omonima M31, distante da noi 2,5 milioni di anni luce (un anno luce corrisponde a novemila miliardi e mezzo di chilometri), ha un diametro di circa 200.000 anni luce, contiene duecento miliardi di stelle, ed è l’unica visibile a occhio nudo, se osservata da località prive di inquinamento luminoso.

Concludiamo segnalando i due sciami meteorici che solcheranno il cielo di ottobre: sono le cosiddette “stelle cadenti” delle Draconidi, note anche come Giacobinidi, aventi il punto dal quale sembrano provenire tutte le scie (radiante) sito nella testa della costellazione del Dragone, visibili nelle ore serali tra l’8 e il 10 ottobre; le Orionidi, invece, sono visibili dal 2 ottobre al 7 novembre, ma il picco si verifica tra il 21 e il 22 ottobre. Lo sciame ha origine dal materiale lasciato dalla cometa di Halley e il suo radiante si trova nei pressi di Betelgeuse, la seconda stella più luminosa dopo Rigel della costellazione di Orione. Le meteore di questo sciame sfrecciano alla velocità di 250 mila chilometri orari con punte di 20 meteore all’ora durante il picco di attività.

GIUSEPPE SPERLINGA

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IN RICORDO DI LUIGI PRESTINENZA

IN RICORDO DI LUIGI PRESTINENZA

 Il quotidiano “La Sicilia” di oggi, venerdì 11 settembre 2020, pubblica la consueta rubrica mensile di divulgazione astronomica dedicata al cielo di settembre ideata e curata per oltre mezzo secolo dal giornalista-astrofilo Luigi Prestinenza, che firmava con lo pseudonimo “Scrutator”, moltissimi lettori del giornale lo ricordano ancora.

Prestinenza è scomparso il 4 settembre del 2012, all’età di 83 anni. Autentico maestro di giornalismo sportivo e scientifico, alla cui scuola si formarono bravi professionisti tuttora in attività, fu Caposervizio allo Sport del quotidiano “La Sicilia” di Catania, inviato speciale alle Olimpiadi e ai campionati europei e mondiali di calcio.

Ma Prestinenza fu, soprattutto, un uomo di Cultura, perché visse e si nutrì di Cultura che spaziava dal versante storico-artistico-letterario a quello scientifico e tecnologico, riconoscendo alla Scienza il ruolo di corrente di pensiero e polemizzando con coloro i quali sostenevano l’assurdo e insensato dualismo delle “due Culture”. Forte di una solida preparazione scientifica pur avendo seguito studi universitari storici e filosofici (superò tutte le materie con il massimo dei voti, tranne due con 29, ma non trovò mai il tempo di andare a discutere la tesi pronta!), divenne un brillante e preparatissimo giornalista scientifico, collaborò con l’inserto “Tuttoscienze” de “La Stampa” di Torino, le riviste di divulgazione astronomica “L’Astronomia” e “Le Stelle”, fondate dai suoi due carissimi amici Corrado Lamberti e la celebre astrofisica triestina Margherita Hack. Negli anni Novanta del secolo scorso ideò e curò la pagina di divulgazione scientifica a cadenza settimanale del quotidiano “La Sicilia”.

Prestinenza fu pure un fine scrittore, autore di due libri a carattere astronomico: “Marte tra storia e leggenda” (Utet) e “La scoperta dei pianeti” (Gremese), entrambi con la prefazione di Margherita Hack. Ne “La scoperta dei pianeti” mi ha coinvolto sia come critico revisore dei testi, sia come curatore di tre box specialistici e di approfondimento.

Fondò due associazioni aventi finalità divulgative in campo astronomico: il Gruppo astrofili catanesi (1977) e “Stelle e Ambiente” (2003). Divulgò l’Astronomia nelle scuole di ogni ordine e grado dell’intera Sicilia, andava ovunque l’invitassero presidi e professori, tenne migliaia di conferenze e seminari, partecipò a convegni in tutto il territorio nazionale, collaborò assiduamente con l’Osservatorio Astrofisico di Catania.

Fu nemico giurato di tutto ciò che è fondato su basi irrazionali e fantasiose, come l’Astrologia e l’Ufologia, che spacciano fandonie per verità rivelate.

Fu contrario alla politica culturale dell’effimero e si batté affinché la città di Catania si dotasse di due strutture culturali stabili fondamentali per la divulgazione scientifica: il Museo civico di Storia Naturale e il civico Planetario dotato di un Osservatorio astronomico. In questa dura lotta trentennale contro l’ignavia e l’incultura dei politici che hanno amministrato la città etnea, fu affiancato dagli indimenticabili professori Marcello La Greca e Salvatore Cucuzza Silvestri, oltre che da moltissimi altri docenti universitari e uomini di cultura, tra i quali chi scrive, ma i risultati, purtroppo, non giunsero mai e Catania, città capoluogo alle falde del maggior vulcano attivo europeo, l’Etna, continua a essere senza un museo vulcanologico, i pochi musei scientifici sono strutture universitarie sempre chiuse al pubblico e ai turisti nei giorni festivi e pressoché sconosciute.

Nonostante fosse impegnato su più fronti culturali, Prestinenza non smise mai di osservare il cielo sia dal suo piccolo osservatorio di Pedara (un casotto con tetto scorrevole all’interno del quale poteva disporre di due pregevoli telescopi con i quali non trascurava mai di osservare Marte, il pianeta rosso che albergò sempre nel suo cuore), sia – soprattutto negli ultimi tempi della sua vita – dal balcone di casa di via Eleonora d’Angiò.

Per il prezioso contributo alla crescita culturale di Catania, a Luigi Prestinenza andrebbero dedicate una strada o piazza cittadine e il riconoscimento della Laurea Honoris Causa alla memoria da parte dell’Università degli Studi di Catania.

Giuseppe Sperlinga

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LAZZARO SPALLANZANI, UNO SCIENZIATO PROTEIFORME

LAZZARO SPALLANZANI, UNO SCIENZIATO PROTEIFORME

L’emergenza sanitaria causata dal Coronavirus cinese ha fatto balzare prepotentemente alla ribalta il nome di Lazzaro Spallanzani. Nella durissima lotta contro il micidiale Covid-19, infatti, è impegnato in prima linea uno dei ventuno istituti pubblici italiani di ricovero e cura a carattere scientifico, che poi altro non sono che veri e propri ospedali nei quali si svolgono attività di ricerca clinica e di gestione dei servizi sanitari: l’Istituto nazionale per le malattie infettive intitolato alla memoria di Lazzaro Spallanzani, che ha sede a Roma. Tutte le città italiane gli hanno dedicato scuole, strade, viali, piazze, tranne la città di Catania, che gli ha intitolato un vicolo cieco lungo appena 25 metri, in via Nuovalucello. La sua città natale, Scandiano, in provincia di Reggio Emilia, lo ricorda con un monumento e un osservatorio astronomico con tre cupole. Sempre in campo astronomico, in suo onore sono stati denominati un asteroide, “10350 Spallanzani”, scoperto nel 1992 dall’astronomo belga Eric Walter Elst, un cratere sul pianeta Marte e uno sulla Luna. A lui, gli zoologi, hanno dedicato una specie di Anellide Polichete, l’elegante spirografo Sabella spallanzanii.

Ma chi era Lazzaro Spallanzani? Di quali glorie scientifiche si coprì? Certamente, non fu un Carneade qualsiasi, ma fu un grande scienziato vissuto nel secolo dei Lumi. Nacque nel 1729 e, a quindici anni, entrò nel collegio dei gesuiti di Reggio Emilia, dove seguì i corsi di Filosofia e di Retorica. Studiò all’Università di Bologna, dove, dopo aver abbandonato gli studi giuridici che aveva inizialmente intrapreso, si dedicò alla Filosofia naturale e, nel 1753 (o 1754), conseguì la laurea in Biologia. Nel 1762 prese gli ordini sacerdotali e, l’anno successivo, si trasferì a Modena, dove insegnò Filosofia e Retorica all’Università e Matematica e Greco nel Collegio San Carlo. Nel novembre del 1769 fu nominato professore di Storia Naturale all’Università di Pavia, città in cui visse e operò per trent’anni, fino al giorno della sua morte, avvenuta nella notte tra l’11 e il 12 febbraio del 1799.  A Pavia, la sua vita fu divisa fra la docenza, la direzione del Museo di Storia naturale e i viaggi scientifici, alcuni dei quali avventurosi, come quello che effettuò, tra il 1785 e il 1786, a Costantinopoli e, due anni dopo, nelle Due Sicilie, di cui scrisse il volumetto “Viaggi alle due Sicilie”, i primi due capitoli del quale sono dedicati alla “Visita al Vesuvio” e alla “Visita al Monte Etna” (soggiornerà per trentacinque giorni alle isole Eolie, come ricorda una epigrafe a Lipari, perché il bastimento francese diretto a Messina su cui era imbarcato doveva fare un carico di pomice eoliana). Spallanzani non può fare a meno di paragonare i due vulcani: “Quantunque il Vesuvio per se stesso considerato debba dirsi un insigne Vulcano (…), pur nondimanco ove vogliasi all’Etna paragonare, perde assaissimo (sic! n.d.r.) di sua fama, e si rimpicciolisce per guisa, che oserei quasi nomarlo un Vulcano da Gabinetto”. Dopo, non trascura di ricordare la devastante eruzione del 1669, la cui lava “(…) squarciato un fianco dell’Etna, inondò con infinita rovina uno spazio di quattordici miglia in lunghezza, sopra tre o quattro in larghezza, e soperchiate le mura di Catania, e coperta una parte di lei, andò in fine a precipitarsi nel mare (…). Esaminati per qualche tempo i contorni di Catania col Cavaliere Gioeni (…) mi avviai la mattina del 3 di  settembre al Monte Etna, accompagnato tra gli altri da Carmelo Pugliesi (o Puglisi? n.d.r.) e Domenico Mazzagaglia (o Mazzaglia? n.d.r.), due guide peritissime di quelle strade”. Dopo l’ascesa ai Monti Rossi (“e penai a salirlo, per il profondarsi in essa fino al ginocchio il piede”), Spallanzani esplora minutamente “questo Monte bivertice su la cima” e ne descrive le lave. “Prima che finisse il giorno – continua Spallanzani – giunsi alla Grotta delle Capre, tanto ricantata, quantunque non dia che un meschino alloggiamento di foglie, e di paglia per restarvi la notte, ma che nondimanco è il solo per chi desidera trovarsi di buon mattino alla cima dell’Etna, che ne è distante otto miglia”. La grotta delle Capre suscitò l’interesse di Spallanzani e, dopo aver precisato che, prima di lui, l’hanno “così chiamata per chiudervi dentro le Capre ne’ tempi piovosi (…), ma nessuno ha indicata la natura della lava formatrice di questa Spelonca (…) a base di roccia cornea, che ha grana terrosa, e che quantunque non iscarseggi di picciole vacuità, ha notabile durezza”, dà una  singolare spiegazione sull’origine della cavità, che “non è già lavorio delle acque piovane, ma sibbene un prodotto dei gas elastici delle lave quando eran liquide, i quali in esse cagionato hanno quel vuoto, siccome altrove per egual modo generato ne hanno altri assaissimi, di che forse parleremo a miglior luogo”. Lasciata la “Regione mezzana lussureggiante di vegetazione”, Spallanzani narra la prosecuzione del suo viaggio verso il cratere centrale dell’Etna: “(…) m’inoltrai nella Sublime, ignuda di piante, salvo diversi cespugli raramente seminati (…). Io era a quattro miglia dagli orli del gran cratere, quando cominciai a passare dalle tenebre della notte alla luce del giorno (…). Allora fu che cominciarono a cadermi sott’occhi gli effetti della eruzione dell’Etna, avvenuta nel Luglio del 1787, e accuratamente descritta dal Cavaliere Gioeni, voglio dire un velo di nere scorie sottili, ma che a poco a poco che mi accostava al sommo della Montagna si facevan più grosse, e componevano uno strato di molti palmi (…)”. Alla fine, Spallanzani, riesce a raggiungere il cratere centrale, la giornata è limpida “ridente era il cielo, liberato dalle nevi il Monte, non incomoda la temperatura dell’atmosfera, marcando il termometro gradi 7 sopra il gelo, quando colà giunsi (…)”.

Ma torniamo a Spallanzani ricercatore di laboratorio. Fu uno scienziato proteiforme. I suoi orizzonti scientifici furono molto vasti e abbracciarono la Biologia, Geologia, Mineralogia, Chimica, Fisica, Meteorologia, Climatologia, Idrologia e Paleontologia. Fu, insomma, un vero “filosofo della Natura”, come si diceva a quel tempo. Ma, per le sue importanti ricerche e scoperte, è unanimemente riconosciuto come il padre della Biologia moderna. Scoprì il succo gastrico e dimostrò come il processo digestivo non consista solo nella semplice triturazione meccanica del cibo, ma anche in un processo chimico che avviene nello stomaco, necessario per consentire l’assorbimento delle sostanze nutritive. Effettuò ricerche sulla fecondazione artificiale usando uova di rana e di rospo. Sperimentò la rigenerazione di organi tagliando lombrichi, idre, salamandre, girini e lumache. Studiò la criptobiosi, che è uno stato di vita con assenza di metabolismo nel quale entrano alcuni organismi (Tardigradi, per esempio) se si trovano in condizioni ambientali avverse. Dimostrò sperimentalmente l’esistenza dei capillari e degli scambi gassosi respiratori nel sangue. Si occupò del volo dei pipistrelli, i quali dopo averli accecati con una poltiglia di vischio vide che continuavano a volare al buio, ma non erano in grado di orientarsi se gli tappava le orecchie, facendogli ipotizzare che questi mammiferi volatori fossero dotati di “un nuovo senso”, supposizione che sarà smentita dalle ricerche del giovane naturalista svizzero Louis Jurine, il quale riuscì a dimostrare che era l’udito l’organo che consentiva la localizzazione di ostacoli da evitare, prede da catturare e predatori da cui sfuggire (saggiamente, Spallanzani ne prese atto “quantunque dapprima pensassi diversamente”).

Tra i numerosi esperimenti e scoperte di grande importanza scientifica sicuramente meritano un posto di primissimo piano quelli che consentirono a Spallanzani di sferrare un colpo mortale alla teoria della generazione spontanea o abiogenesi. Cominciò a occuparsene nel 1761 e, dopo quattro anni di ricerche, riuscì a determinarne l’assoluta infondatezza pubblicando i risultati nel “Saggio di osservazioni Microscopiche sul Sistema della Generazione dei Signori di Needham e Buffon”. Ma ricostruiamo i fatti sin dall’inizio. Fino al XVII secolo, era opinione diffusa che la vita potesse nascere spontaneamente dalla materia inanimata, vale a dire che gli esseri viventi potessero nascere dal fango o da materia organica in putrefazione: crini di cavallo che se cadevano in una pozzanghera si animavano tramutandosi in vermi, un pezzo di carne dimenticato sul davanzale di una finestra generava i vermi, e altre amenità simili discorrendo. Nel 1668, questa assurda teoria fu confutata da un altro gigante della Biologia: il medico e naturalista toscano Francesco Redi, che dimostrò sperimentalmente che i vermi altro non erano che larve di mosche. Argomentò, Redi, che le larve nascevano solo là dove le mosche avevano potuto depositare le uova. Chiudendo ermeticamente il recipiente con la carne, infatti, alle mosche veniva impedito di deporre le loro uova. La questione sembrava archiviata, nonostante le obiezioni dei detrattori di Redi, secondo i quali la carne sigillata nel contenitore non brulicava di vermi perché la chiusura ermetica aveva impedito l’accesso di un inafferrabile “spirito vitale”. Qualche anno dopo, però, la generazione spontanea tornò ancora in auge e balzò al centro delle discussioni filosofico-scientifiche. L’olandese Antoni van Leeuwenhoek, tra il 1673 e il 1677, con l’uso del microscopio autocostruito scopre gli “animalucci delle infusioni”, piccoli organismi (Protozoi, Rotiferi, Nematodi, Briozoi) che si sviluppano nelle infusioni vegetali. L’inglese John Needham, che era un convinto sostenitore della generazione spontanea, nel corso dei suoi esperimenti faceva bollire per breve tempo una miscela brodosa e, dopo averla raffreddata in un contenitore aperto a temperatura ambiente, sigillava le bottiglie. Dopo pochi giorni, si accorgeva che nei contenitori erano presenti dei microbi, a dimostrazione che esisteva una “forza vitale” che induceva una generazione spontanea. I suoi esperimenti non convinsero Lazzaro Spallanzani, che con una serie di esperimenti sottopose a una prolungata bollitura le infusioni vegetali e animali. Sigillando accuratamente i contenitori, in essi non era presente alcun microrganismo, dimostrando così l’inesistenza dello “spirito vitale”. Ciò nonostante, agli inizi dell’Ottocento, ancora una volta la teoria della generazione spontanea rialza la cresta. Tra i suoi più convinti sostenitori, i francesi Étienne Geoffroy Saint-Hilaire e Jean-Baptiste de Lamarck, entrambi convinti che le forme di vita più semplici potevano essere generati da materia inanimata. Il dibattito scientifico infuriò e quando divenne troppo vivace, l’Accademia delle Scienze di Parigi mise in palio un premio da assegnare allo scienziato che fosse stato in grado di scrivere la parola fine sull’argomento. Il premio fu vinto, nel 1864, dal grande biologo francese Louis Pasteur, che con un semplice esperimento riuscì a mettere tutti d’accordo sull’inesistenza della generazione spontanea. Per i suoi esperimenti, Pasteur utilizzò delle ampolle di vetro alcune col collo dritto, altre col collo forgiato a oca. Entrambe le ampolle erano lasciate aperte, in modo che sia l’aria sia il fantomatico “spirito vitale” potessero liberamente transitare. Poi, bollì a lungo il contenuto dei matracci in modo da sterilizzarne il contenuto e dimostrò che i microrganismi erano presenti soltanto nelle ampolle col collo dritto, che permetteva agli agenti contaminanti di depositarsi nel brodo di coltura, mentre in quelle col collo a “S” risultavano incontaminate perché le spore batteriche non superavano la curvatura. Il commento di Pasteur alla Sorbona di Parigi fu lapidario: “Mai la teoria della generazione spontanea potrà risollevarsi dal colpo mortale inflittole da questo semplice esperimento”.

GIUSEPPE SPERLINGA

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Lazzaro Spallanzani (ou Spalanzani, 1729-1799), biologiste italien, faisant des expŽriences sur la digestion chez les oiseaux. d'aprs "La Ciencia y sus Hombres par Louis Figuier" Barcelona 1881

Lazzaro Spallanzani (ou Spalanzani, 1729-1799), biologiste italien, faisant des expŽriences sur la digestion chez les oiseaux. d’aprs “La Ciencia y sus Hombres par Louis Figuier” Barcelona 1881

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http://home.tiscalinet.ch/biografien/biografien/spallanzani.htm

http://home.tiscalinet.ch/biografien/biografien/spallanzani.htm

 

COMETA NEOWISE, PERSEIDI, TRIO PLANETARIO E TRIANGOLO ESTIVO BRILLANO NEL CIELO DI CIELO AGOSTO 2020

Il quotidiano La Sicilia di oggi, domenica 2 agosto 2020, pubblica il consueto appuntamento mensile con la divulgazione astronomica. La rubrica del cielo del mese fu ideata negli anni Sessanta del secolo scorso dall’indimenticabile giornalista-astrofilo Luigi Prestinenza, che curò fino al mese di agosto del 2012, vale a dire fino a un mese prima della sua scomparsa.
Lo ricordiamo sempre con stima, affetto e riconoscenza per essere stato un grande Maestro di Giornalismo, un Amico e un instancabile divulgatore della Scienza.
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COMETA NEOWISE, PERSEIDI, TRIO PLANETARIO E TRIANGOLO ESTIVO BRILLANO NEL CIELO DI CIELO AGOSTO 2020

Continua, in agosto, lo show celeste della cometa Neowise (C/2020 F3). Coloro i quali non avessero finora avuto la possibilità, potranno ammirare l’astro chiomato in condizioni ottimali fino alla metà di agosto. Dopo, infatti, la cometa s’abbasserà sempre di più sul piano dell’orizzonte fino a tuffarsi negli spazi siderali dai quali è venuta, la rivedranno i nostri posteri tra circa settemila anni. Per rintracciare la cometa occorre, anzitutto, trovare una postazione lontana dal riverbero delle luci di centri abitati e, dalle 21 alle 23, con l’ausilio di un binocolo (i telescopi non servono per osservare oggetti diffusi come le comete) guardare in direzione Nord-Ovest, dove, nella prima decade del mese, la cometa transiterà nella plaga di cielo posta sotto il Gran Carro dell’Orsa Maggiore e la costellazione del Boote. Nella notte di San Lorenzo, si troverà proprio al di sotto della luminosa Arturo, la stella più luminosa di quest’ultima costellazione dalla caratteristica forma di aquilone, a un’altezza di una decina di gradi sul piano dell’orizzonte (ideali tutti i siti del versante Sud-Occidentale dell’Etna, purché privi di ostacoli visivi).

Dopo aver ammirato la cometa Neowise con la sua doppia coda di ioni (azzurrina) e di polvere (giallastra), approfittatene per tentare di riconoscere sia le costellazioni circumpolari sia quelle che dominano i cieli estivi.  A Nord-Ovest, come già detto, sempre più bassa è facilmente riconoscibile l’Orsa Maggiore con il Gran Carro e, dalla parte opposta si nota la coppia regale formata dal re Cefeo a forma di casetta e dalla vanitosa regina Cassiopea a forma di “W”. Tirando una linea immaginaria tra le stelle che formano le ruote posteriori del Gran Carro e seguendola per cinque volte la loro distanza si arriva in prossimità della Stella Polare del Piccolo Carro dell’Orsa Minore. Sotto Cassiopea, vedremo sorgere la costellazione del Perseo, dove vi è il radiante delle Perseidi, lo sciame meteorico della notte tra il 12-13 agosto. Con un buon binocolo (è visibile anche a occhio nudo), tra Cassiopea e Perseo, è individuabile il famoso Doppio Ammasso (Xi e Chi Persei) del Perseo formato da due ammassi stellari aperti di rara bellezza. Spostando lo sguardo un po’ più verso oriente, vedremo la costellazione di Andromeda (con la sua celeberrima omonima galassia), della quale una stella entra a far parte del Quadrato di Pegaso, il cavallo alato nato dal sangue della Medusa decapitata da Perseo. Ma, a dominare il cielo di agosto, allo zenit, è ancora il Triangolo Estivo, i cui vertici sono formati dalle stelle Vega della Lira, Deneb del Cigno e Altair dell’Aquila. Il cielo meridionale è, invece, popolato dalle costellazioni del Sagittario con le nebulose Laguna e Trifida e dello Scorpione con il suo “cuore rosso”, la brillante stella Antares. Sopra lo Scorpione, vi è l’Ofiuco, la famosa tredicesima costellazione zodiacale pervicacemente ignorata negli oroscopi ammanniti da sedicenti maghi a beneficio dei creduloni.

Rapido excursus planetario. Mercurio sarà visibile con difficoltà all’alba fino al 12, lo rivedremo al tramonto a fine mese. Venere sarà Lucifero, la stella del mattino, visibile a oriente tre ore prima dell’alba. Nel cielo orientale, intorno alla mezzanotte, ci sarà pure Marte, tra le stelline dei Pesci.

Il gigantesco Giove, luminoso, appare dopo il tramonto nell’orizzonte sud-occidentale, culmina a sud ed è osservabile per l’intera notte tra le stelle della costellazione del Sagittario. Il pianeta degli anelli, Saturno presenta le stesse condizioni di visibilità di Giove. Urano, come il pianeta rosso, sorge intorno alla mezzanotte ed è rintracciabile sull’orizzonte orientale dove è possibile osservarlo con un buon telescopio nella seconda parte della notte. Nettuno, infine, è osservabile dopo il tramonto a Sud-Est e, verso la mezzanotte, nel cielo meridionale, naturalmente con l’ausilio del telescopio.

GIUSEPPE SPERLINGA

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NEOWISE, LA COMETA DELL’ESTATE

ECCO NEOWISE, LA SORPRENDENTE COMETA DELL’ESTATE

Dopo le amare delusioni per la misera fine delle comete Atlas e Swan, disintegratesi dopo aver raggiunto il perielio, una è riuscita a superare indenne l’incontro ravvicinato con il Sole e da qualche giorno è l’oggetto più fotografato del cielo di luglio: è Neowise, scoperta mentre infuriava nel mondo la pandemia del Covid, il 27 marzo scorso, dal telescopio spaziale della Nasa “Neowise” (acronimo di Near Earth object wide-field infrared survey explorer) e catalogata con la sigla “C/2020 F3” (ricordiamo che la lettera “C” vuol dire che è una cometa non periodica o a lungo periodo; “2020” è l’anno della scoperta; la lettera “F” indica che è stata scoperta nella seconda metà del mese di marzo; il numero “3” significa che è la terza cometa scoperta in questo caso dal telescopio spaziale di cui porta il nome).

Le riprese degli astrofotografi siciliani Dario Giannobile e Franco Traviglia sono suggestive e di incomparabile bellezza. Giannobile è riuscito a immortalare l’astro chiomato mentre solca il cielo sopra l’isolotto di Isola delle Femmine, nel Palermitano. “Non è stato facile – scrive sul suo profilo facebook – Ho cercato diversi allineamenti e diverse soluzioni nel tentativo di offrire al mondo dell’astrofotografia uno sguardo originale. Alla fine ho trovato un luogo meraviglioso: l’Isola delle Femmine, in provincia di Palermo. Appena arrivato sul luogo ho piazzato la macchina fotografica nella speranza di non avere sbagliato i calcoli. Uno strato di nuvole basse all’orizzonte mi ha impedito di vedere sorgere la cometa dal mare, ma poco dopo si è alzata in alto nel cielo, uno spettacolo che non vedevo da circa 20 anni! Lo scatto non è stato da meno! Bellissimi colori, l’isolotto ripreso in lontananza, diverse sfumature sia nel cielo che nel mare… e lì, in alto, la cometa si mostra come protagonista con la sua meravigliosa coda”. Franco Traviglia, invece, è riuscito a riprendere la cometa, con in basso le luci diffuse della città di Catania, dalla contrada Salto di Primavera, nei pressi dell’Osservatorio astronomico di Scordia.

Neowise ha raggiunto il perielio lo scorso 3 luglio e, per fortuna, il suo nucleo non si è frammentato come è accaduto alla Swan e alla Atlas, da allora si sta allontanando sempre più dal Sole. Ciò vuol dire che sarà possibile vederla sia a occhio nudo sia con piccoli binocoli e telescopi, distinguere la coda di polveri colore giallastro dovuto alla riflessione della luce solare. Dove cercarla in cielo? Fino al 10 luglio, è preferibile osservarla prima dell’alba, verso le 4 del mattino, molto bassa sull’orizzonte nord-orientale: scelto come punto di riferimento il luminosissimo pianeta Venere, poi bisognerà spostare lo sguardo verso nord, rintracciare la costellazione dell’Auriga e, più in basso della brillante Capella si potrà scorgere Neowise. Nei giorni successivi, fino ai primi di agosto, la troveremo, sempre bassa, sull’orizzonte nord-occidentale, nelle ore serali, dalle 21 a mezzanotte. Il dott. Piero Massimino, dell’Inaf Osservatorio astrofisico di Catania, ci informa che nella seconda metà di luglio, alla latitudine del capoluogo etneo, da una postazione priva di ostacoli visivi, si potrà individuare la cometa in direzione nord-occidentale, dove, la sera del 30 luglio raggiungerà la massima altezza di poco più di 15 gradi sul piano dell’orizzonte e sarà individuabile tra la stella Arturo del Boote e l’Orsa Maggiore. Poi, in agosto, l’astro chiomato tornerà ad abbassarsi, perché è in fase di allontanamento dal Sole e ciò comporterà un notevole calo della sua luminosità fino a quando non sarà più possibile vederla a occhio nudo.

Per godere di questo suggestivo spettacole celeste offerto dal cielo di luglio è sufficiente dotarsi di un binocolo ben fissato su di un treppiede. Agli amatori dell’astrofotografia, Franco Traviglia suggerisce di utilizzare una reflex cui dare un minuto di esposizione. Buona visione, lo spettacolo è da non perdere ed è gratuito, offre la Natura.

GIUSEPPE SPERLINGA

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CORNAVIRUS E PIPISTRELLI: TRA REALTA’ E PREGIUDIZI

CORONAVIRUS E PIPISTRELLI: MA CHE COLPA ABBIAMO NOI?

Non vi sono animali così odiati e vituperati, aborriti e perseguitati, temuti e disprezzati come i pipistrelli. Per tutta una plurisecolare serie di pregiudizi e maldicenze, che ancora oggi continuano a circolare sul loro conto, periodicamente questi innocui mammiferi volatori balzano, loro malgrado, agli onori della cronaca. Da quando è scoppiata la pandemia, sono additati come gli untori del malefico Covid-19 che continua a mietere vittime in ogni parte del pianeta. Sgomberiamo, allora, subito il campo da ogni equivoco e facciamo chiarezza sul ruolo dei pipistrelli europei nella diffusione del virus coronato: vanno assolti per non aver commesso il fatto, perché, poverini, non c’entrano proprio con la pandemia. Il virus non è stato isolato neppure nei pipistrelli cinesi, nonostante studi recenti abbiano messo in evidenza una forte similitudine tra il genoma del Sars-CoV-2 e quello di coronavirus Sars-like presenti nei rinolofi cinesi (i rinolofi sono comunemente noti col nome di pipistrelli “Ferro di cavallo” per una curiosa cartilagine nasale a forma, appunto, di ferro di cavallo). In altre parole, gli studi finora condotti ricondurrebbero il precursore virale di Sars-CoV-2 a una colonia di rinolofi presente circa 1.000 km a sud di Wuhan, nel cui mercato umido (“wet market”) si sarebbe inizialmente propagata l’infezione. Nei wet market, la macellazione di animali avviene al momento dell’acquisto. Per questo motivo si pensa che il mercato di Huanan, nel centro di Wuhan, abbia svolto un ruolo fondamentale nella nascita e diffusione del Sars-CoV-2, che è il virus alla base della pandemia di Covid-19. Dopo l’epidemia di Sars del 2002-2004, la Cina aveva vietato la vendita di animali selvatici nei wet market, divieto che è stato successivamente sospeso, per poi essere reintrodotto quest’anno quale misura restrittiva per contenere la pandemia di Covid-19.

Sin dall’inizio, si è ipotizzato che la compresenza di pangolini e pipistrelli nelle precarie condizioni igieniche tipiche dei mercati di questo tipo e la contaminazione di venditori e clienti con sangue e organi interni di animali detenuti in modo malsano o macellati sul posto al momento della vendita abbiano offerto al virus la possibilità di mutare ed effettuare lo “spillover”, cioè il salto di specie, che si verifica quando una popolazione serbatoio ad alta prevalenza di agenti patogeni entra in contatto con una nuova popolazione ospite di una specie differente. Il salto di specie non è un evento raro, basti pensare che i due terzi dei virus umani sono zoonotici (le zoonosi sono malattie che si trasmettono dagli animali all’uomo). Tuttavia, le successive ispezioni effettuate nel mercato hanno escluso categoricamente la presenza di pipistrelli in vendita. Verosimilmente, ammesso che l’origine dello spillover sia davvero riconducibile ai pipistrelli, il salto di specie potrebbe essere spiegato con il consumo di questi mammiferi, che è una tradizione che affonda le radici nel tempo. È stato, però, accertato che in quel mercato erano illegalmente venduti esemplari di Pangolini (genere Manis, otto specie conosciute), unici mammiferi con le scaglie conosciuti anche col nome di “Formichieri squamosi” (la specie è inserita nella Red List dell’IUCN perché considerata “specie in pericolo critico di estinzione”), dai quali è ragionevole ipotizzare che sia avvenuto il salto di specie, perché il genoma del virus rinvenuto nei pangolini, che si suppone essersi sviluppato originariamente nei pipistrelli, è identico al 99% al coronavirus riscontrato nelle persone infette. Viene da chiedersi come mai i cinesi diano questa sconsiderata caccia al mite Pangolino, al punto che è, oggi, l’animale più contrabbandato al mondo. I motivi sono due: per la carne, che è considerata una vera e propria prelibatezza; per le scaglie della sua “corazza”, che sono fatte di cheratina (la stessa sostanza delle unghie di tutti i mammiferi) e sono utilizzate dalla medicina orientale, ma secondo la tradizione popolare sono ritenute la panacea di molti malanni umani. Il commercio del pangolino è illegale dal 2016, anno in cui una risoluzione della Convenzione Internazionale che regola il commercio delle specie animali e vegetali minacciate di estinzione (Cites) ha messo al bando qualsiasi tipo di commercio di parti o derivati delle otto specie di pangolino esistenti al mondo.

Nei mesi trascorsi, abbiamo imparato che il nome “coronavirus” deriva dalla presenza di strutture superficiali a forma di corona provviste di “glicoproteine spike”, che si legano ai recettori cellulari dell’ospite, il quale viene così infettato con un meccanismo tipo chiave-serratura. Ebbene, le glicoproteine di superficie dei coronavirus Sars-like presenti nei pipistrelli non hanno la capacità di legarsi efficacemente ai recettori posti sulla superficie delle cellule umane, si tratta cioè di forme virali innocue per l’uomo. In altre parole, il passaggio diretto del virus dal pipistrello all’uomo non provocherebbe alcuna patologia. Gli scienziati ipotizzano che il salto dall’animale all’uomo implicherebbe una modifica di tali strutture in modo da farle divenire compatibili con le cellule umane, modifica che avviene sicuramente in un ospite intermedio appartenente a un’altra specie, che come abbiamo detto prima è il pangolino. Lo conferma il fatto che i virus individuati nei Pangolini importati illegalmente in Cina sono risultati affini al nuovo Coronavirus. Poi, siccome i cinesi il pangolino lo utilizzano sia a scopo alimentare, sia nella farmacopea tradizionale, ciò spiegherebbe come sia potuto avvenire il passaggio dall’animale selvatico all’uomo.

I pipistrelli cinesi ed europei, dunque, sono incolpevoli. Ciò nonostante, quando tutto sarà finito e ci potremo considerare salvi dal pericolo Covid-19, rischiano seriamente di fare una brutta fine, le prossime vittime, potrebbero essere proprio loro, i pipistrelli. A ucciderli, però, non sarà un virus, ma l’ignoranza di coloro che non conoscono la biologia di questi piccoli mammiferi capaci di volare attivamente nell’oscurità completa e che si nutrono prevalentemente di insetti, molti dei quali sono nocivi all’agricoltura e alla nostra salute.

Da sempre, i pipistrelli sono stati ingiustamente temuti e tenuti lontano dalle nostre case, perché sul loro conto circolano credenze popolari del tutto infondate o addirittura false, mai sradicate del tutto. Ecco, qui di seguito, un campionario di idiozie, alcune delle quali sono davvero crudeli nei confronti dei pipistrelli: se urinano sui capelli di un uomo inducono una immediata calvizie nel malcapitato; si afferrano ai capelli delle donne senza più riuscire a districarsi; si nutrono di sangue umano; un pipistrello vivo inchiodato sull’uscio di casa preserva la casa dagli spiriti maligni; mettendo alcune gocce di sangue di pipistrello sotto il guanciale di una donna si favorisce il concepimento; sono un ingrediente per preparare una pozione che tiene lontani formiche, bruchi, cavallette ed è un ottimo antidoto contro il morso di un serpente; il sangue di pipistrello serve per preparare pozioni afrodisiache; trafiggendo un pipistrello e badando che rimanga vivo, unendo poi il dorso dell’animale al proprio e stringendoselo poi al petto sino alla sua morte, ci si preserva dall’itterizia; di notte i pipistrelli penetrano nelle case per succhiare il sangue ai bambini e per accecare le persone; l’arrivo dei pipistrelli preannuncia una disgrazia o l’arrivo di una tempesta; di notte, l’anima del dormiente lascia il corpo sotto forma di pipistrello per poi ritornarci al mattino seguente; per rendere l’amata malleabile è utile mettere alcuni peli di pipistrello in una bevanda da offrirle oppure sfiorarla con un osso di pipistrello, ovviamente senza farsi notare; per vedere al buio ci si deve spalmare la faccia con sangue di pipistrello. E, ancora: nell’antico Egitto, si credeva che mescolando l’urina del pipistrello con la bile di una carpa del Nilo e il succo della ruta selvatica si potessero curare i disturbi visivi; nei Paesi arabi, si riteneva che per curare l’ischialgia occorresse ingerire pipistrelli cotti in olio di sesamo, per l’asma, invece, era meglio cuocerli in olio di gelsomino; in India, la pelle appena estratta dei pipistrelli sarebbe un ottimo rimedio per lenire i dolori provocati dal colpo della strega e dai reumatismi.

Né si può dire che la chiesa cattolica sia stata tenera nei confronti di queste povere bestiole. Il diavolo, infatti, è sempre stato raffigurato con le nere ali di un pipistrello, mentre gli angeli portano alle loro spalle le ali di candide colombe. Una voce fuori dal coro è quella del Moretto, al secolo Alessandro Bonvicino, uno dei grandi pittori del primo Rinascimento bresciano che dipinse una Madonna con le ali di pipistrello! E, ancora, Gustavo Dorè come illustra le orribili Erinni Megera, Tisifone e Aletto che Dante incontra nell’IX canto dell’Inferno? Con le ali di pipistrello, naturalmente. Arthur Schopenhauer, il filosofo considerato uno dei maggiori pensatori dell’epoca moderna, si concede una licenza zoologica sostenendo che “Se la natura avesse destinato l’essere umano al pensare, non gli avrebbe dato gli orecchi, o almeno li avrebbe muniti di chiusure ermetiche, come ha fatto con i pipistrelli”.

Per fortuna, non tutti la pensano allo stesso modo. Per i cinesi, il pipistrello è simbolo di lunga vita e prosperità. Per loro, cinque pipistrelli disposti a stella figurano le cinque felicità: ricchezza, longevità, tranquillità, culto della virtù e buona morte. Purtroppo, i cinesi, apprezzano i pipistrelli pure a tavola. Gli appassionati di calcio avranno notato che sulle maglie della squadra spagnola del Valencia spicca la silhouette di un pipistrello. E, infatti, quale città al mondo ha per simbolo il pipistrello? Valencia, appunto, la terza città della Spagna, dopo Madrid e Barcellona, famosa per essere la patria della paella. Come mai, vien da chiedersi, è stata fatta una scelta così bizzarra preferendo, tra i tanti animali, proprio quello che secondo gli standard di bellezza umani occupa uno degli ultimi posti? Ebbene, i valenciani ritengono il pipistrello talmente importante da apparire pure nello stemma della città (un po’ come i catanesi che hanno eletto a loro simbolo l’elefante) perché, secondo una leggenda, che risale ai tempi della riconquista cristiana dei territori sotto il dominio degli Arabi, mentre i Cristiani assediavano la città, i guerrieri musulmani avevano in mente di attaccarli durante la notte, quando tutti dormivano. La sconfitta dei Cristiani sarebbe stata scontata, ma un pipistrello mandò all’aria l’attacco dei nemici, perché, volando, finì intrappolato in un tamburo. Il trambusto che provocò fu tale da svegliare i Cristiani negli accampamenti, i quali furono in grado sconfiggerli e di conquistare la città. Rimanendo nella penisola iberica, ma in Portogallo, la ridente città di Coimbra ospita una delle più belle e antiche università del mondo (fu fondata nel 1290), è talmente preziosa che l’Unesco, nel 2013, l’ha inserita nella lista del “Patrimonio dell’Umanità”. L’ateneo lusitano, all’interno, possiede un “gioiello” di rara bellezza: la biblioteca Joanina, in stile barocco, realizzata nel XVIII secolo durante il regno del re Giovanni V e che porta il suo nome. L’interno della biblioteca è illuminato dalla luce che proviene dai riflessi degli stucchi dorati. E, qui, di luce meno ne entra, meglio è, per i piccoli padroni di casa. Topi di biblioteca? No, si tratta di pipistrelli. Oltre all’importantissima collezione di antichi volumi, che comprende opere di Medicina, Geografia, Storia, discipline umanistiche, Scienze, Diritto, Filosofia e Teologia, e al contesto barocco di grande rilevanza storico-artistica, la particolarità di questo monumento nazionale portoghese è proprio la presenza di una colonia di pipistrelli che vive tra gli scaffali colmi di libri. Come mai non sono mai stati sloggiati? Semplicemente perché queste simpatiche bestiole contribuiscono a preservare i preziosi libri e documenti gelosamente custoditi, andando a caccia di tarli, tarme e altri fastidiosi insetti dalla spiccata predilezione per la carta.

Un posto di rilievo, i pipistrelli l’hanno sempre occupato nella letteratura, nelle favole, nell’arte, nel teatro, nel cinema, nei fumetti, nella filatelia, nella religione, persino nella storia. Sicuramente, l’associazione più comune con il pipistrello è quella con i vampiri (il conte Dracula docet) oppure quella di una strega nel suo antro intenta a preparare pozioni e filtri magici mentre lucubri e inquietanti pipistrelli svolazzano sopra la testa della vecchia megera. È altrettanto vero, però, che in altri casi i pipistrelli rappresentano un simbolismo positivo, come Batman, per esempio, il supereroe che protegge la città di Gotham e le cui gesta sono narrate nei fumetti e nella filmografia mondiale. In campo storico, una utilizzazione criminale dei poveri pipistrelli era prevista nel “Progetto x-ray”, il programma segreto americano di bombardamento con uccelli e pipistrelli nella seconda guerra mondiale. il progetto fu portato avanti e i test furono assai promettenti. Purtroppo, per i militari statunitensi, ma per fortuna dei pipistrelli, i responsabili del progetto dichiararono che la loro arma sarebbe stata pronta nella seconda metà del 1945, cioè quando finirono le ostilità belliche. Altro progetto criminale fu quello secondo il quale avrebbero dovuto avere come protagonisti i pipistrelli nel ruolo di incendiari! Dopo il distruttivo attacco giapponese di Pearl Harbour, gli americani idearono l’incredibile progetto di usare i pipistrelli per colpire le città giapponesi. Sulla carta, l’idea non era affatto peregrina, perché molti edifici delle città nipponiche erano costruzioni in legno, bambù e carta, facili da incendiare e gli impianti industriali erano disseminati ovunque, cioè erano obiettivi difficili da colpire con bombardamenti convenzionali.  Ma perché utilizzare proprio i pipistrelli? Semplicemente perché i pipistrelli presentavano i seguenti vantaggi: sono in grado di trasportare più del loro peso corporeo; volano di notte; s’ibernano rendendo semplice la loro gestione e trasporto; negli Usa vi sono caverne che ospitano centinaia di migliaia di pipistrelli, che una volta catturati erano dotati di una carica incendiaria e poi lanciati in speciali gabbie dotate di paracadute dai bombardieri “B-24 Liberator”. Si pensi che una decina di B-24 potevano lanciare un milione di pipistrelli sul territorio giapponese in una sola notte. Secondo i calcoli degli esperti militari americani, i simpatici “topi volanti” durante le ore diurne avrebbero cercato rifugio all’interno di case, solai e altre costruzioni, fino al momento in cui un timer avrebbe fatto detonare pipistrello-bomba e incendiato l’area circostante. Per fortuna dei pipistrelli, neppure questo criminale progetto fu portato a compimento.

In primavera, al loro risveglio dopo la loro lunga ibernazione invernale, e in estate guardiamo i pipistrelli con benevolenza mentre volano sopra le nostre teste, sono animali amici, capaci di divorare fino a tremila zanzare in una sola notte, un insetticida naturale (o biologico, come si dice quando non c’entra la chimica) che ci libera di queste e di altre specie di insetti che potrebbero nuocere alla nostra salute. A costo zero.

                                                                                               GIUSEPPE SPERLINGA

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DOMINA IL TRIANGOLO ESTIVO NEL CIELO DI LUGLIO

Il quotidiano La Sicilia di oggi, mercoledì 1 luglio 2020, dedica ampio spazio alla divulgazione astronomica con l’articolo a firma di chi scrive sul cielo di luglio, impreziosito dalla suggestiva foto di Dario Giannobile che ritrae i ruderi del Castello di Gresti, in territorio di Aidone, sovrastati dalla Via Lattea, la nostra Galassia.

IL TRIANGOLO ESTIVO NEL CIELO DI LUGLIO 2020
Le brevi notti estive offrono il vantaggio di fruire di cieli sereni per ammirare le costellazioni tipiche della bella stagione, i pianeti Marte, Giove e Saturno, la Luna, la Via Lattea (nella bella foto di Dario Giannobile, la vediamo stagliarsi sopra il castello di Gresti, in territorio di Aidone) e andare alla ricerca delle prime stelle cadenti d’estate per esprimere desideri. Il cielo delle calde nottate di luglio è dominato dal celebre asterismo del “Triangolo estivo”, ai vertici del quale vi sono le stelle più luminose delle costellazioni del Cigno, Aquila e Lira, vale a dire la supergigante azzurra Deneb e le stelle bianco-azzurre Altair e Vega. Unendo idealmente questi tre astri, si ottiene un triangolo isoscele facilmente riconoscibile in cielo, con Vega quasi allo zenit, sullo sfondo del quale si vede la Via Lattea con la cosiddetta “Fenditura del Cigno”, una zona ricca di oggetti del profondo cielo. Con l’ausilio di un buon binocolo o un telescopio, infatti, tra Vega e Altair, è possibile individuare la brillante Nebulosa Manubrio o Dumbbell, riconoscibile per la sua curiosa forma a clessidra, una nebulosa planetaria a 1.350 anni luce da noi. Un’altra celebre nebulosa planetaria è la Nebulosa Anello, dista da noi 2.000 anni luce e si trova nella costellazione della Lira. Nel Cigno, nei pressi di Deneb, possiamo rintracciare la Nebulosa Nord America, una bella nebulosa a emissione la cui forma ricorda appunto quella del continente nordamericano.
Spostando lo sguardo a nord-est, più in alto della croce formata dalle stelle del Cigno, è facilmente individuabile la coppia regale del cielo settentrionale formata dalla casetta di Cefeo e dalla “W” di Cassiopea. Dalla parte opposta, a nord-ovest, spicca il Gran Carro dell’Orsa Maggiore e, a metà strada tra questa e Cassiopea, vi sono i Sette Buoi (i Septem Triones, da cui deriva “settentrione”) del Piccolo Carro dell’Orsa Minore con la Polare. Sono, queste, le cosiddette costellazioni circumpolari perché non sorgono e non tramontano mai, cambiano soltanto la loro posizione nel cielo nel corso delle stagioni. Nell’orizzonte occidentale, sono ormai prossime al tramonto il Leone, la Vergine e la Bilancia, cui seguiranno, dopo l’estate, lo Scorpione e l’Ofiuco (la tredicesima costellazione zodiacale ignorata dagli astrologi quando ammanniscono i loro oroscopi a beneficio dei creduloni). Nel cielo orientale, invece, fanno capolino Andromeda e Pegaso con il suo famoso Grande Quadrato, un quadrilatero formato da tre stelle della costellazione del cavallo alato nato dal sangue della gorgone Medusa decapitata da Perseo, mentre il quarto astro fa parte della costellazione di Andromeda. Le quattro stelle del Quadrato di Pegaso insieme con le due più luminose di Andromeda e alla stella binaria ad eclisse Algol di Perseo formano un esteso asterismo somigliante al Gran Carro dell’Orsa Maggiore. Nel cielo meridionale, domina la costellazione del Sagittario, pronto a scoccare una delle sue sagitte per trafiggere lo Scorpione, l’uccisore del grande cacciatore Orione. È una zona di cielo ricca di nebulose, tra le quali spiccano la nebulosa diffusa Laguna e la nebulosa a emissione Trifida.
Il 5 luglio ci sarà la terza eclissi lunare di penombra di quest’anno. Il contatto della Luna col nostro cono di penombra sarà alle ore 5.07, con l’argenteo satellite molto basso sull’orizzonte, la fase massima avverrà alle 6.30, ma sarà invisibile alla nostra latitudine.
Non deluderà le attese, invece, lo spettacolo dello sciame meteorico delle Sud Delta Aquaridi, nella notte tra il 27 e il 28 luglio. Sono le prime stelle cadenti dell’estate che precedono quelle più famose delle Perseidi del 12-13 agosto, a tutti note col nome di “lacrime di San Lorenzo”. Queste meteore sono i detriti lasciati dalla cometa “96P Machholz”, che la Terra periodicamente intercetta e che, attraversando l’atmosfera bruciano dando luogo allo spettacolo pirotecnico celeste delle “stelle cadenti”, con circa una ventina di meteore ogni ora. In realtà, le Sud Delta Aquaridi si rendono visibili tutte le sere a partire dal 12 luglio fino al 19 agosto, guardando in direzione del loro radiante che si trova della costellazione dell’Acquario.
Il 4 luglio, alle 14, la Terra si trova all’afelio, cioè a 152.095.289 km dal Sole, che il 20 passa dalla costellazione dei Gemelli a quella del Cancro. Il minuscolo Mercurio sarà osservabile dal 15 prima dell’alba sull’orizzonte orientale. Venere lo potremo cercare a est un paio d’ore prima che sorga il Sole (da non perdere la congiunzione del 12 luglio con Aldebaran, l’occhio rosso del Toro). Marte, Giove e Saturno brilleranno per tutta la notte nel cielo orientale, con i due giganti gassosi nella costellazione del Sagittario. Urano e Nettuno saranno visibili nella seconda parte della notte, anch’essi a oriente. Per concludere, lo spettacolare appuntamento della Luna con Giove e Saturno nella notte tra il 5 e il 6 luglio e la congiunzione Luna-Marte nella notte dell’11-12 luglio.
GIUSEPPE SPERLINGA

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ALBERI PERICOLOSI A CANALICCHIO

ALBERI PERICOLOSI E TERRENO ABBANDONATO A CANALICCHIO

L’incrocio tra le vie Pedara e Generale di San Marzano forma uno slargo senza nome alberato da Jacarande dalle belle fioriture color lilla. A suo tempo, ne furono messe a dimora quattordici. Nel giugno di sette anni fa, una mano criminale ne tranciò due. Qualche anno prima, ne erano spariti altri due e, in una delle due aiuole, qualcuno impiantò un arbusto di Lauroceraso. Sempre meglio di niente, se non fosse che questa pianta ha le foglie e, soprattutto, i frutti velenosi perché contengono acido cianidrico. Nell’un caso e nell’altro, si è interrotta la continuità arborea. Dei dieci esemplari di Jacaranda superstiti, uno è ormai secco da un paio di anni: morto per cause naturali? Avvelenato da qualcuno cui dava fastidio la chioma? Non lo sapremo mai. Ciò che, invece, è certo è che quest’albero morto costituisce un pericolo per i passanti, perché potrebbe schiantarsi al suolo. Sarebbe opportuno rimuoverlo e, al suo posto, mettere a dimora una Jacaranda, come pure nelle tre aiuole rimaste vuote.

Un’Acacia ormai morta è quella che, sporgendo sulla strada, poggia sull’inferriata del plesso di via Ferro Fabiani dell’Istituto comprensivo statale “Italo Calvino”. Accanto a essa, due rami di un Ailanto poggiano sui cavi di una linea elettrica con conseguenze facilmente immaginabili se si dovesse spezzare.

Altra pericolosa situazione in via Domenico Morelli, poco dopo l’innesto di via Generale di San Marzano, dove una coppia di Ailanti che si protendono a formare una sorta di arcata verde sull’intera carreggiata stradale. Altri Ailanti pericolosi con rami secchi e penduli sono quelli che formano il lungo filare che costeggia le aiuole del “parco Amico” di via Concetto Marchesi. Nell’un caso e nell’altro, è necessaria una sapiente e mirata potatura di contenimento per evitare ciò che è successo qualche giorno fa nello slargo di fronte alla chiesa S. Maria del Carmelo, dove si è schiantato al suolo il grosso ramo di un Ailanto, cadendo vicinissimo a una delle panchine, che in quel momento era vuota.

In via Taranto, infine, vi è un terreno di proprietà comunale trasformato in micro discarica abusiva. Ed è un peccato, perché è circondato da una decina di Falso pepe, vi è un bel Pino (prima erano due, ma quello più giovane, reo di avere sviluppato il tronco troppo inclinato, invece di essere messo in sicurezza con dei tutori, fu sbrigativamente tagliato alla base), un folto cespuglio di Oleandro, un giovane esemplare di Ulivo, un paio di Ficus elastica, una Yucca e una macchia di Fico d’India, con al centro tre Palme. Questo terreno è ormai ricettacolo di ogni sorta di rifiuti e di deiezioni canine, regno di topi che scorrazzano indisturbati e, in questo periodo. È, pure, a rischio incendio per le piante selvatiche ormai secche. Occorrerebbe bonificare e recuperare quest’area, recintarla con paletti di castagno, dotarla di un paio di sedili e affidarne la cura alla vicina scuola “Italo Calvino”: ne guadagnerebbe il decoro di questo angolo del quartiere dimenticato pure dai consiglieri della municipalità.

GIUSEPPE SPERLINGA

 

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CAPITOZZATURA SELVAGGIA IN VIA NOVALUCE EX PROVINCIA REGIONALE DI CATANIA

Il quotidiano “La Sicilia” di oggi, lunedì 15 giugno 2020, pubblica un articolo a firma di chi scrive sulla barbara decapitazione del Ficus (microcarpa?) all’ingresso degli edifici della ex Provincia Regionale di Catania, in via Novaluce.
Per esigenze di spazio, il redattore ha dovuto accorciare il pezzo. Qui di seguito, il testo originale.
G.S.

MOTOSEGA SELVAGGIA DECAPITA FICUS IN VIA NOVALUCE
Basta un pretesto per mobilitare operai “armati” di motoseghe con un ordine perentorio da eseguire: capitozzare! Stavolta, a essere barbaramente decapitato è toccato al Ficus (microcarpa? Dall’aspetto della corteccia si direbbe di sì) accanto all’ingresso della ex Provincia regionale di via Novaluce, a Canalicchio, ma amministrativamente ricadente in territorio di Tremestieri Etneo. Il povero albero è stato letteralmente privato della chioma, ridotto a uno scheletrico palo con le grosse branche ridotte a moncherini protesi verso l’alto, quasi a gridare vendetta al cielo. La sua colpa? Reo di trovarsi accanto al palo dell’illuminazione. È fuor di dubbio che, a suo tempo, fu commesso un errore grossolano, delle due l’una: o fu messo a dimora un albero che avrebbe sviluppato una grande chioma vicino al palo o viceversa. Come hanno fatto finora a porre rimedio a tale sbaglio? Nella maniera più sbrigativa ed errata: capitozzando periodicamente l’albero, spendendo soldi pubblici, senza risolvere il problema, ma procrastinandolo sine die.
A nessuno è passato per la mente di porsi una domanda facile facile: quali conseguenze, col tempo, subirà l’albero? Purtroppo, è ancora ben radicata la convinzione che il Ficus è una pianta assai robusta, reagisce magnificamente alle capitozzature e, in breve tempo, riformerà la chioma di prima. E qui casca l’asino. Anzi, casca l’ignorante (inteso come participio presente del verbo ignorare) che ha ordinato l’ennesimo brutale intervento ai danni dell’albero. Se è vero che il Ficus (microcarpa?) è una pianta vigorosa e sopporta bene i tagli drastici, è altrettanto incontrovertibile il fatto la pianta marcirà al suo interno, lentamente ma inesorabilmente si svilupperà un processo di carie che renderà l’albero cavo, divenendo così un pericolo per l’incolumità dei passanti. Con l’estate ormai alle porte, l’albero reagirà con un disordinato riscoppio di tutte le gemme, le quali riformeranno una chioma informe, irregolare, più bassa di prima, si avrà la proliferazione di lunghi rami esili, sottili, i quali saranno facili a spezzarsi nelle giornate ventose. Nel frattempo, verrà meno sia il benefico apporto della quota di ossigeno rilasciato dalle foglie, sia la rimozione dell’anidride carbonica e del particolato fine che inquinano l’aria di una strada trafficatissima qual è appunto via Novaluce. Per non dire del desolato aspetto che ha assunto il povero albero dopo l’asportazione della chioma e della distruzione dei numerosi nidi di uccelli visto che il drastico intervento cesorio è stato effettuato in pieno periodo di nidificazione.
GIUSEPPE SPERLINGA

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