Stelle e Ambiente

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CAPITOZZATURA SELVAGGIA IN VIA NOVALUCE EX PROVINCIA REGIONALE DI CATANIA

Il quotidiano “La Sicilia” di oggi, lunedì 15 giugno 2020, pubblica un articolo a firma di chi scrive sulla barbara decapitazione del Ficus (microcarpa?) all’ingresso degli edifici della ex Provincia Regionale di Catania, in via Novaluce.
Per esigenze di spazio, il redattore ha dovuto accorciare il pezzo. Qui di seguito, il testo originale.
G.S.

MOTOSEGA SELVAGGIA DECAPITA FICUS IN VIA NOVALUCE
Basta un pretesto per mobilitare operai “armati” di motoseghe con un ordine perentorio da eseguire: capitozzare! Stavolta, a essere barbaramente decapitato è toccato al Ficus (microcarpa? Dall’aspetto della corteccia si direbbe di sì) accanto all’ingresso della ex Provincia regionale di via Novaluce, a Canalicchio, ma amministrativamente ricadente in territorio di Tremestieri Etneo. Il povero albero è stato letteralmente privato della chioma, ridotto a uno scheletrico palo con le grosse branche ridotte a moncherini protesi verso l’alto, quasi a gridare vendetta al cielo. La sua colpa? Reo di trovarsi accanto al palo dell’illuminazione. È fuor di dubbio che, a suo tempo, fu commesso un errore grossolano, delle due l’una: o fu messo a dimora un albero che avrebbe sviluppato una grande chioma vicino al palo o viceversa. Come hanno fatto finora a porre rimedio a tale sbaglio? Nella maniera più sbrigativa ed errata: capitozzando periodicamente l’albero, spendendo soldi pubblici, senza risolvere il problema, ma procrastinandolo sine die.
A nessuno è passato per la mente di porsi una domanda facile facile: quali conseguenze, col tempo, subirà l’albero? Purtroppo, è ancora ben radicata la convinzione che il Ficus è una pianta assai robusta, reagisce magnificamente alle capitozzature e, in breve tempo, riformerà la chioma di prima. E qui casca l’asino. Anzi, casca l’ignorante (inteso come participio presente del verbo ignorare) che ha ordinato l’ennesimo brutale intervento ai danni dell’albero. Se è vero che il Ficus (microcarpa?) è una pianta vigorosa e sopporta bene i tagli drastici, è altrettanto incontrovertibile il fatto la pianta marcirà al suo interno, lentamente ma inesorabilmente si svilupperà un processo di carie che renderà l’albero cavo, divenendo così un pericolo per l’incolumità dei passanti. Con l’estate ormai alle porte, l’albero reagirà con un disordinato riscoppio di tutte le gemme, le quali riformeranno una chioma informe, irregolare, più bassa di prima, si avrà la proliferazione di lunghi rami esili, sottili, i quali saranno facili a spezzarsi nelle giornate ventose. Nel frattempo, verrà meno sia il benefico apporto della quota di ossigeno rilasciato dalle foglie, sia la rimozione dell’anidride carbonica e del particolato fine che inquinano l’aria di una strada trafficatissima qual è appunto via Novaluce. Per non dire del desolato aspetto che ha assunto il povero albero dopo l’asportazione della chioma e della distruzione dei numerosi nidi di uccelli visto che il drastico intervento cesorio è stato effettuato in pieno periodo di nidificazione.
GIUSEPPE SPERLINGA

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STELLE E AMBIENTE CHIEDE LA RIAPERTURA DELLA GROTTA DI VIA CECCHI (CATANIA)

 

STELLE E AMBIENTE

Associazione per la ricerca e divulgazione astronomica e ambientale

 “Marcello La Greca” – Catania

Presidente: prof. Giuseppe Sperlinga

Contatti: 3288172095 –3402161035 (WhatsApp) –  info@stelleambiente.it   –   www.stelleambiente.it

 

                                                                       Gent.ma Dott.ssa

                                                                       Rosalba Panvini

                                                                       Soprintendente per i Beni Culturali e Ambientali

                                                                       CATANIA

soprict@certmail.regione.sicilia.it

 

 

Oggetto: Riapertura ingresso grotta di via Cecchi – Catania

Catania, 11 giugno 2020

 

 

Gent.ma Soprintendente,

a nome dell’associazione onlus “Stelle e Ambiente per la ricerca e la divulgazione astronomica e ambientale “Marcello La Greca” di Catania, che ho l’onore di presiedere, chiedo il Suo autorevole intervento per la riapertura  di una imponente galleria di scorrimento lavico preistorica per dimensioni e sviluppo lineare (mediamente larga 6-8 metri, alta 3-4 metri dal pavimento e lunga probabilmente 800 metri, 400 dei quali accertati), arrivata ai nostri giorni in ottimo stato di conservazione e riportata alla luce nel maggio del 2000 durante i lavori di scavo per la realizzazione di un box in proprietà privata del signor Rapisarda, ubicata al civico 8 di via Antonio Cecchi di Catania. La grotta in questione, il cui nome provvisorio è “Grotta di via Cecchi”, fu riscoperta casualmente da chi scrive ed esplorata con la collaborazione degli speleologi del Gruppo Grotte del CAI sezione dell’Etna di Catania.

Negli anni Settanta del secolo scorso, tale cavità fu intercettata e sventrata per un tratto di una trentina di metri dalle ruspe adoperate per lo sbancamento lavico di un’area compresa tra le vie Cecchi, Antonelli e Pietra dell’Ova, nei pressi dell’Istituto San Giuseppe, dove poi furono edificati numerosi appartamenti in villa, gran parte dei quali scaricano ancora oggi i liquami nella sottostante grotta, la quale è, da una cinquantina d’anni, impropriamente utilizzata come scarico fognario (“pirituri”).

La prima esplorazione della grotta fu compiuta alla fine di maggio 2000. In quell’occasione si accertò che la cavità si sviluppava nella medesima unità di flusso di una eruzione avvenuta in epoca preistorica, nelle cui lave sono presenti alcune cavità di inestimabile importanza scientifica e note da tempo agli speleologi e agli archeologi: la Grotta Nuovalucello I e la Grotta Nuovalucello II, che hanno l’ingresso nel cortile del Seminario Arcivescovile (ve ne era una terza, ma è stata distrutta); la Grotta Petralia, che si apre in un orto privato di via Filippo Liardo; la Grotta Mario Ciancio, in una proprietà privata di via Pietra dell’Ova; la Grotta Caflisch, anch’essa in una proprietà privata di via De Logu.

Come già detto, si tratta di cavità naturali di rilevante importanza scientifica e culturale, perché in passato hanno restituito reperti archeologici che, oggi, in parte sono custoditi dalla Soprintendenza di Catania, in parte sono esposti nel Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi” di Siracusa.

Sin dal primo momento della sua riscoperta, la Grotta di via Cecchi si rivelò subito di grande importanza scientifica, soprattutto dal punto di vista speleologico, biospeleologico e archeologico. Essa, infatti, fu sommariamente esplorata dagli speleologi del Gruppo Grotte del CAI per circa 450 metri, ma rimase inesplorata una galleria di grandi dimensioni intravista oltre uno stretto cunicolo. Fu, altresì, eseguita una ricerca speditiva sulla fauna cavernicola che permise di rinvenire numerosi esemplari di Isopodi terrestri appartenenti alla specie Buddelundiella cataracte, presente nella vicina grotta Nuovalucello I. Infine, furono rinvenuti numerosi frammenti ceramici e ossa umane, la cui presenza nella grotta fu immediatamente segnalata alla Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Catania. Il sopralluogo effettuato dott. Francesco Privitera, archeologo della Soprintendenza etnea, consentì di rinvenire frammenti di un vaso preistorico, ceramiche dipinte, il lisciatoio ancora sporco di colore appartenuto a un pittore vissuto più di quattromila anni fa, sepolture che tuttora custodiscono calotte craniche e femori umani di uomini dell’Età del Bronzo, un vaso ancora intatto risalente forse all’Età del Rame e una gran quantità di frammenti ceramici e tegoloni di epoca romana, una lucerna paleocristiana, alcune macine in pietra lavica.

Considerata la grande importanza scientifica della cavità, una volta completati i lavori di costruzione del box, la Soprintendenza s’impegnò a rendere possibile l’accesso in maniera autonoma dal box del signor Rapisarda, assumendosi l’onere delle spese per l’installazione di un robusto cancello di ferro. Purtroppo, alla volontà d’intenti e alle parole non seguirono mai i fatti, perché il signor Rapisarda, stanco di aspettare, murò l’ingresso della grotta. E da quel momento non fu più possibile proseguire l’esplorazione della grotta, né eseguire il suo rilevamento topografico in pianta e in sezione, né completare le ricerche scientifiche di tipo biospeleologico e archeologico.

Alla luce di quanto prima esposto e in considerazione del fatto che la ripresa delle ricerche all’interno della Grotta di via Cecchi consentirebbe di incrementare le conoscenze finora acquisite sul patrimonio naturale sotterraneo della periferia settentrionale della città di Catania, Le rivolgo l’invito, gentile Soprintendente, di voler disporre la riapertura della cavità. Ciò comporterebbe da parte della Soprintendenza di Catania un onere finanziario intorno a tremila euro per la copertura delle spese necessarie per l’abbattimento di un breve tratto di muro in mattoni (2,5 m di larghezza x 2,5 m di altezza) e per la successiva applicazione di un cancello di ferro delle medesime dimensioni.

Una volta realizzato il cancello d’ingresso, l’Associazione “Stelle e Ambiente” è disponibile a impegnarsi, a titolo assolutamente gratuito, nella gestione della fruizione scientifica e culturale della Grotta di via Cecchi, nella prospettiva dell’attuazione del progetto denominato “Parco Vulcanospeleologico Metropolitano” che prevede la tutela e la valorizzazione sia delle cavità naturali e artificiali, come le cave di ghiara e i rifugi antiaerei ricavati al di sotto delle lave della colata del 1669, sia delle lave incolte, le “sciare”, dislocate nel territorio metropolitano di Catania, che oltre alla città capoluogo e la frazione di San Giovanni Galermo comprende i Comuni di Gravina, Mascalucia, Tremestieri Etneo, San Pietro Clarenza, Camporotondo Etneo, Belpasso, Misterbianco.

Rinnovando la piena disponibilità dell’Associazione “Stelle e Ambiente” a quanto prima esposto e fiducioso della benevola accoglienza della presente richiesta, Le invio i più cordiali saluti.

 

                                                                                    Il Presidente

                                                                                     Prof. Giuseppe Sperlinga

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IL CIELO DI GIUGNO 2020

NEL CIELO DI GIUGNO BRILLA LO SCORPIONE

DUE ECLISSI, IL SOLSTIZIO ESTIVO E LE CONGIUNZIONI LUNA-PIANETI

Due eclissi, una lunare di penombra (il 5) e una anulare di Sole (il 21, visibile solo nel Centro-Sud e per giunta sarà parziale); il solstizio d’estate (il 20); alcune belle congiunzioni tra la Luna e i pianeti: ecco cosa ci riserva il cielo di giugno

Per saperne di più sulle due eclissi, come di consueto, ci siamo rivolti al dott. Piero Massimino, dell’Inaf-Osservatorio Astrofisico di Catania, il quale ci ha fornito i seguenti dati in ora locale per un osservatore posto alla latitudine di Catania. Cominciamo con l’eclissi penombrale di Luna del 5 giugno: inizio ore 19.46, con la Luna molto bassa sull’orizzonte; massimo dell’eclissi alle 21.25 (altezza 11°22’, azimut SE 129°42’, magnitudine penombra 0,56); fine del fenomeno alle ore 23.04 con l’argenteo satellite terrestre a 24° di altezza. Un’eclissi penombrale di Luna si verifica quando il nostro pianeta si trova sulla stessa retta fra il Sole e la Luna, con i tre corpi celesti allineati perché la Luna occupa uno dei due punti di intersezione dei piani orbitali terrestre e lunare, i cosiddetti “nodi”. La Luna, dunque, è in fase di plenilunio. Durante una eclissi di questo tipo, il nostro satellite naturale attraversa uno dei due coni che la Terra proietta nello spazio, quello di penombra, che è più esterno del cono d’ombra. È un fenomeno poco appariscente rispetto alle eclissi totali o parziali di Luna, che invece si verificano quando il satellite s’immerge in tutto o in parte nel cono d’ombra della Terra. Si avrà, infatti, soltanto un impercettibile abbassamento della luce lunare, il disco lunare apparirà leggermente ombrato, come una velatura provocata da masse nuvolose diffuse. Pur non essendo uno spettacolo non paragonabile all’eclissi totale, non mancherà di incuriosire chi ama scrutare il cielo. Quella del 5 giugno sarà la seconda eclissi penombrale di Luna di quest’anno (la prima si è verificata lo scorso 10 gennaio), poi ce ne saranno altre due, il 5 luglio (alle 6.30 del mattino) e il 30 novembre, quest’ultima, però, non sarà visibile dall’Italia.

Vediamo adesso i dati in ora locale per l’eclissi anulare di Sole (sarà parziale per l’Italia meridionale) del 21 giugno, relativi sempre a un osservatore posto a Catania, fornitici dal dott. Massimino: primo contatto alle ore 6.55, altezza 12.9°, azimut 70.2°; fase centrale alle 7.26, altezza 18.6°, azimut 74.3° (magnitudine 0.125); ultimo contatto alle 7.57. altezza 24.7°, azimut 78.5°. Si tratta di una spettacolare eclissi solare anulare, la quale differisce dall’eclissi totale poiché la Luna non oscurerà completamente il disco solare, dal momento che il nostro unico satellite naturale si troverà contemporaneamente sia nel nodo sia alla massima distanza dalla Terra (apogeo), di conseguenza il Sole non risulterà del tutto eclissato, ma sarà oscurato solo nella parte centrale, che sarà circondata da un autentico anello di fuoco. La fase anulare sarà visibile in Africa, Arabia Saudita, India, Cina e Oceano Pacifico. L’ultima eclissi anulare di Sole si era verificata il 26 dicembre dell’anno scorso e la poterono ammirare in Indonesia e nel Pacifico. In Sicilia, per godere dello spettacolo di una eclissi di Sole dovremo aspettare il 12 agosto 2026, ma soprattutto il 2 agosto del 2027, quando si verificherà quella che tutti definiscono “l’evento astronomico del millennio”, perché l’eclissi, quel giorno, interesserà tutto il Mediterraneo e sarà totale a Lampedusa (i turisti arriveranno a frotte) e del 98% in Sicilia. Non è superfluo ricordare che per osservare in sicurezza le eclissi di Sole occorre proteggere gli occhi senza far ricorso a soluzioni fai da te tipo lastre di vetro affumicate o code di vecchie pellicole, il rischio di danneggiare la retina non va sottovalutato, pena la cecità nei casi più gravi. Occorre prendere le giuste precauzioni utilizzando gli appositi occhialini oppure vetri da saldatore con protezione 14. Se si utilizzano telescopi, binocoli e fotocamere occorre schermarli con un filtro chiamato “Mylar”, in vendita nei negozi di ottica specializzati in strumenti astronomici, che consiste in un foglio composto da due sottili strati di plastica separati da un foglietto di alluminio. In ogni caso, mai osservare l’eclissi solare totale o parziale che sia a occhio nudo o, peggio, attraverso un telescopio o binocolo.

Quest’anno, il solstizio estivo cade alle 23.44 del 20 giugno. Sarà il giorno col dì più lungo e la notte più corta dell’anno (a Catania, il dì dura 14 ore e 31 minuti, cui bisogna aggiungere la luce crepuscolare dell’alba e del tramonto), a mezzogiorno il Sole raggiunge la massima altezza sul piano dell’orizzonte, che ovviamente varia a seconda della latitudine: 68° a Milano, 71,5° a Roma, A Milano l’altezza massima è 68° (3° 30′ più basso rispetto a Roma), a Catania è di 75°56’, i raggi solari saranno allo zenit su tutte le località che si trovano sul Tropico del Cancro (la cui denominazione dovrebbe essere mutata in “Tropico dei Gemelli” visto che, a causa della precessione degli equinozi, il Sole solstiziale si trova proiettato nella costellazione dei due Dioscuri), il circolo di illuminazione includerà interamente l’Artico, dove il Sole non sorgerà né tramonterà, ed escluderà l’Antartide.

Rapido sguardo ai pianeti. Mercurio è individuabile molto basso nel cielo occidentale, dove tramonta un’ora e tre quarti dopo il Sole agli inizi del mese (il 4 sarà a 23°36’ che è la massima distanza angolare dal Sole). Venere nei primi giorni del mese sarà inosservabile, ma nella seconda parte del mese sarà Lucifero, l’astro più brillante del mattino che precede di un paio di ore il sorgere del Sole. Il pianeta rosso Marte continua a essere visibile nella seconda parte della notte, a Sud-Est.  Il gigantesco Giove sarà sempre più basso sull’orizzonte sud-orientale sin dalla mezzanotte. Il vero Signore degli anelli, Saturno, sorge un po’ più tardi di Giove. Urano è osservabile a oriente prima che sorga il Sole. Nettuno, infine, è osservabile a Sud-Est, nella seconda parte della notte. Verso la mezzanotte tra l’8 e il 9, nel cielo sud-orientale, spiccherà in cielo un tris d’astri spettacolare formato dalla Luna e da Giove e Saturno. Per i nottambuli segnaliamo la congiunzione tra la Luna e Marte nella seconda parte della notte tra il 12 e il 13 giugno e per chi ama alzarsi presto quella tra l’argenteo satellite terrestre e Venere prima dell’alba del 19 giugno.

Nella tarda serata, nel cielo sud-orientale, domina lo Scorpione, una delle poche costellazioni zodiacali la cui silhouette è verosimile all’animale cui si riferisce, con le tre stelle a destra che rappresentano le chele protese dell’aracnide, il cui cuore è rappresentato dall’inconfondibile luminosa supergigante rossa Antares. Poi vi sono le altre stelle che formano il resto del corpo, con la lunga coda all’estremità della quale vi è Shaula, che in arabo significa pungiglione, aculeo, una stella tripla che occupa il ventiquattresimo posto tra gli astri più luminosi della volta celeste.

GIUSEPPE SPERLINGA

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TRENTADUE VEICOLI ABBANDONATI NELLE STRADE DI CANALICCHIO

Il quartiere di Canalicchio è un led rosso lampeggiante che denuncia l’impressionante stato di degrado in cui versa tutta la città di Catania.
Girando a piedi per le strade del quartiere ho contato: 1) ben 32 veicoli a quattro ruote abbandonati (ma chissà quanti altri saranno sfuggiti alla conta); 2) una miriade di micro discariche attorno ai cassonetti della spazzatura che ritornano subito dopo essere stati bonificati; 3) cassonetti sempre pieni di ogni sorta di rifiuti, maleodoranti al punto da rendere l’aria circostante irrespirabile; 4) spazzatura ordinaria arricchita dalla inquietante presenza di mascherine e guanti di plastica gettati da irresponsabili oltre che incivili. E mi fermo qui.
Il quotidiano La Sicilia di oggi pubblica un articolo a firma di chi scrive in cui è denunciata la presenza nelle strade di Canalicchio di auto abbandonate da anni e qual è il loro potenziale pericolo per i cittadini e per l’ambiente.
Buona lettura!

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TRENTUNO VEICOLI ABBANDONATI NELLE STRADE DI CANALICCHIO

Sono trentadue i veicoli dismessi abbandonati nelle strade di Canalicchio: trenta auto di vari modelli e cilindrate più due furgoni, quasi tutti con gomme afflosciate, “dimenticati” dai proprietari nelle strade ricadenti all’interno del quadrilatero grosso modo delimitato dalle vie Leucatia, Cardinale Nava, Pietra dell’Ova, Ferro Fabiani, Pietro Novelli. Abbiamo percorso a piedi le vie, gli slarghi e le piazze di quasi tutto il quartiere ed è emersa questa incredibile quantità di veicoli abbandonati sul suolo pubblico sia perché non più funzionanti sia perché erano vecchi e malridotti, molti dei quali circondati da una rigogliosa vegetazione spontanea.

Nella sola via Taranto (una traversa di via Pietra dell’Ova, lunga 150 metri), da anni, vi sono parcheggiati due furgoni e ben sette auto. Altre cinque auto si trovano nell’ultimo tratto di via Generale di San Marzano, là dove la strada finisce a fondo cieco. E, ancora, sono quattro i mezzi depositati da tempo in via Ferro Fabiani tra via Pedara e via Archimede Cirinnà. L’incredibile elenco prosegue con le auto delle vie Di Giorgio, Giuseppe Arimondi, Brindisi e Puglia, ciascuna con le carcasse di due auto. Un veicolo abbandonato, infine, si trova in ciascuna delle seguenti strade: Otranto, Concetto Marchesi, Pedara, Noto, Pietra dell’Ova e Tito Manlio Manzella.

Sarebbe interessante conoscere se i proprietari di queste auto da rottamare continuano a pagare la tassa di proprietà e l’assicurazione, ma accertarlo è un compito che spetta alla Polizia municipale di Catania. Il timore degli abitanti è legittimo: continuando di questo passo, il decoro urbano del quartiere va a farsi benedire, perché è concreto il rischio di vedere le strade di Canalicchio trasformate in un cimitero di automobili a cielo aperto, le quali sono sempre più sporche e i cassonetti trasformati in micro discariche abusive dai pendolari incivili provenienti dai vicini paesi di Tremestieri, San Gregorio e S. Agata li Battiati.

Ma torniamo alle auto abbandonate. È un illecito occupare per anni il suolo pubblico sottraendolo alla sosta delle auto di proprietari in regola? Quando un’auto di può considerare “abbandonata”? Le leggi vigenti stabiliscono che un’auto si considera abbandonata quando è priva di targa, è inutilizzabile perché priva di ruote, dei sedili, del motore, delle portiere; se intralcia la circolazione. Per il Codice della strada, qualsivoglia veicolo non può circolare o sostare su strade e aree pubbliche se privo di assicurazione, pena una sanzione per il proprietario, che è rintracciabile attraverso la targa o il numero di telaio. E se l’auto è priva di targa? In tal caso, se risulta impossibile risalire al proprietario, i Vigili urbani, dopo aver controllato che il mezzo non sia stato rubato, provvederanno alla rimozione della carcassa. Tutto ciò perché la legge considera le auto abbandonate sul suolo pubblico “rifiuti speciali pericolosi” e, come tali, sono destinati ai centri di smaltimento autorizzati.

C’è da dire, infine, che colui il quale abbandona un’auto su strada pubblica commette il reato penale di inquinamento ambientale, perché il veicolo dismesso contiene sostanze liquide pericolose (carburante, olio motore e freni, liquidi refrigeranti nel radiatore), batteria, pneumatici, per la rimozione dei quali occorrono particolari attrezzature per lo smontaggio e l’impiego di operai specializzati.

GIUSEPPE SPERLINGA

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ASTRONOMI IN RIVOLTA CONTRO LE NUOVE MEGACOSTELLAZIONI DEI SATELLITI PER TELECOMUNICAZIONE

Il quotidiano La Sicilia di oggi, venerdì 15 maggio 2020, pubblica un articolo a firma di chi scrive sull’inquinamento luminoso provocato dalle cosiddette costellazioni di satelliti artificiali per telecomunicazioni che da qualche tempo solcano il cielo disturbando sia le osservazioni astronomiche con i tradizionali strumenti di indagine astronomica, quali sono i telescopi, sia le ricerche con i radiotelescopi.
Ne ho parlato con l’amico di antica data Giorgio Siringo, astronomo dell’Eso (Osservatorio Europeo Australe), che tramite contatto FB mi ha rilasciato l’intervista che potrete leggere nel testo integrale che pubblico qui di seguito, perché purtroppo per esigenze di spazio è stato dolorosamente ridotto.0
Buona lettura e un ringraziamento particolare all’amico Giorgio Siringo per la preziosa collaborazione.
G.Spe.

ASTRONOMI IN RIVOLTA CONTRO LE NUOVE MEGACOSTELLAZIONI DEI SATELLITI PER TELECOMUNICAZIONE
Si è aperto un nuovo fronte nella lotta all’inquinamento luminoso. Dopo quello terrestre dovuto all’abnorme proliferazione di luci emanate da diffusori luminosi spesso inadeguati e rivolti verso l’alto, d’ora in avanti dovremo fare i conti con un altro temibile nemico, qual è quello spaziale, cioè quello causato dalla miriade di puntolini bianchi che, silenziosi, sciamano a frotte nel cielo.
Da qualche tempo, in effetti, il cielo notturno è solcato da una strana processione di puntini luminosi, una “processione spaziale” visibile a occhio nudo che ha destato non poche perplessità (e timori, come vedremo) di coloro che studiano e osservano i fenomeni celesti e che guardano verso l’alto. C’è chi, tra la gente, si è pure preoccupato chiedendosi se non fosse in atto una invasione aliena. Già, perché in questi casi, infatti, il pensiero vola subito agli ufo, che nell’immaginario popolare è sinonimo di “individuo extraterrestre. Cosa sono, allora, quegli oggetti luminescenti in movimento che rapidamente si spostano sopra le nostre teste? Ovviamente, non si tratta di squadriglie di ufo, che, non è superfluo ricordarlo, è l’acronimo di “oggetti volanti non identificati”. Anzi, sono oggetti noti e identificati, di essi si conosce tutto: la traiettoria, i tempi del loro passaggio, cosa ci fanno in cielo. Si potrebbe pure risalire al nome del loro proprietario. Gli oggetti volanti luminosi sono satelliti artificiali per telecomunicazione, come i famigerati satelliti “Starlink”, che fanno parte di una flotta privata di proprietà del miliardario Elon Musk. Per saperne di più sul conto di costui è bastato cercarlo su Internet per scoprire che è un imprenditore e inventore sudafricano con cittadinanza canadese naturalizzato statunitense. Nel dicembre 2018 occupava il 25mo posto nell’elenco delle persone più potenti del mondo e, l’anno scorso, ha occupato la 34ma posizione, con un patrimonio di 28,8 miliardi di dollari, della lista delle persone più ricche del mondo. Tutto ciò grazie alla sua fervida e fertile fantasia, che ha partorito una miriade incredibile di progetti, come le auto elettriche Tesla e l’agenzia spaziale SpaceX, con una ricaduta economica impressionante. Musk ha in mente un sistema di trasporti ad alta velocità (l’Hyperloop), ha proposto un aeromobile elettrico supersonico a decollo e atterraggio verticali con propulsione a ventole elettriche (il Musk electric jet). Ma il più importante obiettivo è un altro e intende raggiungerlo tramite SolarCity, Tesla e SpaceX: quello di cambiare il mondo e l’umanità riducendo sia il riscaldamento globale grazie all’utilizzo di energie rinnovabili, sia il “rischio di un’estinzione umana” stabilendo una colonia umana su Marte, che ancora sembra appartenere al mondo della fantascienza. Al momento, più concretamente, Musk mira alla realizzazione, tramite SpaceX, del progetto che ha lo scopo di dare accesso a Internet ad alta velocità in tutti i luoghi della Terra grazie al dispiegamento di una costellazione di diverse migliaia di satelliti per telecomunicazioni posizionati in un’orbita terrestre bassa, la flotta Starlink, i quali orbitano rapidamente e sono visibili solo dall’area che stanno sorvolando. Per assicurare una copertura globale è, perciò, necessario avere una moltitudine di satelliti in orbita. Finora ne sono stati lanciati 422 nello spazio, ma presto potrebbero essere decine di migliaia a sciamare sulle nostre teste. Ciascuno di questi satelliti pesa circa 250 kg e, tramite i pannelli che sfruttano i raggi solari, ricava l’energia necessaria al funzionamento. L’obiettivo è molto ambizioso ed è quello di arrivare a lanciarne 12.000 nei prossimi anni, forse addirittura 42.000, in modo da garantire una copertura globale senza soluzione di continuità. Starlink non è l’unico progetto di questo genere, infatti, va ad affiancare costellazioni già in orbita e in operazione da diversi anni come Iridium (66 satelliti), Globalstar (24 satelliti) e Orbcomm (31 satelliti) e altre in via di sviluppo come Amazon Kuiper (3.236 satelliti) o Facebook Athena.
Tuttavia, in molti non ci stanno e storcono il naso. Gli astronomi e gli astrofili che operano negli osservatori sparsi nell’intero pianeta sono addirittura in rivolta contro quella che è definita “la megacostellazione di Starlink”. Alla loro protesta, che monta sempre di più ogni giorno che passa, hanno aderito pure tutti gli astronomi non professionisti. Vito Lecci, dell’Osservatorio astronomico Sidereus, che sorge nelle campagne di Salve (Lecce), teme che “presto il cielo come lo conosciamo sarà solo un bel ricordo del passato. In una foto che ho scattato giorni fa in prima serata – dice Lecci – si possono contare le strisciate lasciate dal passaggio solo di una decina di essi, ma ne ho contati personalmente almeno 50, in meno di un’ora. Da ora in poi credo proprio che sarà estremamente difficile riuscire a fare astrofotografie decenti”. Preoccupata pure l’Unione Astrofili Italiani (Uai), che raggruppa tutti gli studiosi e osservatori amatoriali del suolo italico: “La comunità astrofila manifesta una crescente preoccupazione per l’iniziativa “StarLink” di SpaceX, che vede ormai numerosi satelliti già in orbita e un aggressivo piano di lancio per i prossimi mesi. Numerose sono le segnalazioni di avvistamenti visuali, nonché le foto segnate dalla ormai tipica “strisciata” dei satelliti StarLink”.
Ma perché gli studiosi del cielo temono che la costellazione dei satelliti di Musk possa mettere in pericolo le loro ricerche sia con gli strumenti ottici sia con i radiotelescopi? Ne abbiamo parlato con Giorgio Siringo, un astronomo siciliano di Siracusa da anni trapiantato in Cile (vive a Santiago). Dopo la laurea, Siringo ha lavorato al telescopio “Mito” che si trova in cima al monte Testa Grigia delle Alpi Pennine (Plateau Rosa). Poi emigrò in Germania ed è stato astronomo nel prestigioso “Max Planck Institute per la radioastronomia” di Bonn. Nel 2009, si trasferisce in Cile come astronomo dell’Osservatorio Europeo Australe (Eso), l’organizzazione astronomica internazionale cui partecipano sedici nazioni europee più il Cile, Paese anfitrione, e l’Australia come partner strategico. L’Eso gestisce direttamente tre grandi osservatori che ospitano diversi telescopi: La Silla, il più antico, vicino alla città La Serena; Cerro Paranal, che ospita il “Very Large Telescope” (Vlt) formato da quattro telescopi per l’ottico/infrarosso da 8 metri di diametro ciascuno, che possono anche operare insieme come interferometro ottico e il telescopio per survey “Vista”; Cerro Armazones, dove si sta costruendo il telescopio ottico/infrarosso singolo più grande del mondo, l’Extremely Large Telescope (Elt), da 39 metri di diametro. Inoltre, l’Eso partecipa ai progetti di radio-astronomia millimetrica e submillimetrica “Apex” (dove Siringo ha lavorato fino al 2012) e “Alma” (dove lavora adesso) che si trovano sull’altopiano del Cerro Chajnantor, vicino a San Pedro de Atacama, nel nord del Cile.
“La scelta di Atacama, a 5.000 metri s.l.m., nel deserto più arido del mondo – spiega Siringo – è stata dettata dalla necessità di avere ridottissimi livelli di umidità, perché il vapore acqueo presente nell’aria assorbe la radiazione millimetrica/submillimetrica rendendo l’osservazione dalla Terra praticamente impossibile. I telescopi Eso, oltre a essere molti e di altissima tecnologia, sono corredati da una grande quantità di ricevitori tra i più sensibili mai costruiti. Quando lavoravo a Bonn, tra il 2004 e il 2007 – ricorda con malcelato orgoglio – ho costruito la camera di bolometri “Laboca” che è ancora in attività ad “Apex”, nato dalla collaborazione tra l’Eso, il Max Planck Institute di Bonn e lo svedese Onsala Space Observatory”.
Nel 2012, Siringo cominciò a lavorare come Senior Radio-Frequency Engineer per conto dell’Eso nel dipartimento di ingegneria dell’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (Alma), che è un radiointerferometro situato anch’esso sull’altopiano del Cerro Chajnantor, un progetto globale sviluppato in collaborazione tra Europa, Nord America, Asia orientale e Repubblica del Cile. Attualmente, si occupa della supervisione di tutti i ricevitori di Alma e altri dispositivi, come per esempio le unità di calibrazione o i radiometri per monitorare il vapore d’acqua, che occupano lo “spazio frontale” all’interno di ciascuno dei 66 radiotelescopi. Inoltre, essendo un astronomo con molta esperienza in tecnologia, in Alma è l’anello di congiunzione tra il dipartimento di Scienza e quello di Ingegneria.
– Dott. Siringo, parliamo dell’impatto della costellazione di satelliti artificiali sulle osservazioni astronomiche.
“L’allarme non viene solo dal mondo dell’astronomia in luce visibile, ma anche dal mondo dell’infrarosso e del radio. Non ci si preoccupa solo della costellazione di satelliti Starlink di SpaceX, ma pure di Iridium, OneWeb, Globalstar, i progetti Kuiper di Amazon e Athena di Facebook. Già tra maggio e giugno dell’anno scorso sono stati emessi dei comunicati ufficiali da parte di un partner di “Alma”, il National Radio Astronomy Observatory (Nrao), che è un centro di ricerca radioastronomica degli Stati Uniti con sede centrale a Charlottesville, in Virginia, dell’International Dark Sky Association (Ida), che ha come finalità la protezione e la conservazione dell’ambiente notturno e del cielo stellato promuovendo un’illuminazione eco-compatibile di qualità, e della International Astronomical Union (Iau), cui aderiscono le società astronomiche del mondo. Nei comunicati si segnalano due aspetti preoccupanti: il primo è che i satelliti sono rivestiti di metalli altamente riflettenti e, quindi, producono delle scie luminose, soprattutto nelle ore dopo il tramonto o prima dell’alba; l’altro è che i satelliti emettono onde radio che potenzialmente possono interferire con le osservazioni dei radio telescopi. Inoltre, si fa notare che ci sono grandi progetti in via di sviluppo, come Elt o Lsst, che potrebbero essere fortemente penalizzati dal passaggio di questi satelliti artificiali commerciali”.
“Nello scorso febbraio – continua Siringo – la International Astronomical Union ha diramato un nuovo comunicato in cui si rende noto che sono state iniziate delle ricerche scientifiche per calcolare l’impatto delle nuove costellazioni di satelliti artificiali. Questo sforzo ha coinvolto diversi istituti di ricerca, tra cui l’Eso, che ha pubblicato uno studio dettagliato sulla autorevole rivista scientifica “Astronomy&Astrophysics” ed è descritto in italiano nel comunicato stampa dell’Eso: https://www.eso.org/public/italy/news/eso2004/?lang, che consiglio vivamente di leggere perché contiene tanti dettagli interessanti. Una delle conclusioni dello studio dell’Eso é che, se anche l’impatto delle tracce lasciate dai satelliti nelle osservazioni è di circa 1-3% per la maggior parte dei telescopi, telescopi di nuova generazione con largo campo di vista, come Elt e Lsst, vedrebbero compromessa la qualità di circa il 30-40% delle osservazioni nelle prime ore della notte, dopo il tramonto, o nelle ultime, prima dell’alba. Per finire, una notizia di oggi: sono stato informato dalla Rfi-Watch (monitoraggio delle interferenze in radio-frequenza) che SpaceX ha richiesto alla Fcc (l’organo competente di controllo negli USA) delle modifiche sostanziali nel progetto Starlink. Sostanzialmente, la richiesta è di mettere tutti i 4.400 satelliti della prima generazione in orbita bassa a 550 km di altitudine invece dei circa 1.200 km per cui il progetto era stato approvato. Questi, quindi, andrebbero ad aggiungersi agli altri circa 400 satelliti già in orbita bassa e agli altri 7.500 della seconda generazione che andranno a occupare orbite ancora più basse, intorno ai 340 km, già approvati dalla Fcc. Il problema, quindi, è reale e sembra che non ci sia niente da fare, se la Fcc continua ad approvare progetti di questo tipo. Purtroppo, ci troviamo in una fase di contrasto tra gli interessi della comunità astronomica mondiale e gli interessi economici delle compagnie di telecomunicazione”.
Probabilmente, Elon Musk e gli altri dimenticano che il cielo notturno è stato dichiarato dall’Unesco “Patrimonio dell’Umanità”. Ciò significa che il cielo notturno è di tutti e va difeso dall’inquinamento luminoso terrestre e da quello spaziale si vuole conservare memoria per le generazioni future.
Apprendiamo da Giorgio Siringo che lo scorso 27 aprile si è svolta una riunione “virtuale” sul tema “Interferenza ottica da costellazioni di satelliti” cui hanno partecipato, tra gli altri, Tony Tyson, direttore scientifico dell’Lsst, ed Elon Musk, fondatore di Space-X. Pare che Musk abbia espresso preoccupazione per la necessità urgente di minimizzare l’interferenza di Starlink con le osservazioni astronomiche. Se così fosse, ciò potrebbe servire a placare l’ira della comunità astronomica internazionale.
              GIUSEPPE SPERLINGA

Aggiornamento di Giorgio Siringo (8 maggio 2020):

“Secondo il sito web astronomynow.com, a partire dal prossimo gruppo di satelliti Starlink, altri 60 satelliti che il prossimo 18 maggio andranno ad aggiungersi ai 420 già presenti in orbita bassa, SpaceX prova a mitigare il problema delle superfici riflettenti ricoprendole con una schiuma, detta “VisorSat”, che dovrebbe attenuare la riflessione della luce permettendo però la trasmissione dei segnali radio. Lo scorso gennaio, avevano già fatto un test con un satellite ricoperto di vernice nera, soprannominato “DarkSat”. Il test non aveva dato buoni risultati: l’attenuazione di luminosità risulta essere insufficiente (appena 1 magnitudine) e il surriscaldamento dovuto ad assorbimento di calore in eccesso da parte delle superfici nere rischia di danneggiare l’elettronica. Pertanto hanno trovato una soluzione differente. Quindi qualcosa si sta muovendo, grazie all’allarme dato dalla comunità. Staremo a vedere! “

https://astronomynow.com/2020/05/05/spacex-to-debut-satellite-dimming-sunshade-on-next-starlink-launch/

 

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ARRIVA LA COMETA SWAN

È IN ARRIVO LA COMETA CIGNO

IL 12 MAGGIO DOVREBBE ESSERE VISIBILE DA CATANIA. SI DISINTEGRERÀ COME LA ATLAS?

Bizzarrie del cielo. Tutti aspettavano di vedere il cielo notturno solcato dalla cometa Atlas, invece, ecco in arrivo la cometa Swan. Atlas, infatti, non la vedremo mai, perché si è disintegrata, come ha accertato pure il telescopio spaziale “Hubble” che ne ha fotografato i frammenti.
Il nome della nuova cometa, Swan, in inglese significa “cigno”, ma in realtà è l’acronimo di “Solar Wind ANisotropies”, che è lo strumento che si trova a bordo della “Soho”, altro acronimo di “Solar and Heliospheric Observatory, la sonda della Nasa e dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), che orbita attorno al Sole per la misurazione del vento solare, la cui distribuzione non è uguale in tutte le direzioni, ma è anisotropa, come dicono gli studiosi. Ecco, il compito di Swan è quello di misurare l’anisotropia del vento solare, cioè il flusso di particelle cariche emesso dall’alta atmosfera del Sole composto in gran parte da elettroni e protoni e, in minima parte, da particelle alfa, che sono nuclei di elio formati da due protoni e due neutroni.
Come spesso accade in campo scientifico, mentre si sta studiando una cosa, se ne scopre un’altra, in maniera fortuita. È accaduto che lo scorso 11 aprile, l’astronomo non professionista australiano Michael Mattiazzo (il cognome tradisce le sue origini italiane: i genitori, infatti, sono veneti emigrati anni fa nella terra dei canguri) stava analizzando i dati della Soho raccolti attraverso lo strumento Swan, quando si è accorto che la sofisticata apparecchiatura era riuscita a scorgere una nuova cometa, probabilmente perché l’astro chiomato è in grado di liberare una significativa quantità di idrogeno. Mattiazzo non poteva essersi sbagliato: nelle immagini scattate il 25 marzo precedente era stata immortalata una cometa, che prese il nome dal dispositivo montato a bordo della Soho, cioè Swan. Nello stesso tempo, in Italia, la nuova cometa era stata ripresa e fotografata pure dall’astronomo italiano Ernesto Guido utilizzando un telescopio australiano da remoto, dato che ancora non era visibile dal nostro emisfero. In questi casi, le regole dell’Unione astronomica internazionale (Iau) impongono che la nuova cometa dev’essere chiamata col nome dello scopritore, che in questo caso era lo strumento Swan e così il nuovo astro chiomato è stato battezzato “Swan C/2020 F8”. Cosa significa questa sigla è presto detto: “Swan” è il nome dello scopritore (lo strumento a bordo della Soho); la lettera “C” vuol dire che è una cometa non periodica o a lungo periodo, cioè ha un’orbita iperbolica o parabolica; “2020” è l’anno della scoperta; la lettera “F” indica che è stata scoperta nella seconda metà del mese di marzo; il numero “8” significa che è l’ottava cometa scoperta in questo caso dallo strumento Swan.
La cometa, nelle foto scattate sia da Mattiazzo, sia da Guido e altri, appare con una chioma verdastra che avvolge il nucleo cometario, cui segue una lunghissima coda azzurrina ricca di idrogeno. Attualmente è visibile nei cieli dell’emisfero australe, ma a maggio, secondo gli esperti, dovrebbe essere visibile a occhio nudo anche dal nostro emisfero.
“Se tutto va bene – dice il dott. Piero Massimino, dell’Inaf Osservatorio astrofisico di Catania -, cioè se si evolve come si spera, potrebbe raggiungere la magnitudine di 3.5, quindi, essere osservabile anche a occhio nudo. È anche probabile, però, che possa disintegrarsi come la cometa Atlas. In ogni caso, il 12 maggio sarà distante 84 milioni di km da noi e dovrebbe sorgere, per un osservatore posto a Catania, alle ore 4.11, per poi raggiungere l’altezza di 17 gradi circa al sorgere del Sole. Quindi, ammesso sia osservabile, resterà comunque molto bassa sull’orizzonte, guardando verso oriente.” Sarebbe la seconda atroce delusione in pochi giorni per gli astronomi professionisti e amatoriali del mondo intero se pure la Swan subisse la stessa sorte capitata alla cometa Atlas in fase di avvicinamento al nostro Sole, che si è letteralmente frantumata, privandoci della fantastica visione celeste di un astro chiomato che viene a farci visita dai lontani spazi siderali. Delusione, stavolta, ancora più amara dai tempi bui che stiamo vivendo per la pandemia del malefico Covid-19. Swan, in questo periodo, ha aumentato la sua luminosità ancora di più, la sua magnitudine è passata da 6.7 a 6.1, il che significa che è visibile a occhio nudo. Al momento, si trova a circa 116 milioni di chilometri dalla Terra, sta transitando nella costellazione dell’Acquario, quindi è visibile dall’emisfero australe. Gli osservatori del nostro emisfero per vedere brillare questo gigantesco iceberg planetario al massimo della sua luminosità dovranno attendere quando raggiungerà il suo punto più vicino alla Terra (12-13 maggio) e il suo punto più vicino al Sole (27 maggio). Purtroppo, come spiegava il dott. Massimino, la cometa sarà molto bassa sull’orizzonte orientale e sarà osservabile prima dell’alba e dopo il tramonto, che non sono i momenti migliori per le osservazioni di oggetti celesti perché la luce crepuscolare schiarisce il fondo scuro del cielo. In questi casi, si suggerisce l’uso di un buon binocolo ed effettuare le osservazioni da siti ubicati ad alta quota in modo da attenuare gli effetti di assorbimento da parte dell’atmosfera. Nell’attesa di poterla rintracciare pure nei cieli boreali, accontentiamoci di ammirare l’astro chiomato “Cigno” immortalato nelle belle foto riprese dall’emisfero australe.
                                                                              GIUSEPPE SPERLINGA

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COME HO SCOPERTO LA COMETA “C/2020 SWAN”
di Michael Mattiazzo
(Traduzione dall’inglese di Giulia Sperlinga)
Lavoro nel dipartimento di Patologia e, con la sorpresa di molti, ho avuto una significativa flessione del carico di lavoro ambulatoriale a causa della crisi sanitaria del Covid-19. Come risultato, ho avuto l’opportunità di avere più tempo lontano dal mio lavoro, perché la quarantena mi ha consentito di concentrarmi sul mio hobby, l’astronomia. Ho scoperto questa cometa cercando i dati della sonda solare Soho in un sito web pubblico. Lo strumento Swan è una videocamera ultravioletta a bordo della Soho, che è operativa dal 1996 e il suo scopo è quello di studiare il Sole, ma è pure eccezionale nel rilevare comete che brillano intensamente ai raggi ultravioletti a causa della sublimazione del ghiaccio d’acqua vicino al Sole, attraverso la linea di emissione di ultravioletti Lyman Alpha dell’idrogeno ionizzato.
Il 9 aprile scorso, ho scaricato l’ultima mappa animata del tracker della cometa Swan e ho notato un oggetto luminoso in costante movimento che non corrispondeva a un oggetto conosciuto. C’erano altre cinque comete conosciute e rilevate nei dati. Ci vuole molta pazienza ed esperienza nell’analizzare i dati, perché ci sono molti falsi positivi dovuti alla bassa risoluzione e ai rumori di fondo, soprattutto nella regione della Via Lattea. Quando pensi di aver trovato un possibile candidato, la seconda sfida è quella di trovare la cometa nel cielo. I dati Swan, di solito, sono pubblicati almeno con 3 giorni in ritardo, quindi è necessario predire dove si trova in quel momento la cometa nel cielo. Inoltre, essi sono forniti in coordinate eclittiche, ma è semplice convertirle in coordinate equatoriali utilizzando un software planetario. Una volta che si individua un’area di ricerca, è meglio utilizzare una fotocamera e un teleobiettivo per fotografare un’ampia area del cielo. Maggiore è l’area coperta, maggiori sono le possibilità di rilevarla. Normalmente, io utilizzo una fotocamera Canon 60DA e un teleobiettivo con lenti da 200 mm. In questo caso, le condizioni meteorologiche non erano ottimali, quindi ho chiesto aiuto alla comunità delle comete. Il mio amico astrofilo Martin Masek, della Repubblica Ceca, è stato in grado di utilizzare un telescopio remoto situato in Argentina per confermare la cometa. Una volta rilevata, le misure vengono pubblicate sulla pagina di conferma della cometa per un controllo immediato (follow-up) da parte degli astronomi di tutto il mondo. I telescopi da remoto sono diventati degli strumenti molto utili per la comunità astronomica. Dopo qualche giorno di dati astrometrici, è possibile stabilire un’orbita ragionevole. La cometa sarà più vicina alla Terra (perigeo) il 13 maggio, quando passerà a 0.55 Unità Astronomiche (U.A.) da noi, pari a 82.500.000 km, mentre sarà al perielio il 27 maggio, a 0.43 U.A., vale a dire a 64.500.000 km di distanza dal Sole.
Queste condizioni sono favorevoli per una cometa luminosa, possibilmente visibile a occhio nudo, ma la massima luminosità è piuttosto incerta poiché la cometa sarà probabilmente in piena esplosione e può frantumarsi mentre si avvicina al Sole. Le comete sono molto imprevedibili, come abbiamo imparato con la cometa “Atlas C/2019 Y4”, che avrebbe dovuto raggiungere la visibilità a occhio nudo questo mese, ma adesso si è disintegrata mentre si avvicinava al Sole. Nella metà di aprile scorso, il telescopio spaziale “Hubble” ha ripreso diversi frammenti di questa cometa.
Dal 2004 a oggi, questo è il mio ottavo credito di scoperta per le comete Swan, che sono ben 17, anche per i recuperi di molte altre, il più recente delle quali è stato quello di “58P Jackson-Neujmin”, nell’aprile scorso, che non era stata più vista dal 1996.
La cometa non è stata denominata col mio nome, perché per la sua scoperta non ho utilizzato la mia personale attrezzatura, secondo le linee guida di denominazione dell’Unione astronomica internazionale.
Il mio interesse per le comete è stato stimolato dall’arrivo della cometa Halley, nel 1986. Poi, nel 1987, una cometa dal nome “Bradfield” si rese visibile e, nel 1995, ho avuto il privilegio di incontrare Bill Bradfield dopo un incontro alla Società Astronomica dell’Australia del Sud (Assa), dopo la sua scoperta di una cometa avvenuta proprio quell’anno. Nel complesso, è riuscito a scoprire visivamente un totale di 18 comete come dilettante, tra il 1972 e il 2004, che non sarà probabilmente ripetibile data la tecnologia odierna. Fu molto entusiasta di passarmi la sua conoscenza ed esperienza. Bill fu un membro a vita della ASSA e fu introdotto nella ASSA Hall of Fame del 2013, descritto come un gentiluomo, uno studioso e un mentore.
Ho iniziato la caccia alle comete nel 1997, quando mi sono trasferito a Wallaroo, nel Sud Australia, dove il mio più grande successo è stato fare una scoperta visiva indipendente della cometa “C/2000 W1 Utsunomiya-Jones”, ma ero in ritardo di 24 ore e ho perso il taglio. Nel 2002, lo strumento “Swan” a bordo della “Soho” divenne una minaccia per il cacciatore di comete visive quando raccolse i dati “C/2002 O6”. Proprio in quel periodo, “Swan” stava diventando pubblicamente disponibile su Internet sotto le mappe del tracker delle comete. Da quel momento, mi sono concentrato sulla caccia Swan e ho credito alla scoperta per C/2004 H6, C/2004 V13, C/2005 P3, P/2005 T4, C/2006 M4, C/2015 C2, C/2015 P3 e C/2020 F8.

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ASTEROIDE 1998 OR2, UN SASSO SPAZIALE GRANDE COME L’ETNA SFIORERÀ LA TERRA SENZA COLLIDERE CON ESSA.

Nei tempi bui del Covid-19, quali sono quelli che stiamo vivendo, penso di fare cosa gradita agli amici reali e virtuali di FB proponendo la lettura dell’articolo, a firma di chi scrive, sull’asteroide “1998 CO2”, cui oggi, giovedì 16 aprile 2020, il quotidiano La Sicilia dedica l’intera pagina 14, mirabilmente curata e impostata dall’ottimo amico Leonardo Lodato, che ringrazio.
Buona lettura!
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ASTEROIDE 1998 OR2, UN SASSO SPAZIALE GRANDE COME L’ETNA SFIORERÀ LA TERRA SENZA COLLIDERE CON ESSA.
Sono sempre più insistenti le voci, nella maggior parte dei casi infondate o addirittura false, che, il 29 aprile, l’asteroide “1998 OR2” colpirà o potrebbe colpire il nostro pianeta. Diciamolo subito per tranquillizzare chi legge: l’asteroide in questione non è in rotta di collisione con la Terra, non cadrà sul nostro pianeta né potrà minacciare l’esistenza della nostra specie, basta e avanza, di questi tempi, la minaccia di un invisibile virus, infinitamente più piccolo di questo sasso spaziale. Pur essendo catalogato dal Minor Planet Center (Mpc) come uno dei circa duemila asteroidi potenzialmente pericolosi, non corriamo alcun rischio d’impatto, perché la sua orbita non interseca quella terrestre e, ancora una volta, passerà a una distanza considerevole da noi. La fonte è attendibile e autorevole in campo astronomico, perché l’Mpc, che opera nell’istituto di ricerca americano Smithsonian Astrophysical Observatory di Harvard, è l’ente incaricato dall’Unione Astronomica Internazionale (Uai) di raccogliere e conservare i dati osservativi sui corpi minori del Sistema solare, quali sono gli asteroidi e le comete, calcolare le loro orbite e pubblicare tutte le informazioni utili per conoscerne le caratteristiche e gli eventuali pericoli per la Terra. È vero che la Nasa, l’agenzia spaziale americana, lo ha inserito nella lista dei Near-Earth Objects (Neo) e che è ritenuto un oggetto di classe “Amor”, che sono quegli asteroidi che hanno un’orbita con distanza minima dal Sole superiore a una Unità Astronomica (U.A., pari a 150 milioni di chilometri), ma è altrettanto incontrovertibile il fatto che questi corpi non potranno mai intersecare la nostra orbita e, di conseguenza, non potranno mai collidere con la Terra, a differenza dei suoi temutissimi confratelli della classe “Aten” o, peggio ancora, “Apollo”. Per questi ultimi, la Nasa e l’agenzia spaziale europea, l’Esa, hanno elaborato progetti finalizzati alla protezione del nostro pianeta. Uno di questi è la missione “Double Asteroid Redirection Test” (Dart), che ha l’ambizione di mirare a deviare l’orbita di un corpo celeste e che sarà lanciata nel 2021. “Dart” (dardo, in inglese) si schianterà contro “Didymoon”, un piccolo satellite naturale dell’asteroide “Didymos” (che in greco significa “gemello”, “doppio”), di dimensioni paragonabili a un asteroide che potrebbe costituire una minaccia per la Terra: sarà una sorta di proiettile che colpirà il piccolo asteroide alla velocità di 23mila km/h! La missione complementare dell’Esa, “Hera” (la divinità greca del matrimonio), misurerà con precisione la deviazione che subirà l’asteroide più grande e studierà il cratere creato dall’impatto di Dart sull’asteroide gemello. Se tutto andrà a buon fine, i primi risultati dovrebbero arrivare l’anno successivo. Al momento, dunque, dovremo accontentarci di questo progetto, relegando nella fantascienza altre soluzioni, come quelle viste, nel 1998, nel celebre film “Armageddon” con Bruce Willis e Ben Affleck.
L’asteroide “1998 OR2”, roccioso vagabondo nello spazio, è stato scoperto il 24 luglio del 1998 e ha un diametro stimato tra i 1.200-3.700 metri. Per avere un’idea, immaginate un sasso grande come l’Etna (alcuni lo paragonano al monte Bianco o alle Dolomiti, altri ancora all’Everest) che viaggia nello spazio alla velocità di una decina di chilometri al secondo, raggiungerà la minima distanza dalla Terra alle 10.56 del prossimo 29 aprile, sarà a circa 6 milioni e trecentomila chilometri da noi, pari a più o meno sedici volte la distanza media Terra-Luna. La sua luminosità è molto bassa (sarà di magnitudine 10.9) e, quindi, non sarà facile individuarlo anche perché sarà basso sull’orizzonte, ma con un po’ di fortuna e abilità potrà essere visibile con piccoli telescopi amatoriali o un binocolone, naturalmente scegliendo luoghi di osservazione bui e lontani da lampioni o dal riverbero dei centri abitati. Dopo il flyby del 29 mattina, sarà osservabile in prima serata, mentre si allontana sempre di più dalla Terra e sempre più basso sull’orizzonte. L’asteroide, che potrà essere seguito fino ai primi giorni di maggio, tornerà a farci visita tra circa quattro anni, in attesa che torni ad avvicinarsi, nell’aprile del 2029, il temutissimo “99942 Apophis”, dal nome greco del dio egizio Apopi, il distruttore, ma che osservazioni effettuate dagli astronomi hanno portato a escludere la possibilità di un impatto con la Terra.
Coraggio, dunque, non allarmiamoci per un pericolo inesistente, non faremo la fine dei dinosauri, i quali, come scrisse il famoso scrittore di fantascienza Larry Niven, “si sono estinti perché non avevano un programma spaziale”.
                                        GIUSEPPE SPERLINGA

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LE DUE GROTTE DELLE COLOMBE (BELPASSO) MINACCIATE DI DISTRUZIONE

Il quotidiano La Sicilia di oggi, domenica 12 aprile 2020, pubblica un articolo di denuncia, a firma dell’ottimo amico e collega giornalista Carmelo Di Mauro, sulla minaccia di distruzione cui sono esposte le due grotte delle Colombe, in territorio di Belpasso, ma più vicine a San Pietro Clarenza e Camporotondo Etneo.
Il pericolo che incombe sulle due grotte delle Colombe potrebbe essere la storia di una distruzione annunciata, che speriamo di riuscire a fermare dopo l’emergenza sanitaria che ha paralizzato il Paese. Il primo segnale di pericolo lo percepimmo circa un anno fa. Ero in compagnia del vicepresidente di Stelle e Ambiente, prof. Salvatore Arcidiacono, in perlustrazione tra le sciare del 1669 tra Camporotondo Etneo e San Pietro Clarenza, ma che ricadono in territorio di Belpasso. A un certo momento, arrivammo su un costone roccioso che sovrasta, a sud, una cava di estrazione del basalto e, a nord, l’ingresso delle due grotte delle Colombe. Lì per lì non demmo importanza al fatto che la cava potesse costituire una minaccia per le due cavità, rimanemmo piuttosto impressionati dalla immensa distesa di materiali di risulta e rifiuti di vario tipo ammassati sullo spiazzo prospiciente gli ingressi. Purtroppo, nei mesi successivi, a causa di un infortunio al ginocchio che mi avrebbe bloccato per oltre sei mesi, non fu possibile occuparmi del grave problema di inquinamento ambientale.
Sono tornato a interessarmene alla fine di gennaio scorso, in seguito all’allarme lanciato dall’amico speleologo Agatino Reitano, che mi segnalava la minaccia di distruzione delle due grotte delle Colombe a causa dell’attività estrattiva della vicina cava. Ci siamo subito attivati e, dopo un accurato sopralluogo, cui hanno partecipato gli speleologi Rosario Catania, Cinzia Lo Certo e Fabio Messina, ci siamo resi conto che entrambe le cavità sono come strette da una morsa, perché da una parte rischiano di essere distrutte dai micidiali colpi degli escavatori, dall’altra di essere seppellite sotto montagne di spazzatura, pneumatici, elettrodomestici rotti e detriti di provenienza edilizia.
Con la collaborazione dell’amico geologo ed esperto in cave e miniere, dott. Francesco Cavallaro, siamo riusciti a individuare su foto satellitari i confini di coltivazione della cava e a localizzare gli ingressi delle due grotte, arrivando alla conclusione che occorreva senza indugio segnalare il problema al Corpo Forestale, alla Soprintendenza e al Distretto minerario di Catania per gli opportuni accertamenti finalizzati alla tutela di quelle che possiamo considerare tra le più interessanti gallerie di scorrimento lavico presenti nelle sciare della devastante eruzione del 1669, della quale lo scorso anno è stato celebrato il 350° anniversario.
Il concreto pericolo cui sono esposte le due grotte delle Colombe, il continuo oltraggio subìto dalla vicina grotta della Dinamite per l’uso improprio che ne è stato fatto quale discarica abusiva di corrispondenza inevasa, elettrodomestici, mobili vecchi rotti (di recente, è stata ripulita dagli speleologi del Gruppo Grotte del CAI di Catania) da quando è stata scoperta, nella metà degli anni Settanta del secolo scorso e il rischio di sparire sotto i colpi delle ruspe cui sono esposte tutte le cavità vulcaniche ubicate a bassa quota, ebbene tutto ciò offre uno spunto di riflessione su ciò che riguarda le grotte vulcaniche etnee e le sciare. Da una trentina d’anni mi batto per la tutela di questo immenso patrimonio naturalistico e, con il dott. Cavallaro, da una ventina d’anni, proponiamo l’istituzione del Parco Vulcanospeleologico Metropolitano avente la finalità della tutela, valorizzazione e fruizione scientifico-naturalistica sia delle cavità naturali e artificiali, sia delle cave dismesse e delle lave incolte presenti nell’area metropolitana di Catania. Ancora una volta vogliamo ribadire con forza che le grotte vulcaniche e le lave incolte dell’eruzione del 1669 costituiscono un patrimonio culturale e scientifico unico in tutta l’Europa continentale che appartiene all’intera collettività e che andrebbe adeguatamente protetto e, ove possibile, reso fruibile da tutti.
GIUSEPPE SPERLINGA

 

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SUPERLUNA, DANZA PLANETARIA E PASSAGGIO DI ASTEROIDE NEL CIELO DI APRILE

SUPERLUNA, DANZA PLANETARIA E PASSAGGIO DI ASTEROIDE NEL CIELO DI APRILE

Il malefico virus coronato Covid-19, dall’inizio dello scorso mese di marzo, continua a privarci di molte libertà, costringendoci al confinamento casalingo per contenere la diffusione dei contagi. Ma, il letale microrganismo non ci potrà privare della libertà di osservare il cielo dai nostri balconi, terrazze, cortili.

Ecco, dunque, cosa ci riserva il cielo di questo mese di aprile 2020.

Buona lettura!

G.S.

Per maggiori approfondimenti, si rimanda alla consultazione del sito dell’Unione Astrofili Italiani (www.uai.it) e del numero 243 di aprile 2020 della bella rivista di divulgazione astronomica “Coelum Astronomia” scaricabile dal sito www.coelum.com.

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La Superluna prima di Pasqua, la danza planetaria di Marte, Giove e Saturno con la Luna calante prima dell’alba e il transito di un asteroide alla fine del mese: sono tra i più importanti fenomeni celesti del cielo di aprile.

Le giornate continueranno ad allungarsi e, alla latitudine di Catania, la durata del dì aumenta di circa un’ora. Il Sole sarà proiettato tra le stelle della costellazione dei Pesci fino a sabato 18, dopo transiterà tra quelle dell’Ariete. La Luna sarà al Primo Quarto l’1, plenilunio l’8, Ultimo Quarto il 15, novilunio il 23. La Luna piena di mercoledì 8 sarà una Superluna, perché alle 19.10 del giorno precedente, l’argenteo satellite naturale terrestre si troverà al perigeo, cioè alla minima distanza dalla Terra, pari a 356.908 km. Si badi, però, di tener conto di un piccolo dettaglio: se si vuole osservare e fotografare la Luna piena bisogna sacrificarsi a una levataccia notturna, alle 4.35 della notte tra il 7 e l’8 aprile, quando si verificherà il plenilunio e il nostro satellite ha superato da poche ore il perigeo. Con buona pace dei “catastrofisti della Luna piena”, i quali profetizzano ogni tipo di sciagura sugli umani, dall’aumento dei ricoveri in ospedale e del tasso di criminalità alle eruzioni vulcaniche e ai terremoti e altre amenità dello stesso stampo. In realtà, l’unico effetto che può produrre la Luna piena quando si trova al perigeo è un aumento di appena una dozzina di centimetri del dislivello tra la bassa e l’alta marea, che non ha mai ucciso alcun essere umano.

Come di consueto, la nostra carrellata planetaria s’inizia dal minuscolo Mercurio, che è visibile con difficoltà prima del sorgere del Sole, perché molto basso sull’orizzonte orientale. Venere sarà ancora “Vespero”, perché continua a risplendere, a ovest, nel cielo della sera. All’inizio del mese, il pianeta di Citera tramonta quattro ore dopo il Sole, ma col passare dei giorni si avvicina sempre di più al Sole, si abbassa progressivamente sull’orizzonte e, alla fine del mese, la sua visibilità si riduce di quasi tre quarti d’ora. Imperdibile la rara stretta congiunzione con le Pleiadi (‘a Puddara, di verghiana memoria ne “I Malavoglia”), un suggestivo incontro (prospettico) ravvicinato che si verifica ogni otto anni alla stessa data (la prossima volta si verificherà il 3 aprile del 2028). Marte, Giove e Saturno: il balletto del trio planetario è osservabile nell’orizzonte di Sud-Est, al mattino prima che sorga il Sole, con il pianeta rosso che sorge per ultimo (il primo a sorgere è Giove). Urano è inosservabile, mentre Nettuno è visibile nell’orizzonte orientale, nelle ultime ore della notte, ma con difficoltà, perché molto basso. Pure in aprile continueranno, prima dell’alba nel cielo orientale, gli spettacolari balletti della falce di Luna calante con il trio planetario formato da Giove, Saturno e Marte. Da non perdere la congiunzione Luna-Giove-Saturno di mercoledì 15 e quella del giorno dopo tra la Luna e Marte. Davvero spettacolare il bellissimo quadro astrale che, dopo il tramonto di giorno 26, si presenterà ai nostri occhi volgendo lo sguardo a occidente per ammirare l’ammasso stellare delle Pleiadi, la stella gigante rossa Aldebaran, la falce di Luna crescente e il pianeta Venere.

Con l’arrivo di aprile, lo scenario celeste tende a mutare. Il cielo invernale, infatti, cede la scena a quello estivo. A occidente, possiamo ancora un ultimo sguardo alle costellazioni che hanno dominato il cielo invernale: il Toro con il suo “occhio rosso” Aldebaran, il gigante Orione, i Gemelli Castore e Polluce e l’Auriga con la gialla Capella (la capretta che allattò Zeus sul monte cretese di Ida). Quest’ultima, è la sesta stella più luminosa del cielo notturno, la terza più brillante dell’emisfero boreale dopo Arturo di Boote e Vega della Lira, ma in realtà è un sistema stellare multiplo formato da quattro astri che formano due coppie. Volgendo lo sguardo dalla parte opposta, a oriente, fanno capolino le costellazioni che domineranno il cielo estivo, con la Lira e la luminosa Vega, futura stella polare tra tredicimila anni. A Nord-Est, subito sotto l’Orsa Maggiore, sarà facilmente distinguibile Bootes per la caratterizzata forma ad aquilone con al vertice la luminosa Arturo (il guardiano dell’Orsa). Alla sinistra del Bovaro è riconoscibile la Corona Boreale, piccola costellazione a forma di semicerchio. Tra quest’ultima e la Lira sarà possibile rintracciare la costellazione di Ercole, contenente il famoso ammasso globulare M13, che contiene trecentomila stelle ed è il più luminoso del cielo boreale e il terzo dell’intera volta celeste. Essa è costituita da un ampio quadrilatero di stelle (il corpo del mitologico semidio ed eroe), da cui si dipartono le stelle che formano gli arti. Ercole (Eracle, per i Greci) era figlio di Zeus e di Alcmena. Famose le sue mitiche dodici fatiche, in una di esse strangolò con le proprie mani il Leone di Nemea e uccise l’Idra di Lerna, in aiuto della quale intervenne il granchio (Ercole lo schiacciò col piede, è rappresentato in cielo dalla costellazione del Cancro). Il crostaceo fu inviato dalla vendicativa Era, perché Ercole era il frutto dell’ennesimo tradimento del marito. Nel cielo meridionale, oltre al già citato Cancro, sfileranno le costellazioni zodiacali del Leone con la brillante Regolo (Piccolo Re) e della Vergine con la luminosa Spica. A notte fonda, a Sud-Est, vedremo spuntare la Bilancia e lo Scorpione. Il nostro excursus si conclude con le costellazioni circumpolari, che non sorgono e non tramontano: le due Orse, con l’Orsa Maggiore molto alta sull’orizzonte e, dalla parte opposta, l’inconfondibile “W” della vanitosa regina Cassiopea e la “casetta” del suo regale sposo Cefeo, re di Etiopia, che non corrisponde all’attuale Stato africano, ma era un territorio tra la Palestina e il Mar Rosso.

Per finire, avremo un incontro ravvicinato con l’asteroide “1998 OR2”, che raggiungerà la minima distanza dalla Terra il 29 aprile prossimo, avrà una luminosità di 10,9 magnitudine e, dalle 19 alle 23, sarà visibile pure con piccoli telescopi, anche se non sarà facile osservarlo perché si troverà molto basso sull’orizzonte. L’asteroide è stato scoperto nel luglio del 1998 dai telescopi professionali americani del programma Near Earth Asteroid Tracking (Neat) della Nasa e del Jet Propulsion Laboratory per la scoperta di oggetti near-Earth, gli asteroidi la cui orbita è vicina a quella della Terra e alcuni di essi costituiscono un pericolo perché le loro orbite intersecano quella del nostro pianeta. OR2 dovrebbe avere un diametro tra 1,2-3,7 km e il 29 aprile si troverà a una distanza di 6.290.440 km dalla Terra, vale a dire a circa 16 volte e mezzo la distanza Terra-Luna. Questo macigno spaziale, pur passando “vicino” alla Terra, è classificato come un oggetto di classe “Amor”, che sono quegli asteroidi che hanno un’orbita con distanza minima dal Sole superiore a una Unità Astronomica (150 milioni di chilometri). Per tranquillizzare coloro che temono collisioni catastrofiche tra questo proiettile cosmico con il nostro pianeta diremo che esso non si avvicinerà mai tanto da intersecare la nostra orbita, di conseguenza non potrà mai essere in rotta di collisione con la Terra, al contrario di quanto potrebbe accadere, invece, con i temuti asteroidi di classe “Aten” e “Apollo”.

                                                                                   GIUSEPPE SPERLINGA

 

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Hercules slaying the Hydra. Scene from the Greek mythology. Wood engraving, published in 1880.

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