La storia degli ambienti di ricovero, degenza e cura degli ammalati ha radici antiche ed una evoluzione piuttosto affascinante.
Sebbene non manchino prove di attività mediche in epoca preistorica (segni di trapanazione dentaria forse per curare carie, prove di uso di erbe a scopo medico) spesso legate alle figure sciamaniche – è il caso di Ötsi, la “mummia svizzera” – la medicina scevra dalle credenze religiose appare piuttosto tardiva. Le principali tradizioni mediche mondiale, confluite poi in un'unica disciplina europea, furono essenzialmente due: la più antica in India, sorta sulla base di antichissime discipline di conoscenza Vedica, e una più timidamente sorta in Grecia. In Grecia, il concetto di malattia era legata ad uno degli dei olimpici – a seconda della parte del corpo malata – e un dio risolveva guarendo tutto. Esemplificativi sono i santuari di Asclepio, i quali erano attrezzati per ospitare i malati, ma che affidavano al dio la guarigione. Si deve a Ippocrate di Coo il primo contatto diretto col paziente in occidente. La figura del medico ippocratico era itinerante e per questo mal visto dai sacerdoti asclepiadei i quali ne denunciavano l'improvvisazione.
La medicina indiana invece appare già ben organizzata nel V secolo a.C. con la realizzazione dei primi ospedali braminici nello Sri Lanka e nel 230 a.C. con la realizzazione di diciotto ospedali nell'Hindustan, provvisti di medici e infermieri mantenuti da fondi reali, voluti dal re Ashoka.
Se la medicina greca fu dominante poi per i secoli seguenti in Occidente, quella indiana si diffuse anche nel vicino oriente, dove in sede dell'Impero Persiano vi furono i primi contatti con la medicina greca, per la prima volta stanziale nei nosokomeion giustinianei, che aveva a Damasco una delle sue più note sedi. In Persia, quindi, si fondano i primi māristān, in seguito assorbiti dalla medicina islamica. Le sedi di medicina persiane e islamiche tra VIII e XI secolo sono pubbliche e gratuite, sede di ricerca medica finanziata dallo stato e le giovani leve iniziano a fare pratica sul paziente, sotto l'attenta osservazione del medico esperto. A Baghdad il bīmāristān al-ʿaḍudī impiegava fino a una sessantina di medici retribuiti, e aveva reparti separati in funzione della patologia fisica o psichiatrica. Bisognerà attendere il 1136 per avere una simile struttura a Bisanzio – il Pantocrator Xenon – il quale sarà realizzato a modello degli ospedali islamici e forse farà da base per la prima scuola strutturata del medioevo: la scuola medica salernitana. Sorta presumibilmente in età federiciana in un plesso benedettino, secondo la leggenda venne fondata da tre persone riunite in modo del tutto casuale: durante una tempesta per caso i tre si ricoverarono sotto il ponte-acquedotto di Salerno e, nell'ingannare il tempo, iniziarono a parlare delle proprie attività scoprendo di essere tutti e tre medici. I tre erano un greco, un arabo e un ebreo e decisero quindi che avrebbero unito le loro secolari esperienze per fondare una scuola medica. Al di là della leggenda è significativa la presenza di tre componenti diverse, spiegabili comunque con la grande varietà socio-culturale del Regno di Sicilia sotto i Normanni e dunque nel regno di Federico di Svevia.
In Europa, esisteva anche una realtà medica di un certo tipo, legata essenzialmente alla strutture religiose. L'insegnamento del Cristo infatti voleva che il malato venisse preso amorevolmente in cura e dalla parabola del buon samaritano nasce il concetto di “ricovero”. Il primo concilio di Nicea obbligò la Chiesa di Roma a provvedere ai poveri, alle vedove e ai forestieri e che ogni città fornita di cattedrale dovesse avere un ospedale. Il termine ospedale viene dal nome francese di queste strutture – inizialmente sorte a ricovero per viandanti e pellegrini – ossia hôtel-Dieu, "ostello di Dio". In Italia presero a chiamarsi ospitale, spedale, hospitale.
Di pari passo, in occasione delle grandi epidemie di peste, venivano realizzati anche dei “lazzaretti”, piccole strutture che ospitavano i moribondi per i loro ultimi giorni. L'aria malsana di tali luoghi – spesso in gravi condizioni disumane dove non esisteva una vera assistenza, ma si tendeva essenzialmente a limitarsi al solo nutrire o lavare il moribondo – li rendeva pericolosi al punto che venivano spesso realizzati in punti isolati della città o, se era possibile, al di fuori delle mura.
La presenza di strutture mediche a Catania quindi si attesta già in epoca Greca, con la realizzazione di un santuario dedicato ad Asclepio, della cui esistenza abbiamo prove indiziarie grazie ai rinvenimenti numismatici. Tra le leggi di Caronda per Katane inoltre ne esistono alcune legate anche alla salute civica, ma ciò non basta a testimoniare l'esistenza di medici ippocratici nella città greca, mentre la gran quantità di strutture termali fa intuire il desiderio di benessere in età romana: le Terme infatti avevano presso i Romani un valore salutare oltre che di convivio. Inoltre la presenza di una fitta rete di condotte idriche in piombo che copriva l'intera città ci permette di intuire l'alto livello di igiene e di distribuzione dell'acqua pubblica raggiunto dalla città.
Fonti documentaristiche e archeologiche purtroppo non permettono una grande conoscenza del mondo medico fino al Medioevo, sebbene la presenza di una colta comunità ebraica attestata già intorno al III secolo in città ci porta a supporre che esistesse probabilmente la figura del medico ebraico. Gli Ebrei furono i primi chirurghi d'Occidente, dacché era immorale sezionare i cadaveri presso i Cristiani fino al Quattrocento, quando le nuove disposizioni permisero lo studio dei corpi dei giustiziati. Tra gli studiosi appare anche il primo anatomista nel senso moderno: Leonardo Da Vinci.
A Catania la comunità ebraica aveva nel 1235 una sua ampia giudecca che coinvolgeva l'area ovest e sud della città, in cui esistevano due sinagoghe e vi era pure un ospedale, dove gli stessi catanesi non ebrei – come documentato da diversi atti medioevali – andavano per le cure necessarie. Mancando una scuola medica cittadina, i medici catanesi erano perlopiù provenienti da Salerno e da altre località europee, mentre tra il 1363 e il 1492 furono oltre 160 i medici ebrei a Catania. Ci è noto il nome di Verdimura moglie di Pasquale de Medico, che nel 1376 ottenne l'abilitazione ad esercitare medicina fisica.
Del periodo islamico non abbiamo notizie per la città di Catania, ma è attestata la presenza di diversi funduq o serragli nel territorio (uno pare che fosse presso Caltagirone) i quali officiavano anche piccole attività sanitarie per i viandanti, ma garantivano persino attività veterinaria nei confronti dei cavalli ospitati in tali strutture.
Durante il Medioevo, si diceva, l'attestazione dell'arte medica è maggiormente documentata.
Nel periodo Normanno viene eretto il convento di San Giovanni de' Fleres (o di Gerusalemme) il quale divenne sede ospitaliera e per secoli unico ospedale civico.
Il Monastero di San Nicolò l'Arena di Nicolosi venne fondato col preciso scopo di essere sanatorio per i padri benedettini che avevano i loro cenobi a Santa Maria di Licodia e presso Paternò. Lungo la strada per il sanatorio, in attesa di cure, spirò Federico III d'Aragona, re di Sicilia.
Nel 1307 il vescovo di Catania, don Antonio de Vulponis, chiese e ottenne parte della cortina muraria nord-occidentale cittadina per ricavarne un lazzaretto. Il sito scelto corrispondeva a quello che la tradizione identificava come il sontuoso e celebre Tempio di Cerere, i cui resti dovevano essere ancora visibili a quel tempo. La funzione di lazzaretto non abbandonò il sito, se nel 1550 venne iniziato il cantiere mai concluso del grande Beloardo degli Infetti, proprio a ridosso della cortina medievale. Un altro lazzaretto a noi noto si trovava nei locali dell'antico eremo del Salvatore, eretto su uno scoglio preistorico a picco sul mare, di fronte al Bastione omonimo, dove è oggi la Dogana Portuale.
Due fattori incisero sul sorgere di altre strutture: la peste del 1347-'48 e la permanenza della coorte aragonese in città. Sorsero così lo storico Ospedale di San Marco (sulla fondazione le fonti non sono certe: appare in un documento del 1336, ma l'edificazione della struttura solo nel ventennio 1372-1391) e per iniziativa privata di due nobili catanesi, l'Ospedale dell'Ascensione e un altro, con annessa una cappella e gestito dal monastero di S. Maria di Novaluce, nella contrada residenziale di Castello Ursino.
L'Ospedale San Marco, inizialmente situato nel Foro Lunare, ossia il largo alle spalle della chiesa di S. Maria dell'Elemosina già Regia Cappella, diviene presto uno dei maggiori centri sanitari dell'Isola: qui infatti viene inventato l'innesto cutaneo “all'italiana” da Antonio Branca de Minutis, da qui provengono i maggiori Protomedici di Sicilia e, nel 1445 per bolla papale sarà il solo San Marco l'Ospedale riconosciuto che incamererà a sé gli altri nosocomi catanesi e anche quelli di Acireale. La solidità finanziaria – dovuta anche agli esercizi di pubblica utilità associati quali la macellazione bovina, la pesa delle merci e un servizio di farmacia – giungerà al suo massimo nel 1620, anno in cui si registra una rendita annuale pari a 40 volte la cifra raggiunta nel 1937.
L'Ospedale si trasferisce nel 1684 nei locali dell'ex convento di Santa Lucia, ricavato entro la cortina muraria detta Bastione di San Giovanni e risalente al Medioevo. I vecchi locali del San Marco invece accolsero da tale data la sede dell'Università degli Studi la quale, già dal suo nascere nel 1444, prevedeva anche l'insegnamento della disciplina medica. Il sisma del 1693 distrusse le diverse fabbriche e l'Ospedale San Marco si trasferì nella sua sede storica del Piano di Jaci, odierna piazza Stesicoro, al palazzo Tezzano per iniziativa del conte Nicolò. Il nuovo edificio “in quo neque elegantiam, neque amplitudinem desideres”, venne considerato innovativo per l’epoca e capace di 200 posti letto, venne inaugurato nel 1724 con l'aggiunta di due colonne medioevali veneziane. Tuttavia la sede apparve presto insufficiente e per fornire all’utenza locali più adeguati nel 1880 viene inaugurato il nucleo dell’attuale sede. Anche questa volta, come al momento della fondazione, è determinante il contributo economico dell’amministrazione comunale, che però viene concesso a condizione che la nuova struttura venga intitolata a Vittorio Emanuele II.
Nel 1644 viene inaugurata Villa Papale per volontà dell'abate Mauro Caprara presso la Leucatia, il cui uso è di sanatorio a beneficio degli anziani padri del convento di San Nicola di Catania.
Nel XVIII secolo alle strutture sanatorie esistenti si aggiunse anche il plesso gesuitico extra moenia, di squisita fattura barocca, in seguito all'esproprio sede dell'Istituto dell'Incremento Ippico. Dello stesso periodo è la fondazione dell'Ospedale Santa Marta, ad oggi il solo a mantenere titolo e ubicazione originari.
Nel 1782 viene fondato il Reclusorio “Santo Bambino” per volontà del Canonico Don Francesco Giuffrida Nicotra e di un gruppo di benefattori, per dare ricovero alle gravide nubili, dal compimento del 7° mese di gravidanza fin dopo il parto. Le donne ricoverate potevano anche mantenere l’anonimato e, in tal caso, i loro dati anagrafici venivano scritti in un documento sigillato che poteva essere aperto solo in caso di morte della donna. Vi era allestita anche la celebre rota, un meccanismo di semplice funzionamento che permetteva di raccogliere i neonati abbandonati in pieno anonimato. Nel 1837, per donazione testamentaria del Cavaliere Giovanni Paternò Castello di Bicocca, si aggiungeva all’Istituto l’opera chiamata delle “ree pentite”, che accoglieva quelle donne che volessero espiare i propri peccati dedicandosi all’assistenza delle ricoverate.
Nel 1848 nella contrada Fosse dell'Arancio venne istituito un albergo dei poveri accattoni di ambo sessi e gestito dal Duca di Carcaci, il quale salvò dalla strada cinquecento mendicanti. Lo stesso duca decise di far trasferire nel 1856 l'Albergo nella sede del dismesso Monastero di Santa Maria La Mecca, ceduto dall'arcivescovato catanese tempo prima al Governo siciliano perché fosse usato come pubblico beneficio, il quale lo diede in gestione a don Paolo Geraci per ricavarne una manifattura della seta e infine al Duca di Carcaci. Con il ricovero anche degli affetti di demenza, col tempo il plesso si rivelò poco capiente e nel 1880 il beato Cardinale Dusmet provvide alla costruzione di nuovi locali, sovvenzionati anche dal Comune a partire dal 1883 il quale ne decretò la conversione in Ospedale e l'intitolazione a Giuseppe Garibaldi.
Agli inizi del XX secolo si assiste a un'improvvisa nascita di cliniche private o paritarie quasi ovunque. Una di queste a seguito di un consorzio istituito nel 1932 tra Provincia, l'Ospedale Vittorio Emanuele II e l'Università di Catania, divenne centro Tumori aggregato alla Clinica Chirurgica universitaria e inizialmente allocato nei locali di via Plebiscito. Il centro, uno dei primi in Italia, nel tempo si divise in due sezioni, una ad indirizzo medico e l'altra chirurgico: San Marco e San Luigi. Quest'ultima era ricavata in un sito a nord della città costituito da diversi locali decorati in un originale ambiente di ispirazione nipponica, con carte da parati originali su cui è possibile vedere perfette riproduzioni della fauna e della flora giapponesi, sono leggibili alcuni kanji e delle sensuali geishe dai lineamenti siciliani sono colte in attività domestiche. Il plesso venne ceduto con lascito testamentario al Vittorio Emanuele II affinché se ne ricavasse un ospedale e lì fu ricavata, fino all'istituzione della sezione staccata del medesimo destinata a sanatorio tubercolare. Il San Marco e il San Luigi si unirono negli anni '70 e affidate all'autonoma responsabilità di un "Direttore e Primario chirurgo" il prof. Santi Currò, alla cui memoria si deve la denominazione dell'ospedale.
Altri plessi poi appartengono al XX secolo, sempre più in zone periferiche o poco urbanizzate. Negli anni 1938-1939 l'Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (I.N.P.S.) costruì l'Ospedale Tomaselli con fondi statali. Nel 1940 fu adibito ad Ospedale Militare Italiano e negli anni successivi prima occupato dalle truppe tedesche e poi da quelle americane. L'edificio tornò in gestione all'Istituto nel '46, a termine della Guerra, il quale ne ripristinò la vecchia funzione di sanatorio. La adiacente clinica privata “Quisisana” venne rilevata dalla Provincia nel 1960 e resa Ospedale col titolo “Ascoli”. I due predetti, entrambi autonomi dal 1973 si fusero nel 1978 come unica entità sanatoriale, immersa tra alberi di particolare pregio, a ridosso di una collina dalla quale si gode un ottimo panorama che sconfina dal mare alla montagna dal titolo “Ascoli-Tomaselli”.
Alla fine del secolo poi risalgono edifici quali il Policlinico Universitario di via Santa Sofia o l'Ospedale Cannizzaro dotato anche di elisoccorso. Quest'ultimo – inizialmente istituito come centro psichiatrico, per effetto della Legge Bassaglia diviene nel 1981 poliambulatorio e dal 1983 al 1989 Unità Sanitaria Locale, quindi centro di degenza e ricovero – mantiene forse il concetto di ricovero ospitale con gli ampi giardini e le zone a verde, spesso invece sostituite da nuovi anonimi e freddi plessi clinici che per esigenze di spazi tolgono vivibilità alle piccole “cittadelle sanitarie” che il tempo aveva generato. Due nuove strutture infatti, figlie del XXI secolo, il Garibaldi-Nesima e il “Nuovo San Marco” di Librino, sono il modello per i nuovi ospedali, caratterizzati da grandi vetrate e ampi spazi interni.
Dal 1995 gli Ospedali nazionali sono costituiti in Aziende Ospedaliere, perdendo il carattere di autonomia gestionale, nel tentativo – più volte dimostratosi fallimentare – di renderli strutture produttrici, perdendo talora il punto di vista del malato, un tempo associato al povero, e cercando un costante interesse speculativo basandosi sulle forme e strutture delle grandi aziende capitalistiche estere.
Itinerario
La nostra passeggiata mette il focus sulle strutture ospedaliere antiche della città persistenti nel centro storico, a partire proprio dal nucleo storicamente più importante: l'Ospedale San Marco.
L'appuntamento sarà per le ore 9:00 in Piazza Stesicoro dove visiteremo la sede settecentesca di detto Ospedale. Da qui, prendendo la via Etnea fino alla Basilica Collegiata (Santa Maria dell'Elemosina) giriamo per Via Cestai dove incontriamo i pochissimi resti dell'antico convento di San Giovanni de' Fleri. Quindi, tornati su via Etnea, passiamo tramite lo slargo alle spalle della Basilica Collegiata (già Forum Luniis) su via Alessi e quindi da via Crociferi a via Gesuiti e da via Minoritelli su Via Gesualdo Clementi per visitare l'Ospedale Santa Marta. Ci incammineremo quindi per la prosecuzione della strada fino al giardino “via Biblioteca” e da qui via Osservatorio e Via del Plebiscito da dove accederemo all'immenso Ospedale Vittorio Emanuele, sorto a seguito del San Marco. La visita sarà piuttosto impegnativa e prevede stradelle in pendenza e percorsi su scala. Tornando per le vie del Plebiscito e Osservatorio ci incamminiamo su Via Antico Corso e accediamo al Santo Bambino. Da qui dunque proseguiamo per la Torre del Vescovo e per la cortina muraria degli Infetti. Proseguendo per un breve tratto di via del Plebiscito imbocchiamo via Castromarino e la percorriamo per tutta la sua lunghezza. Giunti ad una scaletta che affronta il salto di quota della colata lavica del 1669 saremo su piazza Maria Montessori e da qui prendiamo la Via Fabio Filzi e accediamo all'ingresso all'Ospedale Giuseppe Garibaldi. La conclusione del percorso è previsto per le ore 12:30.
Percorso
A. San Marco h. 9:00
B. San Giovanni h 9:20
C. Santa Marta h 10:10
D. Vittorio Emanuele h 10:25
E. Santo Bambino h 11:00
F. Torre del Vescovo e Bastione Infetti
G. Garibaldi h 11:40
Conclusione del percorso prevista per le h 12:30.
Totale tempo previsto percorrenza 3h 30min.
Km totali previsti: 4,3.