DOMENICA 8 GENNAIO 2012
RADUNO
ORE 9 - PARCHEGGIO DEL PARCO GIOENI
ORE 9.30 - PIAZZA DEL SANTUARIO DI TRECASTAGNI
SANTUARI DI LAVA
ALLA SCOPERTA DI TRECASTAGNI
Guida la passeggiata il dott. Iorga Prato.
Equipaggiamento: macchina fotografica, scarpe da ginnastica, cappello, felpa, giacca a vento, borraccia con acqua rigorosamente non frizzante.
Difficoltà: facile.
La passeggiata avrà termine alle ore 13.
Trecastagni – Santuari di lava
a cura del dott. Iorga PRATO
Questa nostra prima passeggiata del 2012 ci condurrà alla (ri)scoperta di uno dei paesi etnei più pittoreschi del versante meridionale dell'Etna, facente parte di quella grande massa abitativa che da Acireale giunge fino a Nicolosi quasi senza soluzione di continuità. Siamo a Trecastagni, villaggio etneo di antica origine il cui centro storico ancora respira l'antica aria dei borghi rustici, le cui stradine si perdono in dedali tortuosi e ricchi di artistici portali, finestre e balconi sovente in pietra lavica. L'origine di Trecastagni è ignota, sebbene non manchino testimonianze di antropizzazione in antico, ma relative a un villaggio a noi ignoto: è materia di studio infatti la presenza di un casale rurale di età Romana presso la contrada Tremonti, mentre dalle diverse vallate sono emersi anche manufatti preistorici, conservati grazie anche dall'assenza di colate recenti nella zona, considerando che la maggior parte delle colate che investirono la zona risalgono ad epoche precedenti le prime colonizzazioni. Lo stesso Forte Mulino a Vento sarebbe stato in passato una torretta Romana per il controllo della sottostante vallata, parte della Via Imperiale che collegava laVia Magna a Centorbi, la strada cioè su cui sorsero le attuali Viagrande, Trecastagni, Pedara, Nicolosi, Belpasso, Licodia, Biancavilla, Adrano e Centuripe, percorsa tra gli altri dall'Imperatore Adriano.
Nonostante però le varie prove indiziarie di abitati antichi, di una città vera e propria non abbiamo fonti che ne testimonino l'esistenza, fino almeno al XIV secolo, con la testimonianza documentata da Michele da Piazza. I primi documenti infatti trattano dell'invasione di Trecastagni durante la Guerra del Vespro: la città, in mano ad Artale di Alagona venne invasa dal filo-Angioino Simone de Clermont, senza grande successo. La città cadde dunque nella giurisdizione del Vescovato di Catania, per il quale forniva le nevi dell'Etna mediante le vie delle neviere di Zafferana e Milo, fino al 1640, data in cui venne infeudata col titolo di principato assieme a Viagrande e Pedara al messinese Domenico Di Giovanni, il quale si fece costruire una ricca residenza presso il centro della città, ancora oggi visibile. Al vescovo rimasero i proventi della chiesa di San Nicola eretta nel 1667 parrocchia e arcipretura. Il terremoto del 1693 fece ingenti danni al villaggio medioevale, nel cui crollo morirono forse i due terzi della popolazione, così che dai 5000 abitanti del 1667 si giunse ai 2000 del 1737. Nel 1710 l'ultima feudataria dei Di Giovanni, Anna Maria, sposando il principe di Villafranca Giuseppe Alliata passò il titolo di principe agli Alliata, eredi fino all'abolizione della feudalità del 1818, quando si rese Trecastagni comune autonomo e capoluogo di mandamento giudiziario ed elettorale.
Cosa vedremo
La nostra visita si concentrerà su uno dei patrimoni maggiori del centro di Trecastagni, forse quelli che maggiormente ci permetteranno di apprezzarne la complessità planimetrica, la quale certamente conserva ancora l'urbanistica del villaggio medioevale ricordato da Michele da Piazza: i suoi santuari.
Inizieremo il nostro percorso da quello che è certamente il santuario più famoso, il Santuario di Sant'Alfio (fig. 1), opera dell'architetto Alfio Torrisi, la cui fabbrica durò dal 1650 al 1662 sui resti di una primitiva cappella sorta dove la tradizione vuole la sosta dei tre Martiri Alfio, Filadelfo e Cirino nel 252, già riedificata nel 1593. Al primo edificio a navata unica si aggiunse poi l'ampiamento del 1878-1884 con le navate del Crocifisso e del Sacramento, mentre il Campanile risale al 1857. La chiesa venne eletta a Santuario nel 1928, quindi sede parrocchiale nel 1940. Conserva al suo interno pregevoli opere Sette e Ottocentesche – tra cui il simulacro dei tre Santi Fratelli realizzato da Giuseppe Orlando all'inizio del XVIII secolo e il pregevole battistero in marmo rosso taorminese del 1713, dono di Diego Bonaccorso – nonché un proto barocco portaletto laterale, forse dei primi decenni del XVII secolo, appartenuto al tempio del 1593. A lato della chiesa si accede ad una vera e propria vasta "stipe votiva" espositiva che raccoglie i celebri ex voto dedicati ai tre Martiri, di assoluto valore storico, documentaristico e devozionale.
Il nostro percorso ci condurrà quindi nel cuore della città vecchia, dove sorge la monumentaleChiesa di San Nicola (fig. 2), chiesa madre del comune la cui origine è legata al nucleo medioevale della città. La chiesa è riconoscibile agevolmente fino anche a Catania, vista la sua strategica posizione su un antico picco roccioso. La sua posizione ne ha anche preservato la struttura antica dai terremoti che hanno invece rovinato il resto del paese. La prima menzione accertata che tratti questa chiesa è la bolla di papa Eugenio IV del 31 marzo 1446, il quale la cita quale già esistente col titolo di San Niccolò, nell'elenco delle chiese di pertinenza della Collegiata di Santa Maria dell'Elemosina di Catania fondata con la detta bolla, tuttavia il titolo originario dovette essere dedicato alla Madonna della Misericordia. Nel 1667 il vescovo di Catania Bonadies la rendeva sede di Arcipretura e parrocchia. Probabilmente restaurata a seguito di un incendio nel 1690, come attestato dalla lapide di facciata. Nel 1743 venne dotata di un Collegio, soppresso con l'incameramento dei beni ecclesiali del 1866. L'impianto basilicale a tre navate è stato attribuito al maggiore allievo del Brunelleschi, Domenico Gagini, il cui figlio completò l'opera sostituendo le colonne originariamente previste (due capitelli vennero risparmiati e riutilizzati per ricavarne deliziose acquasantiere) con pilastri certamente più resistenti ai terremoti, segno evidente che vi fu un qualche cedimento nelle strutture. Il corpo ecclesiale è di chiara derivazione brunellesca, il quale richiama agevolmente la Basilica del Santo Spirito di Firenze, da cui eredita tutto il respiro rinascimentale e il delicato gusto bicromo che crea il ritmo delle arcate. Chiude la nave centrale il grandioso arco trionfale in pietra lavica su cui apre un ampio sagrato, all'incrocio tra la nave e il transetto. Il presbiterio è a triabsidato, ma le cappelle laterali spezzano gli equilibri rinascimentali, presentandosi in un fastoso barocco di legni, marmi e stucchi del Settecento. Anche questa chiesa conserva un pregevole fonte battesimale in marmo rosso taorminese di XVIII secolo, sovrastato da un quadro del Cirinnà. Dal transetto si accede anche alla curiosa cappella di San Nicola, sistemata nel Novecento e un tempo semplice cella cui si accedeva mediante una porta. La devozione al Santo è particolarmente documentata e venne ufficializzato il patronato del comune nel 1825. All'esterno la sobria facciata è appesantita da un campanile centrale a cuspide fuori stile che svetta per 63 metri dal suolo, sostituendone uno precedente a cupola.
Dalla scenografica facciata scendiamo la ripida scala di San Nicola fino a giungere sull'antico Corso, dove si apre la quinta di una esedra che accentua il senso di verticalità della scala. Il Corso, antica via di comunicazione verso l'Etna, ci conduce nel dedalo di viuzze medioevali di Trecastagni. Una di esse conduce al secentesco Palazzo dei Principi Di Giovanni, fatto realizzare a partire dal 1640 da Domenico. Edificio a due piani, di cui l'inferiore subì diversi rimaneggiamenti nel XVIII e nel XIX secolo, si presenta con una sobria ma elegante facciata rustica. Acquistato nel 1999 dal comune, solo in anni recenti se ne è proposto il ripristino per recuperarne la memoria e renderlo funzionale.
Lungo il Corso incontriamo la Chiesa del Bianco (fig. 3), la quale venne realizzata con i resti della Chiesa della Madonna della Misericordia, prima del 1446, e di cui mantiene il titolo. A unica navata, contiene pregevoli altari marmorei e un interessante altare maggiore a colonne tortili in pietra lavica, mentre statue in legno e in stucco – simulacri di santi – risalgono al Sei e al Settecento. Ricostruita dopo il sisma del 1693, conserva originali il portale e la finestra, mentre il portale laterale risale al 1734 e il campanile, fuori stile, risale ai primi dell'Ottocento. A non molta distanza vi è la Casa Marino, tra le prime costruite dopo il sisma del 1693. Un delizioso balcone in pietra lavica si affaccia sull'antistante spiazzo – largo Sig. Marino – identificato da una targa smaltata del Settecento.
Giungiamo quindi alla salita e alla Chiesa di Sant'Antonio (fig. 4), fondata nel 1660 per volontà dei fedeli e con il contributo del Principe Scipione II Di Giovanni, insieme all'attiguo convento francescano. Il convento, notevole nella sua architettura tardo-rinascimentale, conserva l'originale chiostrino con loggiato a 21 pilastri in pietra lavica circondanti una rustica cisterna. Un tempo affreschi di Giovanni Lo Coco, con le storie dei Santi Francescani, ornava i corridoi del loggiato, ma oggi sono spariti quasi del tutto. La chiesa a navata unica conserva affreschi del Lo Coco e pregevoli altari lignei. A destra della chiesa è l'antico cimitero civico, al tempo affidato all'Ordine Francescano, mentre al di sotto della chiesa sono in discrete condizioni i locali per la mummificazione dei corpi, legati alla attività cemeteriale. Con la soppressione degli Ordini del 1866 il convento venne depredato e subì il cambio di destinazione d'uso, destinato a municipio, cancelleria, pretura, carcere, scuole, il tutto con le dovute manipolazioni per adattare le strutture originali ad un uso diverso da quello originario.
Il Vecchio Mulino (fig. 5) è una torre rotonda realizzata con i resti di una pre-esistenza romana, eretta come torre d'avvistamento contro le invasioni piratesche o persino durante la conquista islamica della Sicilia. Si ritiene che l'adattamento a mulino con macina risalga alla dominazione normanna. La macina era celebre per non essere molto produttiva, come ricorda un ritornello siciliano. Passato in mani private, venne ceduto nel Cinquecento alla Chiesa di Sant'Alfio affinché vi venissero riposti tre cannoni e un petriere da usarsi per festeggiare i tre Santi. Gli antichi cannoni, di origine rinascimentale, vennero prima inviati a Messina per difendere la città dalle invasioni piemontesi, quindi restituite alla città a fine operazione. Uno dei cannoni tuttavia venne perduto nella vallata sottostante e fu sostituito da un altro antico pezzo d'artiglieria rinvenuto presso Acireale. Ancora oggi per la festa dei tre Martiri vengono sparati a festa e i cittadini si divertono a riconoscerne "la voce" a seconda se si tratti del Cannuni Sant'Affiu, Sarina o 'u Macchiotu.
Quindi ci spostiamo verso il Santuario della Madonna di Tremonti (fig. 6), una piccola chiesa rurale, pittoresca e isolata, sorta nel Settecento per la devozione nei confronti di una Madonna dipinta su una lastra in pietra venerata quale "Maria di Tremonti". Una quercia ultra centenaria funge da campanile e vi si appende all'occasione una vecchia campana conservata nella chiesa. All'interno diversi affreschi devozionali privi di particolare talento artistico circondano la Madonna che allatta il Bambino, di diversa mano e di elevata qualità artistica. La chiesa è stata restaurata nel 1999, anno in cui venne realizzata la casa del rettore sulla fiancata orientale della stessa.
Arriviamo infine su via dottor Zappalà, su cui troviamo diversi luoghi di culto di grande fascinazione. Il primo che incontriamo è l'Eremo di Santa Emilia (fig. 7), la cui costruzione è probabilmente secentesca, con qualche aggiunta ottocentesca. Si tratta di un edificio rustico rettangolare cui appartenevano certamente le vigne adiacenti, ma l'elemento più caratteristico è la curiosa torretta cilindrica che dà sulla strada, probabilmente l'antica cappella dell'eremo. Si presenta con un ingresso in lava ad arco semplice ed è coronata da una finta merlatura e da una caratteristica bocca di cannone anc'essa in lava, la quale minacciosa punta verso l'esterno. Oggi abbandonata ha perduto il soffitto, mentre la struttura portante è in buone condizioni, conservando persino tracce della pittura esterna.
Superata la Grotta Comune (fig. 8), residuo di una colata preistorica di modeste dimensioni che versa purtroppo in pessime condizioni, si giunge al vecchio Santuario di Sant'Alfio (fig. 9). Questo edificio è una antica chiesupola rustica, molto semplice, a capanna dalla porta rettangolare e un modesto rosoncino, al cui lato si erge un modesto campanile inglobato nella casa del rettore.
Itinerario
Prima planimetria
La nostra escursione semi-urbana di questa domenica prenderà piede intorno alle 9:30 dal Santuario di Sant'Alfio (A), luogo di appuntamento.
- Ore 9:45. Dal Santuario ci spostiamo con la macchina fino al comodo parcheggio (B) di fronte all'edificio delle Poste, lungo Corso Italia e da qui a piedi su Piazza Municicpio (C)
- Ore 9:55. Dalla piazza del Municipio, dov'è il Monumento ai Caduti (C), ci incamminiamo per la Chiesa Madre di San Nicolò (D), risalente al XV secolo e attribuita ad Antonello Gagini
- Ore 10:15. Scendendo la scenografica scala di San Nicola (E) arriviamo alla pittoresca Via Vittorio Emanuele
- Ore 10:30. Giungiamo alla Chiesa del Bianco (F) edificata nel XV secolo con i resti della precedente Chiesa di Santa Maria della Misericordia e ricostruita dopo il terremoto del 1693
- Ore 10:40. Percorrendo il corso fino alla rustica Salita di Sant'Antonio arriviamo alla chiesa omonima (G) e all'adiacente Convento francescano (H)
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Seconda planimetria
Giunti, quindi, alle macchine (A) lasceremo il centro storico per raggiungere diverse altre tappe della nostra escursione.
- Ore 11:00. Con le macchine prendiamo Via Gabriele D'Annunzio e saliamo fino a incontrare Via Arcangelo Reitano e all'indicazione per il ristorante NUOVO MULINO svoltiamo appena incontriamo un pino che fa da spartitraffico a sinistra per Via Sebastiano Consoli. Proseguiamo fino a incontrare un grande cartello bianco che ci direziona per il detto ristorante sulla destra. Saliamo e superato il locale troviamo un ampio spiazzo non asfaltato dove poter lasciare le macchine. Qui troviamo il celebre Mulino Vecchio anche detto Forte Mulino a Vento (B)
- Ore 11:15. Riprendiamo la strada tornando indietro su Via Sebastiano Consoli e prendiamo a destra per la larga Via Luigi Capuana. Rimaniamo per tutta la lunghezza della strada, costeggiamo il Cimitero di Trecastagni e all'incrocio svoltiamo a sinistra, prendendo la tortuosa Via dello Sport finché non arriviamo ad un'ampia curva: prendiamo a destra la Via Collodi, lasciando invece sulla sinistra le direzioni "Belpasso, Nicolosi, Pedara". La desolata stradella ci farà costeggiare alcuni vecchi e interessanti casolari abbandonati fino all'incrocio con sbiaditissimi stop. Qui svoltiamo a sinistra per la Contrada Tremonti. Imboccata la strada proseguiamo fino a incontrare un antico albero di Castagno che fa da spartitraffico. Non appena lo si supera giungiamo ad un incrocio ad "Y" e prendiamo a sinistra, lasciando un attimo le auto: qui infatti è il Santuario della Madonna di Tremonti (C)
- Ore 11:45. Riprendendo a ritroso la Contrada Tremonti siamo di nuovo all'incrocio con Via Collodi, ma adesso tiriamo dritto e alla prima occasione svoltiamo a sinistra per la Via Firenze, proseguendo per un gruppo di nuove palazzine svoltiamo alla prima a destra, Via Prima Tiziano. Questa strada residenziale e stretta ci conduce dritti su Via Dottor Zappalà, su cui dovremo svoltare a sinistra. Tuttavia, se non sarà eccessivamente tardi, potremmo lasciare momentaneamente lungo il bordo della strada le macchine, per vedere da fuori un curioso casolare di metà Ottocento. Lungo Via D. Zappalà comunque, incontriamo salendo l'Eremo di Santa Emilia (D)
- Ore 12:15. Dall'Eremo di Sant'Emilia continuiamo a salire fino all'incrocio con Via Tito localizzata da un bel gruppo di alti pini che delimitano la strada. A sinistra si apre la modesta cavità preistorica di Grotta Comune (E)
- Ore 12:25. Seguendo la strada che diviene più tortuosa sulla destra, giungiamo infine al Santuario vecchio di Sant'Alfio (F) eremo secentesco immerso nel Parco dell'Etna.
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Qui conclude la nostra prima escursione dell'anno. Per tornare indietro la strada è semplicissima: basterà tornare su Via Dottor Zappalà e proseguire sempre dritti. Superata la rotonda del cimitero si continua sempre dritto e si arriva alla Piazza Sant'Alfio. Dalla piazza si può seguire la strada direzione Catania.
Rientro previsto in circa mezz'ora.

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