a cura di Iorga Prato
L'escursione di questa domenica muove i passi per la città di Catania alla scoperta del suo sottosuolo idrico, per trovare quel “giovinetto” chiamato Chamasenon o Amenano dai Greci e definitivamente sepolto nel XIX secolo per motivi di igiene. I Greci usavano rappresentare i fiumi come tori androprosopi, ossia con le sembianze di uomini, che ne rappresentava l'impeto furioso della piena, come un toro in carica, appunto. Esemplificativo è il caso del fiume Sybaris ad esempio, la cui raffigurazione numismatica diviene un vero e proprio fossile guida per gli archeologi della Magna Grecia (Sibari si trovava non lungi da Metaponto). Anche Katane, la città calcidese “madre” dell'attuale Catania, era bagnata da un fiume, come tutte le poleis greche, le quali dipendevano da due cose fondamentali: un porto e un fiume difendibile dall'acqua pura. Katane appunto era bagnata da un fiume di tipo stagionale, con ampia gittata nella stagione delle piogge, mentre si riduceva a un rigagnolo nel periodo secco. Questo lo faceva identificare con un giovinetto con le corna da toro: il toro come simbolo del fiume, mentre la forza che aveva non superava quella di un fanciullo. Tuttavia, almeno fino al 460 la zecca catanese produce il conio rappresentante un toro androprosopo prospicente sulla sinistra, con testa barbuta, segno che fino a quel tempo il fiume dovesse essere di grossa gittata. Solo dal 410 a.C. circa viene sostituito dal tipo del giovine con le corna e circondato dal celebre gamberone etneo, specialità tipica della città oggi probabilmente estintosi (figg. 1-2).
Il fiume, quindi, si potrebbe supporre, dovette essere rigoglioso al momento della fondazione di Katane e col tempo si ridusse sempre più, come poi avranno a testimoniare gli autori di età romana come Strabone od Ovidio i quali avranno a ricordare come il fiume conoscesse persino anni di secca e ancora Idrisi lo definisce una curiosità naturale, capace di alimentare mulini in piena, mentre totalmente asciutto in secca. Il fiume tuttavia subì diversi stravolgimenti naturali a seguito delle colate laviche di eruzioni dell'Etna che giunsero fino alla città, ricoprendone talora il corso. Molti gli eruditi che lo hanno descritto o ne hanno ipotizzato il percorso precedente a dette eruzioni.
L'ultima più grave in ordine di tempo fu nel 1669 che sommerse ciò che rimaneva del cosiddetto lago di Nicito e coprì il fiume nella sua parte occidentale e meridionale, circondando la città.
Quest'ultimo tratto di fiume era anche chiamato Judicello, ossia il fiume della Iodeka, la Giudecca o quartiere ebraico catanese. Di questo fiume ci viene riportato uno straripamento nel 1454 avvenuto a seguito di un lungo periodo di secca e a una settimana di distanza da alcune abbondanti piogge.
Il fiume, utilissimo per l'approvvigionamento idrico della polis greca, fu ampiamente sfruttato anche dai Romani, i quali, per ovviare alla grande esigenza di acqua della lussuriosa città (i catanesi erano noti per i loro costumi “molli”, testimoniati dalla gran quantità di strutture termali e balnei recuperati dalle diverse campagne di scavo) dovettero fornire la città di un imponente acquedotto in conci lavici, la più grande struttura del genere mai realizzata da essi in Sicilia, il quale portava l'acqua raccolta presso l'attuale abitato di Santa Maria di Licodia alla città affrontando situazioni geofisiche diverse, ora a livello, ora in interro, ora su arcate (fig. 3). L'acquedotto forniva tra le altre strutture anche l'antico Teatro – per alimentare ipotetiche fontane – e diverse strutture termali.
L'Amenano, dunque, a causa degli sconvolgimenti che subì, segue ormai un percorso oggi perlopiù sotterraneo, lasciandosi incontrare alla luce solo in due punti: nella fontana omonima (fig. 4) e nel giardino Pacini (fig. 5). In altri punti della città è possibile incontrare il fiume mediante pozzetti che si affacciano sulle sue acque o, in un caso, in una cavità di risparmio entro le lave del 1669 dove è possibile ammirarne il flusso sopra antiche strutture murarie (fig. 6).

Fig. 1 – Tetradramma argenteo dalla zecca di Katane (460 a.C. circa).

Fig. 2 – Tetradramma argenteo dalla zecca di Katane (410 a.C. Circa).

Fig. 3 – Resti dell'acquedotto romano di Catania in una gouache di Houel.
Fig. 4– Fontana dell'Amenano tra piazza Duomo e piazza Di Benedetto.

Fig. 5 – Fiume Amenano nel Giardino Pacini.

Fig. 6 - “La Grotta”, ambiente ipogeo dell'Ostello della gioventù Agorà di piazza Pardo.